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Gaetano Bruno, questo è solo l’inizio

Il nuovo ruolo (da mafioso doc) nel ‘Cacciatore’, la carriera, la Sicilia, la svolta americana con ‘Fargo’ e ‘House of Gucci’. E quello che gli ha detto Lady Gaga...

Gaetano Bruno

Foto: Andrea Pirrello

Gaetano Bruno è uno di quelli bravi. Ma bravi del tipo che non pensava minimamente di fare l’attore e poi, messo piede per puro caso su un palco, si è reso conto che gli riusciva bene. Ma proprio bene. Del tipo che anche gli americani se ne sono accorti e l’hanno voluto in Fargo 4, e poi in House of Gucci e… no, questo non ve lo possiamo dire ma… stay tuned. Anche qui in Italia è sempre più conteso: ha appena finito le riprese di La porta rossa 3, è sul set di DOC 2 (olé!) e, dal 20 ottobre, lo vedremo “alla tivvù”, su Rai Due, nella terza stagione del Cacciatore. Qui lui fa il cattivo, ovvero il mafioso Pietro Aglieri, e cavolo se gli riesce bene.

Partiamo dalle cose importanti: con Fargo e tutto il resto, lo yacht te lo sei comprato?
No, e manco una barchetta da pescatore! (ride, nda) Però mi sono molto arricchito artisticamente e umanamente. Ho condiviso il set di House of Gucci con persone del calibro di Ridley Scott e Lady Gaga, e prima ancora ho potuto prendere parte a una serie iconica come Fargo: sono soddisfazioni grandissime.

Sì, certo. E poi hai deciso di sfogarti su Francesco Montanari facendolo nero nel Cacciatore. Sbaglio o in questa nuova stagione sarai il suo vero incubo?
Sì. Pietro, il mio personaggio, lavora di carambola: non è diretto come Provenzano. In questi nuovi episodi raccontiamo il momento in cui la mafia cerca di fare un salto: la criminalità organizzata va alla ricerca di strade alternative, che la espongano di meno, e che alla resa dei conti si riveleranno più efficaci di quelle tradizionali.

Tu sei bravissimo, lo ribadiamo. Però mi chiedevo se per un attore siciliano, come te, il rischio di rimanere intrappolato in ruoli mafiosi fosse più alto: della serie, vai al provino, dici che sei siciliano e vinci subito una lupara?
Il rischio c’è! (ride, nda) Però, come hanno già detto voci molto più autorevoli della mia, la carriera di un attore è fatta dai “no”. Personalmente cerco sempre di diversificare i miei ruoli per poter esprimere tutte le sfaccettature di cui credo di essere portatore.

Secondo te, cosa non abbiamo ancora capito della Sicilia?
La Sicilia è una terra molto sfuggente. Ci sono dei rappresentanti che hanno saputo restituire l’inafferrabilità di questa terra: penso a Sciascia o a Pirandello…

Tutta gente morta. Ottimo.
Eh, come dicevo non è facile. Diciamo che a volte la tv e il cinema riescono a restituire la profondità dell’anima siciliana, altre volte invece ci si ferma a delle pennellate superficiali. Ecco, in questo Il cacciatore fa un salto narrativo perché non si ferma al solito confronto giudice/mafioso. Pietro è un personaggio complesso che viene presentato in tutte le sue mediocrità e contraddizioni.

Gaetano Bruno in ‘Il cacciatore’. Foto: Andrea Pirrello

C’è invece qualcosa che la tv e il cinema ha capito di voi siciliani e che invece voi faticate ad ammettere?
Finora io non mi sono mai sentito spiazzato da un film o una serie. Però forse una certa parte politica, a cui faceva gioco negare la presenza della mafia o ne era addirittura connivente, non ha potuto non rispecchiarsi in certe storie di denuncia.

Veniamo a te. Ti va stretta la definizione di caratterista?
Un po’. Più che un caratterista, mi sento un attore che sta scaldando i motori. Quando mi verrà data l’occasione, farò vibrare tutte le mie corde. Fintanto che questa occasione non arriva, è un po’ difficile riuscirci.

Intanto però ti sei tolto la soddisfazione di entrare nella storia con Fargo. I casting director americani sono più meritocratici, o lungimiranti, di quelli italiani?
Non dipende tanto dai casting director, ma dal sistema produttivo italiano: nel momento in cui si dice a un casting director che il ruolo dei protagonisti è stato già assegnato a monte, chi fa i provini ha le mani legate. Può sbizzarrirsi solo nei ruoli secondari. In Usa si è invece svincolati da questo tipo di scelte quindi per noi attori è più facile accedere prima ai provini più ambiti.

Domanda di rito, ma doverosa: qual è la differenza tra i set americani e quelli italiani, a parte il catering ovviamente?
Invece sai che i loro sono migliori?

Non ci credo.
Te lo assicuro: gli americani curano minuziosamente il catering. Il cibo viene cucinato al momento, davanti a te; a seconda dei giorni il menù è a tema, così come la musica di sottofondo. Sul set di House of Gucci c’era l’aragosta! Ho chiesto a un runner se fosse normale e lui, con un’alzata di spalle, mi ha risposto: “Be’, sì, ma sugli altri set dove ho lavorato era buona”. Noi italiani invece parliamo sempre di cibo, ne siamo ossessionati, ma poi sui set non lo curiamo così tanto. Per il resto, dal punto di vista produttivo, gli americani non hanno fatto altro che copiare il modello italiano ideato da Fellini e renderlo più efficiente.

Hai avuto più ansia sul set di House of Gucci o su quello di Fargo?
Sono state due esperienze diverse. Il cast di Gucci era all star: il più scarso aveva solo un Oscar. Però la mia ansia era mitigata dal fatto che il mio personaggio era al servizio della storia. Interpreto infatti l’uomo di fiducia, nonché autista, della famiglia: intervengo per controllare la situazione, più che per provocarla. Fargo invece era la mia prima esperienza in assoluto in America, e peraltro in un ruolo di primo piano. Ero preoccupato di poter deludere le aspettative. Inoltre, da straniero in terra straniera, devi lavorare il doppio.

Lady Gaga cosa ti ha detto?
È stata molto gentile. Il primo giorno di set è venuta da me: si è presentata, con il suo nome di battesimo, e poi mi ha parlato delle sue origini italiane.

Sei tentato dall’idea di trasferirti in America?
No. Se Fargo fosse arrivato alcuni anni fa, probabilmente l’avrei valutato ma adesso no. Qui in Italia c’è mia figlia (avuta dalla collega Elena Radonicich, nda): non posso immaginare un futuro lontano da lei. Inoltre il mercato audiovisivo si sta strutturando in un modo tale che è possibile fare produzioni internazionali senza trasferirsi a vivere all’estero. In ogni caso, ho preso un agente anche a Los Angeles.

Per quanto riguarda la tua carriera da attore, galeotto fu un villaggio turistico. E qui ci devi spiegare perché di solito, da lì, arrivano conduttori e showman, mica attori. Com’è nata la folgorazione?
Hai ragione, di solito è così! (ride, nda) Ero giovane, lavoravo come animatore turistico e mi sono reso conto che stare sul palco mi dava un senso di profondo piacere. Non mi appassionava tanto condurre o fare i giochi, ma proprio essere lì ed essere qualcun altro. Io sono un timido cronico e interpretare un personaggio è per me una sorta di protezione: un involucro che mi permette di esprimere quello che ho dentro.

La scuola Paolo Grassi e la Silvio D’Amico ti hanno però bocciato all’epoca. Possibile?
Possibile, possibile… e secondo me avevano pure ragione! Non ricordo molto della mia performance, se non che avevo puntato in alto portando due monologhi: Il bicchiere della staffa di Harold Pinter e Finale di partita di Samuel Beckett. Sono stato audace! Comunque se c’è una cosa che ho imparato è che non sono gli altri a dirti chi devi essere: devi deciderlo tu e solo tu. Il talento inoltre non basta: devi continuare a lavorarci su proprio per non sederti… proprio per non diventare un caratterista (ride, nda).

Vittorio Gassman sosteneva che un bravo attore deve, a un certo punto, “uccidere” il proprio maestro, ossia trovare una propria strada. Lei chi ha fatto fuori?
Nessuno, a dire il vero, perché sono sempre stato un autodidatta. Tutti i lavori che ho fatto, anche quelli più importanti, li ho sempre vissuti come dei passaggi. Non mi sono mai sentito appartenente a una famiglia forse perché i tempi sono cambiati: non c’è più il capocomico che ti svela i segreti o il maestro che ti plasma. La regola di Gassman è quindi giusta, ma non mi ci riconosco.

Hollywood invece ha una legge non scritta molto chiara: se sei una vera star, devi avere almeno uno scheletro nell’armadio. Qui, caro Gaetano, tocca attrezzarsi: hai già pensato a trovare un’amante segreta, una dipendenza, insomma qualcosa che animi la tua piattissima e riservatissima vita privata?
Prometto che quando accadrà vi rilascerò lo scoop in esclusiva! (ride, nda) In realtà credo fortemente che l’attore debba nascondersi: se ti dai in pasto ai social, se tu diventi personaggio, poi rischi di essere meno credibile nei ruoli che interpreti. L’attore non deve mai prendersi la scena.

Il tuo sogno artistico (per ora) proibito?
Una commedia di quelle molto silly, alla Monty Python o alla Boris. L’adorerei.

I tuoi prossimi progetti?
Ho appena finito di girare la terza stagione della Porta rossa e sono sul set della seconda di DOC. Sono in attesa di produrre il mio spettacolo personale Salvatore tutto a posto e poi c’è un grosso progetto di cui però non posso ancora parlare…

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