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Gad Lerner: «Non si può utilizzare il linguaggio fascista e parlare di coincidenze»

Il giornalista torna in televisione con 'L’Approdo': un'occasione per parlare delle elezioni europee, di razzismo e dell’attuale Governo. La nostra intervista

Gad Lerner

“Il mio compenso per L’Approdo è di 69 mila euro lordi, da cui vanno detratte le tasse. Con me lavorano ottime professionalità interne, niente appalti, e una sola coautrice esterna. Tranquillo, guadagnano molto di più i tuoi intrepidi cacciatori di Radical-Chic ogni sera in tv. Compresi quelli che spacciano cifre false sui costi della nostra produzione. Capito, Matteo Salvini? Ci vediamo lunedì alle 23:10 su Rai3”. Questo il post apparso il 1° giugno sulla pagina Facebook di Gad Lerner. Un post che il giornalista ha dovuto fare dopo che, sullo stesso social network, il vice-Premier e Ministro degli Interni aveva ha fatto una diretta durante la quale ha detto: «Da settimana prossima torna in video un volto molto noto, che in Rai c’è già stato da tempo: Gad Lerner. Sì, avete capito bene, cinque belle trasmissioni di Gad Lerner. Che ovviamente non ha mai espresso simpatia politica per nessuno, non è di sinistra per niente, non odia la Lega, assolutamente no. Giornalista obiettivo, equilibrato, super partes, che avrà cinque trasmissioni in Rai. Se la Rai del cambiamento passa dal ritorno in video di Gad Lerner – non che abbia niente contro di lui eh – però Fazio, e Saviano, e Gad Lerner, manca Michele Santoro e poi abbiamo chiuso il cerchio. E poi dicono che siamo noi a controllare. Ma che? Per carità, io sorriderò eh. La prima puntata pare che sia sulla Lega. Che novità, che novità, ragazzi». Da qui è partito un affaire di botta e risposta che si è esteso a diversi esponenti della politica e del giornalismo. C’è addirittura chi ha richiamato in causa l’editto bulgaro made in Berlusconi. Visto che stasera è la famosa serata del ritorno di Lerner, in seconda serata, su Rai3, ci siamo fatti una bella chiacchierata con il giornalista di Milano, Italia.

L’Approdo è un titolo che, oltre a segnare il suo ritorno in studio, fa subito pensare al dramma dei migranti. Un titolo che pare nasconda una critica, ma anche una speranza. Tra l’altro in studio c’è proprio il relitto di un barcone della speranza che parte dalle coste africane.
Nasconde anche una nostalgia perché L’Approdo fu la più importante e autorevole trasmissione culturale della Rai, quando c’era la televisione in bianco e nero. E c’era un canale unico. Si chiamava L’Approdo lo sforzo di questi grandi intellettuali italiani di valorizzare il nostro patrimonio artistico e letterario, anche attraverso lo strumento televisivo.

E per lei, invece, cosa rappresenta?
Un richiamo a una televisione che cambi tono nell’approccio al suo pubblico e non insista nel credere che, per parlare alla gente, si debba usare il turpiloquio o argomentazioni grossolane: per approfondire i problemi non occorre scimmiottare le risse e i battibecchi – sempre uguali – dei talk show attuali. È un modello, una nostalgia che volevo esprimere. Per capire come sia possibile l’approdo nell’Italia di oggi.

Come si svolge il programma?
Ci sarà un luogo d’approdo in ognuna delle cinque puntate, sarà l’esordio della trasmissione. Un luogo attraverso il quale vogliamo raccontare un problema italiano. Ad esempio, nella prima puntata, cominceremo dal grande prato di Pontida, dove la Lega ha tenuto 32 raduni. Oggi lo vedremo abbandonato, con l’erba alta, non tagliata, perché la Lega si è spostata in Piazza del Popolo a Roma.

Altri approdi?
Capalbio, raccontata come la capitale dei comunisti e dei radical chic. Qui affronteremo polemiche e atti d’accusa per quei settori di borghesia italiana che non hanno sposato la politica di chiusura, appunto, degli approdi e dei porti. E ancora la tomba di Dante Alighieri a Ravenna come luogo simbolo di una piaga, che tutti gli studiosi denunciano: l’analfabetismo di ritorno. La ripresa in Italia di processi di descolarizzazione e involuzione e degenerazione del linguaggio pubblico. Alla Biennale di Venezia andremo a vedere il barcone recuperato dal fondo del mare dopo il peggior naufragio della storia del Mediterraneo, ci furono mille annegati. E lì è evidente il legame con le problematiche dei migranti. Si parte da un luogo, per andare dentro a un tema e, in studio, solo due ospiti. Mai di più.

Che ospiti saranno?
Persone che si stimano tra di loro, curiose di conoscere uno gli argomenti dell’altro. E quindi di lasciarsene anche spiazzare. Non è un braccio di ferro. Si confronteranno con dei miei viaggi, dei miei racconti che verranno proposti.

Come si sente dopo che il vice premier Salvini ha espresso un certo disappunto – paragonato da alcuni giornali addirittura all’editto bulgaro di berlusconiana memoria – per il suo ritorno su Rai3? Forse il disappunto è stato generato proprio per la puntata d’esordio legata alla Lega.
Si metta nei miei panni: io seguo la Lega dalla sua nascita. Non facevo ancora televisione, lavoravo al settimanale L’Espresso negli anni ’80 e seguivo questo movimento molto folkloristico, che usava parole irriverenti ma riscuoteva i primi successi. Poi in televisione le mie prime trasmissioni sono state Nella tana delle Lega, Profondo Nord, Milano, Italia. E vuole che adesso, che è primo partito, non ne parli? Voglio fare un bilancio di tutti questi anni. Si sono presi l’Italia, per usare un’espressione un po’ enfatica.

Ma come si sente?
Sono molto tranquillo. Tra l’altro useremo dei materiali di repertorio – anche molto divertenti – della Rai3 di Guglielmi. Li avevamo in casa, sarebbe stato un peccato non rivederli alla luce di questo grande cambiamento per cui la Lega ha plasmato il senso comune degli italiani e ha conseguito il 34% dei voti. Per cui Salvini – che io conosco da quando portava i pantaloni corti ed entrava nella Lega mentre io facevo quelle trasmissioni – credo abbia voluto, più che altro, fare una sceneggiata. Qualcuno dice addirittura che mi abbia voluto fare pubblicità. Questo mi sembra troppo a dirsi, ma non mi spaventa certo Salvini. Semmai mi hanno dato fastidio maldicenze molto fantasiose di cifre iperboliche sul costo del programma. E che percepirei io. Per questo ho preferito dichiarare i miei compensi alla luce del sole, in modo che ognuno possa trarre le sue conclusioni.

Da giornalista capace di analisi politiche molto puntuali, visti i risultati delle Europee, crede che questo Governo proseguirà come ha annunciato Salvini? O pensa invece, come credono alcune fazioni politiche e alcuni giornalisti, che il contratto giallo-verde sia sul viale del tramonto?
Non credo che a Salvini convenga fare cadere il Governo, nemmeno credo che lui desideri diventare oggi Primo Ministro. È già di fatto il padrone della situazione stando al Viminiale e, in questo momento, non sono sicuro che abbia voglia di doversi occupare in prima persona di una manovra economica. Però l’imprevisto è, davvero, sempre in agguato. E in questo momento si sta presentando con il braccio di ferro con l’Europa. Queste elezioni europee hanno dato a Salvini un grande successo personale e del suo partito, ma solo del suo. Gli altri partiti “fratelli” in Europa, non sono andati così bene. Quindi la sua speranza di costringere – a livello europeo – i popolari a svoltare a destra e allearsi con lui, sembra finita nel nulla. Sto guardando con molta preoccupazione all’eventualità di un ritorno al tavolo rovesciato, cioè al “Basta euro”, “Facciamo la manovra in deficit e se l’Europa ce le boccia, chi se ne importa”. Tutto questo spero non accada, ma Salvini è un giocatore che ama il rischio e, in passato, ha tratto vantaggi dall’aver osato di più. Quindi non può essere escluso.

Il Movimento 5 Stelle e il PD come si pongono in questa dinamica?
I 5 Stelle sono travolti da questa sua iniziativa, mi pare non abbiano molte scelte davanti. In quanto al PD lo attende un lungo periodo d’opposizione. Non credo possa rientrare presto nei giochi di Governo.

I 5 Stelle sono finiti secondo lei?
Sono durati già di più di altri movimenti simili del passato. Penso al Fronte dell’Uomo Qualunque, che ebbe una grande successo, ma fu una fiammata che si esaurì in due o tre anni. I 5S sono invece, stabilmente, una forza notevole da una decina d’anni. Non penso possano sparire tutto d’un colpo, ma allo stesso tempo sono convinto che verranno trascinati dalla Lega e molto lacerati. Mi metto nei panni dei loro ministri: lasciare il Governo sarebbe come dichiarare che – nonostante abbiano preso il 32% dei voti alle elezioni politiche e abbiano i gruppi parlamentari più numerosi di tutti – non sono in grado di governare il Paese. Non credo lo faranno, poi può darsi che domani mi smentiscano eh.

A suo avviso, dopo il ventennio Berlusconi, ci dobbiamo aspettare un ventennio Salvini?
Il ventennio di Berlusconi non è stato un vero e proprio ventennio, a differenza di quello di Mussolini che ebbe venti anni di Governo, regime e dittatura. Berlusconi ha avuto crisi e periodi in cui la sua controparte di centro-sinistra era riuscita a metterlo in minoranza. Salvini, un ventennio? Nulla in Italia è impossibile. Due anni fa, se le avessero detto che Salvini avrebbe preso più voti di Berlusconi, nel centro-destra, probabilmente non ci avrebbe creduto. Tutto avviene nella massima rapidità. Io Salvini lo prendo molto sul serio, nel senso che credo abbia una notevolissima capacità di occupare gli spazi del dibattito pubblico, ma credo che in Italia ci fosse un vuoto di potere, una crisi delle istituzioni, per cui da tempo ci stavamo dicendo: «Qui se spunta fuori un uomo davvero forte…», magari andavamo a guardare uno con la divisa, un generale, un grande industriale. E invece abbiamo visto spuntare una camicia verde che, semplicemente, ha cambiato divisa: si è tolto la camicia verde e si è messo il giubbotto della polizia. Non escludo che possa durare.

Sempre alla luce delle ultime elezioni europee, come vede il vento che soffia sempre più a destra andando a toccare, in alcuni casi, le frange più estremiste?
Sono spaventato dalla disinvoltura con cui abbiamo accettato la violenza verbale. È passata molto attraverso i social network per arrivare al palcoscenico televisivo. A lungo lo abbiamo considerato un fatto meramente folkloristico: «Ma sì, parlano così, minacciano, fanno battute grottesche, è uno scherzo, bisogna stare al gioco, è satira». Invece credo che, dalle parole, poi si passi ai fatti. Quella intolleranza verbale può dar luogo a minacce. Fino a che riguardano persone come me – che sono tutelate, privilegiate – danno fastidio, ma non impediscono una vita normale. Ci sono poi soggetti più deboli che subiscono veri e propri episodi di violenza.

Un esempio?
Penso alle famiglie assegnatarie di case popolari che si sono viste assediate, minacciate con i loro bambini – nonostante avessero diritto a quella casa – semplicemente perché erano di etnia rom. Questo è solo un esempio, ma ce ne sono altri.

Onestamente mi viene in mente anche quando a Prato quelli di Forza Nuova – durante una manifestazione per i cento anni dei Fasci italiani di combattimento in piazza San Sepolcro a Milano – le hanno urlato, mentre era di spalle, “Ebreo”. E lei si è girato e ha guardato in faccia il gruppetto affermando «Sì, sono ebreo!».
Per la verità già due o tre volte, avevano biascicato «ebreo, ebreo, tornatene in Palestina», ma avevo deciso di far finta di nulla: non volevo si pensasse che ero andato lì apposta per provocare un incidente, perché c’erano forze di polizia intorno. Mentre mi allontanavo, invece, qualcuno ha sentito il bisogno di gridarlo più forte. E allora non ho potuto far finta di niente, sono tornato indietro e ho risposto come lei sa.

Il fatto che le abbiano urlato “ebreo” quando era di spalle, mi pare un po’ da codardi. No?
C’è una tipica abitudine di questa gente di lanciare il sasso e ritirare la mano. Di rivendicare il linguaggio fascista e a volte – ahimè – anche nazista, per poi dire che è una coincidenza, che loro non volevano dire o fare quella cosa lì. È come quando un calciatore ha fatto il saluto romano in campo per poi dire che non era vero e stava solamente salutando i suoi amici sugli spalti. Non hanno neanche il coraggio di sostenere fino in fondo le loro idee.

A quanto pare ci sono molti giovani che appoggiano visioni estremiste. Le è mai venuto il pensiero che gli italiani stiano diventando poco democratici?
Può darsi che oggi si sia persa la consapevolezza di quale bene prezioso, e non scontato, sia la nostra libertà, il pluralismo. Può darsi che, in futuro, alcune persone che vivono in certe zone e si sentano minacciate, mettano la propria sicurezza oppure la tutela della propria identità, come valori più importanti che non le regole della democrazia. Tutto questo è possibile che avvenga. In questa direzione agisce anche una certa tendenza alla smemoratezza storica, all’ignorare, sottovalutare e non voler più guardare le lezioni che derivano dal passato. C’è un atteggiamento diffuso molto vittimistico: se le cose vanno male nel nostro Paese è colpa di poteri forti, minacciosi, che ci depredano. Sono addirittura i finanzieri – magari ebrei come George Soros – che organizzano le migrazioni dall’Africa per danneggiarci. Tutto questo l’abbiamo già vissuto e rattrista pensare che la storia non ci serva di lezione.

Molte delle persone che scrivono e difendono i razzismi sono davvero sgrammaticate.
Sì, è vero. È triste quello che lei dice, perché contiene senz’alto un elemento di verità. Quando classi sociali che, in sociologia, si definiscono subalterne – io per avere usato questo termine adoperato da tutti i sociologi, sono stato accusato di snobismo, di disprezzarli –, ma che possiamo sostituire con sfruttate, oppresse, precarie, rimangono senza prospettive di miglioramento, senza crescita di reddito e, quindi, di investimento sulla cultura, l’esito è vivere una condizione di isolamento, nella quale hanno trovato leader politici che li hanno incoraggiati a compiacersi della loro ignoranza. Casomai è il leader politico che adesso si mette a dire le parolacce o a parlare sgrammatico pensando di assomigliare al popolo, non rendendosi conto che sta denigrando il popolo che vorrebbe raffigurare.

Il diverso fa ancora paura?
Forse si pensa di poter scagliare, contro dei bersagli simbolici, la propria solitudine, la propria insoddisfazione, la propria infelicità. Credo che molti di coloro che apprezzano il linguaggio “cattivo” di Salvini, l’uso frequente della parola “pacchia” riferito agli emigrati – affermazioni secondo cui sui barconi si trovano personaggi belli, robusti, vaccinati, che fanno i furbi – c’è un compiacimento del fatto che qualcuno ha finalmente il coraggio di proferire le infamie, di dare questo scherno. Dà soddisfazione. Non si illudono di avere miglioramenti, tantomeno dalla politica. Sanno benissimo che le promesse elettorali resteranno sulla carta, ma almeno si vogliono togliere la soddisfazione con l’invettiva contro il vicino diverso.

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