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Francesco Di Napoli è diventato grande

In tutti i sensi: da talento naturale nella 'Paranza dei bambini' a professionista determinato dopo la sua esperienza nella nuova serie 'Romulus', per cui ha dovuto imparare anche il protolatino. Sognando Scorsese

Francesco Di Napoli nei panni di Wiros in 'Romulus'

Foto: Francesca Fago / Sky

«Fare l’intervista con Rolling Stone è davvero un sogno», mi confessa subito Francesco Di Napoli. Ma, dopo qualche minuto al telefono, ti accorgi che quella meravigliosa purezza va di pari passo con una consapevolezza, una prontezza, un’intelligenza quasi sfrontata. Che avesse la faccia giusta, giustissima per il cinema, e anche un talento naturale magari ancora grezzo ma cristallino, era fin troppo chiaro dalla Paranza dei bambini, il film di Claudio Giovannesi tratto dal celebre romanzo-inchiesta di Roberto Saviano. Da lì poi è andato tutto veloce: il suo debutto da attore vince il premio per la miglior sceneggiatura alla Berlinale, anche la moda (da Louis Vuitton a Gucci) mette gli occhi su di lui. Che abbia davvero la passione e la determinazione per fare questo lavoro però è diventato davvero chiaro, forse anche a Francesco stesso, con Romulus, l’audace e imponente esordio seriale di Matteo Rovere (dal 6 novembre su Sky Atlantic, on demand su Sky e in streaming su NOW TV), che remixa gli elementi del mito della fondazione di Roma per scavare sotto l’epica e cercare la reale complessità storica dietro le origini della leggenda di Romolo e Remo. 

Il personaggio di Francesco, Wiros, è uno schiavo orfano in un mondo arcaico e selvaggio, che a un certo punto della vicenda dirà: “Io non sono niente, e allora posso essere tutto”. «Nel primo episodio inizia un viaggio, i Lupercalia: nella sua comunità i ragazzi devono stare sei mesi nel bosco e, se riescono a sopravvivere, possono essere definiti uomini. Wiros subisce umiliazioni, torture, abusi. Finché non conosce Yemos (il principe di Alba, interpretato da Andrea Arcangeli, nda), e questo segna il passaggio dalla solitudine alla fratellanza. Con il suo aiuto riesce forse a trovare il coraggio che non sa di avere». Basta basta, che sennò qui spoileriamo troppo, decidiamo di comune accordo.

Foto: Gerhard Kassner/Berlinale

Il primo provino per Romulus te lo ricordi?
Sì, ovvio! Sai che ho ancora dei dubbi su quel giorno? Perché ricordo di non aver fatto una grandissima audizione, ma di solito sono sempre negativo… (ride) Per ogni provino, penso: “Non ce la farò mai”, e invece sono sempre passato. Il primo re non era ancora uscito, e non avevo ancora capito molto bene il mood di Romulus, di che cosa si trattava. Sono andato lì un po’ insicuro, quasi impaurito. Matteo (Rovere, nda) mi ha fatto sedere in modo che fossi a mio agio e mi ha messo addosso una pelliccia. È andata bene, ma non come volevo…

E poi?
Mi ha chiamato per il call back, mi sono presentato e l’aiuto regia mi ha detto che forse avrei avuto una parte secondaria… Al terzo provino invece sono arrivato che volevo spaccare tutto. E alla fine ho ricevuto la chiamata di Matteo: “Tu sei Wiros”.

La tua reazione?
(Ride) Vabbè, non ci credevo, non riuscivo a parlare.

Come ti sei preparato al personaggio? Perché Romulus è anche un progetto molto fisico…
Fortunatamente Wiros non doveva essere muscoloso, anzi, l’idea era che fosse piuttosto esile, come me. Ho fatto anche quasi un percorso di dimagrimento, ho perso qualcosina. C’è stato un grande lavoro sul corpo, perché volevo far vedere l’evoluzione del personaggio: all’inizio è un po’ gobbo, piccolo, minuto, con gli occhi veloci che stanno attenti a tutto, è sottomesso e spaventato. Poi, man mano che acquisisce più sicurezza col passare degli episodi, la sua postura cambia, sta drittissimo. Era importante raccontare questa cosa anche dal punto di vista fisico.

Con il protolatino come te la sei cavata?
All’inizio ero spaventatissimo, non ci capivo niente, leggevo e pensavo: “Come si dice ‘sta roba, è impossibile”. Poi ho preso confidenza grazie al mio coach, che è stato bravissimo perché veniva a casa mia senza neanche avvertirmi, me lo trovavo fuori dalla porta. Finivo la preparazione in palestra e lui stava lì, finivo la giornata di riprese e stava lì… Sono stati sette mesi tostissimi, ma ne è valsa la pena. Dopo i primi due andavo liscio. Ho toppato solo una volta, avevo un monologo lungo e mi sono inceppato. Però non vedo l’ora di rifarlo, è stata l’esperienza più bella della mia vita.

La cosa più assurda, più folle che hai fatto sul set?
Non so se posso, ma te la dico. In una scena c’era un albero infuocato che doveva cadere a mezzo metro di distanza da me. Ad “azione” mollavano l’albero e io dovevo correre per evitarlo. Per fare in modo che la scena fosse più realistica sono stato tipo un secondo, un secondo e mezzo in più fermo, come se stesse quasi per colpirmi, e poi mi sono lanciato. È stato rischioso e infatti mi hanno cazziato parecchio. Però alla fine è venuta bene e l’hanno montata così.

Mi sembra che il famoso “scuorno”, cioè la vergogna di cui parlavi durante le riprese della Paranza, ti sia decisamente passato…
Eh sì (ride), assolutamente. Però vorrei fare teatro, perché posso recitare tranquillamente davanti a cento telecamere, ma non davanti a cento persone. Lo so, è strano, ma è una paura che voglio superare. Un po’ come Wiros, che riesce a combattere tutti suoi timori. Mi somiglia molto nel percorso che fa lungo la serie: all’inizio è insicuro, esattamente come me i primi giorni, avevo un po’ d’ansia. E piano piano, andando avanti, siamo riusciti entrambi a superare tutto.

Se torni a quel primo provino per La paranza a cui non ti presentato, che cosa pensi?
Penso che è andata bene così, tipo quando tu non ti fili una ragazza e poi lei ti viene dietro. È stata un po’ la stessa cosa con La paranza (ride), quindi alla fine è stato positivo. Però adesso non rifiuterei mai un provino, avevo la testa per aria, non capivo. Qui nel mio quartiere, il Rione Traiano, il cinema non è mai andato tanto, non è come crescere a Roma.

E quando hai capito che fare l’attore poteva essere davvero la tua strada?
Per La paranza non ancora. Mi dicevano: “Sei bravo, sei molto naturale, hai la faccia da schermo”. E io non capivo, poi ho visto il film e ho detto: “Ok”, ma non avevo davvero realizzato. Solo dopo Romulus, parlando di cinema con tante persone, posso dire di averlo capito. Stare a Roma è quasi come stare a Hollywood per me (ride).

Cosa è successo in Romulus che te l’ha fatto realizzare?
L’ho capito sul set, anche con l’aiuto di Michele (Alhaique, uno dei tre registi della serie, nda), che mi gasava ad ogni scena su cui lavoravo bene. È un regista meraviglioso, tratta gli attori come figli, o almeno per me è stato così. Romulus è stata davvero una scuola, un’esperienza di crescita incredibile. Mi ha permesso di dire: “Ragazzi, io non so fare solo il napoletano”. È proprio un salto, ho dimostrato che posso fare altro. E l’ho fatto con il protolatino.

Foto: Francesca Fago / Sky

La pasticceria in cui lavoravi prima della Paranza ormai sembra lontana…
Eh sì, ogni tanto vado a trovarli, ma in effetti ormai è lontana.

Roberto Saviano ha scritto un secondo romanzo: Bacio feroce. Torneresti a vestire i panni di Nicola, il personaggio che ti ha lanciato?
Sai che non lo so? Dopo Romulus potrei permettermi di farlo, perché se non avessi recitato in questa serie sarei rimasto bloccato lì, in quel contesto napoletano. E invece adesso potrei anche tornare a girare Paranza 2, se avessero intenzione di produrlo. Romulus mi ha aperto un mondo: posso tornare a fare quello, ma anche andare avanti e sperimentarmi in contesti molto diversi.

Come è cambiato Francesco da quel primissimo provino?
Francesco è cambiato due volte: dopo l’uscita di Paranza, lavoravo ancora ma iniziavo a sentire il desiderio di voler provare a misurarmi con questo mestiere. Ma dopo che sono stato sul set di Romulus non ho più avuto nessun dubbio: “Io devo fare questo e basta, in pasticceria non ci voglio tornare più”. E poi sono maturato. Ho avuto un periodo in cui mi sentivo troppo grande, ho fatto un po’ di baldoria in giro con i primi di soldi di Romulus, una cifra che non avevo mai visto in vita mia, perché in pasticceria lavoravo per 100 euro a settimana. Gestire una cosa così per un ragazzo di 18 anni è difficile.

La prima cosa che ti sei comprato?
Con i primi guadagni ho fatto la festa dei 18 anni. Come ti dicevo, c’è stato un momento in cui mi sono un po’ dato alla pazza gioia, poi mi sono detto: “No, basta, questa vita non mi deve appartenere”. Perché, confrontandomi con chi lavora in ambito cinematografico, ho capito che ti ritrovi sottosopra. Come attore devi arrivare a permetterti di poter dire dei no, sennò devi accettare qualsiasi cosa. E non è una cosa che voglio fare.

Foto: Francesca Fago / Sky

Qual è stata la lezione di recitazione più importante che hai imparato? E da chi?
Da Claudio Giovannesi, una sola parola: “Naturale, devi essere naturale”, mi diceva. E ce l’ho sempre in testa questo concetto della naturalezza, della spontaneità.

Cosa sogni? Anche in grande.
Se parliamo in grande… be’, come tutti gli attori sogno di vincere l’Oscar (ridiamo).

Ma con chi ti piacerebbe lavorare?
Sarà impossibile, anche perché io sono troppo giovane e lui ha 77 anni, ma mi piacerebbe da morire lavorare con il grande Scorsese.

Chissà, magari Scorsese Romulus se lo vede, no?
(Ride) Sai che ultimamente la figlia Francesca, che è nel cast della serie di Guadagnino, ha condiviso tutte le prossime uscite di Sky Italia sul suo profilo Instagram? E c’era pure il trailer di Romulus!

Ecco, facciamo un appello a Martin.
(Ride) Devo imparare prima l’inglese! Ho un botto di cose da fare per crescere, però sono determinato. E c’è tempo.