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Fare il regista di serie tv, spiegato bene

Jan Michelini è uno dei nomi di punta della serialità made in Italy (e non solo): dall'esperienza di 'Diavoli', il financial thriller con Borghi e Dempsey diretto insieme all'inglese Nick Hurran, a 'DOC', il colpaccio di Rai 1

Jan Michelini sul set di 'Diavoli' con Alessandro Borghi

Foto: Antonello&Montesi/Sky

Prima della rivoluzione di True Detective, avevate idea di chi c’era dietro le vostre serie preferite? Non parlo di chi le scrive o le produce (rispettivamente lo showrunner e il produttore esecutivo, e cioè le star della Peak Tv), ma di chi trasforma idee e parole in cinema: il regista. Provate a pensare a qualche nome. No, David Lynch e Twin Peaks non valgono. Non ve ne vengono in mente? Ecco.

«La nostra figura di solito non se la filano di pezza», dice Jan Michelini, «anche se le cose stanno lentamente cambiando, sono tutti più aperti al dialogo». Romano, 41 anni, cresciuto sui set di Ron Howard e Mel Gibson, è uno dei nomi di punta della serialità made in Italy e non solo. Per intenderci è colui che, insieme all’inglese Nick Hurran, ha diretto Diavoli, il financial thriller di Sky e Lux Vide con Alessandro Borghi e Patrick Dempsey che ha debuttato venerdì su Sky Atlantic (e NOW TV).

«Patrick era già completamente immerso nel ruolo appena arrivato, come attore ha raggiunto una maturità perfetta per il personaggio, che segna anche un cambiamento radicale nella sua carriera. Alessandro è un mostro di bravura e di umanità: intelligente, sensibile, molto lucido anche sulla scrittura. Veramente un grande, non ci sono altre parole. C’è stata tanta fiducia reciproca, solo insieme si riesce a creare in quel modo».

Alessandro Borghi, Patrick Dempsey e Jan Michelini sul set. Foto: Antonello&Montesi/Sky

Michelini è anche dietro il colpaccio più recente della tv italiana: DOC – Nelle tue mani con Luca Argentero: «C’era la sensazione di aver fatto qualcosa di bello, ma non ci aspettavamo un successo del genere: la fiction Rai faceva il 15% di share nei giorni precedenti ed eravamo terrorizzati dal lancio in pieno coronavirus, pensavamo che ci sarebbe stato un grande rifiuto della tematica. E invece abbiamo fatto il 30%, e la seconda parte andrà in onda in autunno». Scorrendo il curriculum di Michelini, ci sono pure episodi della seconda stagione dei Medici, Don Matteo e tanto altro: «Mi ritengo fortunato perché ho iniziato con il cinema. Poi, quando ho voluto fare televisione, ho dovuto iniziare con quello che c’era. E adesso piano piano ho rimesso piede nella televisione “alta”, proprio nel momento in cui sta diventando il nuovo cinema. In questo senso, True Detective è stato un punto di passaggio fondamentale anche per far crescere la qualità».

Dicevamo: dopo Cary Fukunaga, le cose stanno cambiando. Secondo il già vecchio adagio “le serie sono sempre più cinema” (e, di conseguenza, gli spettatori sempre più esigenti danno peso ai credit). E grazie a un incontrovertibile dato di fatto: un episodio di The Walking Dead o Game of Thrones può avere lo stesso numero di spettatori di un blockbuster. La visione diventa determinante: il regista può essere davvero l’arma segreta di un prodotto seriale, o «l’anima», nelle parole di Jan.

«Nel sistema inglese e americano c’è lo showrunner che coordina tutto: il regista è un esecutore, mette in scena, punto, e spesso si tratta di un episodio soltanto». In Italia invece la figura del curatore della serie non esiste, «e si tende a utilizzare meno registi per dare più unità al prodotto. DOC l’ho firmata anche come produttore esecutivo, un modo per riconoscere che l’avevo condotta per mano dall’inizio. Nei suoi post Argentero scrive carinamente che sono “il papà di DOC”».

Luca Argentero e Jan Michelini sul set di ‘DOC – Nelle tue mani’

Quello di Diavoli poi è un caso a parte: nessuno showrunner, ma «un lavoro collettivo, con un impegno immenso e tanti nomi dal punto di vista della scrittura, che si è aggiustato molto anche sul set: l’apporto registico è stato fondamentale per creare una serie innovativa, per molti versi unica». Come si può descrivere questo stile? Semplicemente come il linguaggio di Diavoli: «Un mix tra impianto cinematografico, dal punto di vista del formato e della composizioni, e iniezioni più grezze di realismo, con gli spezzoni tratti dalle news, per sottolineare il fatto che stiamo raccontando una storia di finzione sì, ma che si incastona in un momento storico ben preciso».

Diavoli capovolge la prospettiva sul mondo della finanza: non più gli eccessi tutti americani dei broker alla Gekko e alla Belfort raccontati da Oliver Stone e Martin Scorsese, ma il punto di vista europeo, più freddo e più spietato, come il ferro e il vetro delle architetture del distretto finanziario londinese in cui è ambientata la storia: «A un certo punto c’è un inseguimento per le strade di Canary Wharf: ecco quella è la sequenza che mi ha fatto impazzire più di tutte. Ti assicuro che far sfrecciare una Ferrari a tutta velocità nel quartiere della finanza alle otto di sera non è affatto semplice. Rivelerò come l’ho realizzata tecnicamente solo dopo che sarà andata in onda, perché non ci crederà nessuno», ride Jan.

Mi racconta anche altri esempi di come un regista può intervenire su una scena che è stata scritta in certo modo e reinterpretarla ma, per evitare qualsiasi tipo di spoiler, diciamo solo questo: un intercut tra il dialogo di due personaggi può diventare un suggestivo incontro tra il passato e il presente di uno dei protagonisti. E capita anche che una battuta fondamentale nelle dinamiche tra character non sia in sceneggiatura, ma nasca durante le prove. «Il lavoro sul set può stravolgere una scena, non bisogna mai arrivare mai con un’idea fissa in testa, ma essere sempre disposti a ripensare, a sorprendere e sorprendersi»: è questo, insieme alla teoria del “circondati di persone valide e avrai un progetto valido”, uno degli insegnamenti di Nick Hurran, già regista di celeberrime serie british come Doctor Who e Sherlock (per cui è stato anche nominato agli Emmy), che Jan si porta dietro. Così come l’esperienza al fianco di tanti altri grandi, vedi Nostro Signore della Tv Ryan Murphy, con il quale Michelini ha collaborato per Mangia Prega Ama: «È un tipo molto particolare, ha un grande controllo del set, una cosa innata che ho perfezionato con lui. A volte rischi di sembrare un po’ despota, ma devi sapere bene quello che stai facendo. E allo stesso avere la capacità di ricrederti. Poi la cura quasi maniacale dei dettagli, dei particolari: chi lavora con me, lo sa, purtroppo», ride.

Jan Michelini e Alessandro Borghi. Foto: Antonello&Montesi/Sky



Come si passa dalla serialità più popolare di Don Matteo e, per certi versi, anche di DOC, a quella internazionale, più sofisticata di Diavoli? «Con grandissima naturalezza: se per tutta la vita ti sei formato per girare una serie così, quando lo puoi fare ti sfoghi», sostiene Jan. «Ti dico una cosa che forse ti sorprenderà: è più semplice fare questo tipo di serialità. Per un regista, Don Matteo è una follia, è difficilissimo perché mescola stili diversi, c’è una quantità infinita di scene da girare. Prendi anche DOC, ad esempio: abbiamo a disposizione 7 giorni e mezzo a puntata. Quando invece hai 10-11 giorni per girare un episodio, puoi provare le sequenze e riuscire davvero a dare sfogo alla tua creatività: ti puoi permettere di posare lo sguardo, di scegliere. Banalmente, di pensare».

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