Fabrizio Bentivoglio, l’ultimo dei romantici | Rolling Stone Italia
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Fabrizio Bentivoglio, l’ultimo dei romantici

Come Monterossi, il personaggio al centro dell’omonima serie appena arrivata su Amazon Prime Video. Un insolito poliziesco che sembra cucito su misura sull’attore ‘che mette d’accordo tutti’. Lo abbiamo incontrato

Fabrizio Bentivoglio in ‘Monterossi – La serie’

Foto: Andrea Miconi/Amazon Studios

Fabrizio Bentivoglio e Carlo Monterossi si conoscono ormai quattro anni fa. E si piacciono subito. Monterossi è un tipo strambo, metà autore televisivo e metà detective improvvisato: difficile non provare simpatia per uno che demolisce il proprio ego anziché battersi i pugni sul petto. Goffo, innamorato come un ragazzino, inguaiato in un giallo che lo costringe all’avventura quando avrebbe preferito solo mettere su un vinile di Bob Dylan. Bentivoglio invece, be’: Bentivoglio è Bentivoglio. Sta bene su tutto, specialmente dove non te l’aspetti. Per esempio su Amazon Prime Video, protagonista di una nuova serie in 6 episodi che è una specie di crime dell’assurdo con un’ironia imbranata: parte un colpo di pistola, ma nel dubbio scoppia pure una risata. D’altronde, ve ne accorgerete, tutto ruota attorno a due parole: dito e culo. Ecco: ora immaginate Bentivoglio che le combina insieme, e il ritratto di Monterossi è fatto.

«Fino a poco fa il termine piattaforma ci faceva pensare solo all’estrazione di petrolio in mezzo al mare», mi dice alla vigilia dell’uscita. E sì, è un po’ quello che ci stiamo chiedendo tutti, che effetto faccia a un veterano come lui mettersi in gioco e prendere parte a questo cambiamento. «Dici che funziona?», mi chiede, quasi rigirandomi la domanda. Perché una cosa è certa: l’idea che la serie venga vista ovunque e in simultanea lo stuzzica parecchio. Fosse anche solo perché “il buon Monterossi”, come lo chiama lui, sta simpatico pure a Bentivoglio.

Di’ la verità, ti sei fatto convincere subito? O hai opposto resistenza come il tuo Monterossi?
No no, anzi! Devo dire che fin dalla prima lettura dei libri mi ha fatto subito simpatia, il buon Monterossi. Con la pandemia di mezzo abbiamo aspettato e rimuginato molto. Finché non è sgorgato tutto in modo naturale.

In questi giorni hai ricordato di quando Mastroianni ti raccomandò di non metterti a fare la tv. Era il 1993: faceva paura, eh?
Va detto che molto era già successo, in quegli anni. Però eravamo ancora freschi di Fellini che filmava una troupe cinematografica circondata dagli indiani con le antenne televisive. Eravamo ancora meravigliati, ma proprio tanto, quando improvvisamente partiva uno spot pubblicitario nel bel mezzo di un film. Sembrava una roba di lesa maestà, nessuno avrebbe mai pensato che saremmo arrivati a questo. Erano ancora anni in cui la televisione, da chi faceva cinema, veniva vista quasi come un nemico.

Oggi avete ufficialmente fatto amicizia?
Diciamo di sì. Ma ci sarebbe anche da fare un distinguo tra fiction e ospitate televisive, che da una parte sono ancora più imbarazzanti.

Sì? Quando fai un passaggio nei salotti televisivi sembri sempre divertito.
Perché ho imparato con gli anni. Da giovane ero molto più contratto e refrattario. Sai, quando poi lo fai per qualcosa di cui sei contento e che pensi sia venuta bene…

Diventa quasi un piacere farlo?
Non mi spingerei così oltre, ma insomma, lo si fa volentieri.

La serialità televisiva oggi muove una fetta enorme del mercato audiovisivo. Senza i premi adeguati, il gioco vale comunque la candela?
Be’ dai, ci sono i premi televisivi…

Sì, ma mica ti svoltano la carriera come nel cinema.
Io credo ne nasceranno altri. La serialità televisiva era qualcosa che fino a qualche anno fa neanche riuscivamo a concepire. La parola piattaforma ci faceva pensare all’estrazione di petrolio in mezzo al mare. Adesso invece il tuo film viene trasmesso su una piattaforma e dopo una settimana è stato visto da dieci milioni di persone.

Non capisco se sei un purista che si sta ricredendo, sai?
Forse non saprei dirtelo neanche io. Sono assolutamente legato alla sala, se mi dicessi che il film che ho fatto non uscirà in sala per andare direttamente su piattaforma, una parte di me si dispiacerebbe tanto. Però c’è anche un’altra parte di me, che invece è curiosa verso un cambio di prospettiva così ampio. Voglio dire: adesso tutti possono vedere tutto, contemporaneamente nel mondo, e per giunta 6 episodi in una botta sola. Come potrebbe non affascinarmi? Se pensi che eravamo abituati all’appuntamento del lunedì sera, con due episodi alla volta…

Foto: Amazon Studios

Ma quindi cosa funzionerà di Monterossi?
(Ride) Tu dai per scontato che funzionerà?

Credo che su alcuni ingredienti del personaggio ci potresti scommettere…
Sì, questo è vero. Ma, come diceva l’altro giorno Roan (Johnson, il regista, ndr) in conferenza stampa, se non ci fossero stati i romanzi di Robecchi e qualcuno fosse venuto a raccontarmi un soggetto per una cosa televisiva dove c’è un autore che ha scritto un programma che non sopporta e che poi si mette a fare delle indagini…

Un casino, insomma.
Eh. Io ti avrei detto di no, probabilmente. Puzzava lontano un miglio di cosa accroccata che non avrebbe funzionato mai. Invece tu mi dici che tutta la faccenda sta in piedi?

Ti dico che per me Monterossi è un personaggio irrimediabilmente simpatico.
Lo è, lo è. E qui credo che conti tantissimo avere il romanzo alla base del progetto. Così come non è roba da poco il fatto che Robecchi abbia collaborato alle sceneggiature.

Roan Johnson ti piace? A me molto.
Anche a me, molto. Ha una leggerezza tutta sua, forse è questa paternità inglese… Lui è immune alla commedia all’italiana, non riuscirebbe a farla neanche se volesse.

Senti, Monterossi è uno che sceglie di farsi giustizia da solo. Era una premessa rischiosa, non trovi?
Effettivamente sì. Perché questo suo senso di giustizia è imparentato al nostro, a quello del cittadino medio. Non ha certo a che vedere con processi, giudici e inquirenti… E non sempre le cose coincidono, non sempre quello che a te sembra giusto è anche legale, così come quello che è legale non è detto che sia anche giusto. Monterossi, per come è fatto lui, si arroga la possibilità di prendere altre strade.

E porta i poveri nel mondo dei ricchi, come un Robin Hood.
Lui è quasi innamorato dei perdenti. Ha un’attenzione speciale per chi è meno fortunato.

Professionalmente è un uomo che si sente inferiore alla donna che ama, e fa di tutto per essere alla sua altezza. È un motore narrativo importante per un protagonista maschile.
Effettivamente è un dettaglio non da poco. Mi piace questo suo rimpianto quasi anacronistico e fuori dalla sua età. Lui è incartato come un ragazzetto. Dopo anni che lei lo ha lasciato, è ancora lì con la sua foto sullo scaffale e con la speranza che tutto possa ricominciare da un momento all’altro. Monterossi è un ingenuo, un idealista, un sognatore.

L’ultimo dei romantici?
L’ultimissimo.

Eppure “tutti vogliono ficcargli qualcosa su per il culo”.
Grande metafora, no?

Ti ha mai deluso un personaggio a cui avevi dato fiducia?
Be’, no…

Non riesco a crederci, hai una filmografia infinita.
(Ride) Dico davvero. Il fatto è che mi sono sempre concesso la libertà di scegliere i progetti, e poi di assumermene tutte le responsabilità. Come dicevamo prima, non hai l’assicurazione che quello che ti appresti a fare verrà bene. Sarebbe scorretto scendere dalla barca se viene meno bene di come avevi previsto. Qualche volta ci sono riuscito, altre meno.

Il tarlo qual è?
Probabilmente il mio è quello tipico dell’attore teatrale: non posso fare a meno di ripensare a quello che ho girato. Al cinema, dal momento in cui il regista dice stop, hai fatto la scena. Per lui è buona. E tu non la rifarai mai più nella tua vita, capisci? Allora per me diventa inevitabile ripensare – non una sera, ma a lungo – a quello che ho fatto, che non sono riuscito a fare, e a come avrei dovuto farlo. La verità è che se potessi rifarei sempre tutto meglio.

Quindi sei uno di quelli che dopo lo stop corrono in regia a riguardarsi?
Dipende. In realtà per lunghi anni non ho mai guardato. Adesso ho imparato a farlo, soprattutto dopo aver girato il mio film da regista (Lascia perdere, Johnny! del 2007, nda). Ho scoperto che alcune volte riguardarsi aiuta davvero.

Fabrizio Bentivoglio con Martina Sammarco. Foto: Andrea Miconi/Amazon Studios

Di Bob Dylan si sta già parlando parecchio, la soundtrack è una delle chicche della serie. Il tuo buon Monterossi dice: “Ci sarà sempre il buon vecchio Bob per consolarti”. Qual è invece il tuo Bob Dylan?
Al di là di Bob stesso, è sempre stato Fabrizio De André. Un amore di lunga data che non morirà mai. È lui il mio compagno di viaggio musicale. Da quando ho il bene di ascoltare musica, io ascolto De André.

Dal vivo lo hai conosciuto?
Sono riuscito a conoscerlo tardi, ma sì. E gli ho stretto la mano. Ne vado molto orgoglioso, ho anche una copia delle Nuvole in casa, che custodisco gelosamente.

Pupi Avati, che conosci bene, una volta mi ha detto che non si definirebbe un regista, ma un musicista fallito. Suonava il clarinetto finché nella band non è entrato Dalla, e allora gli è crollata ogni certezza. Tu rischiavi d’essere un calciatore e perfino un dentista, ma ho l’impressione che la musica ti rincorra da vicino.
Sì, c’è sempre stata, ci rincorriamo. Ammesso che sia lei a correre dietro a me, io mi son sempre girato a vedere se c’era. Non manca mai, anche in quei due filmetti che ho fatto, in cui contemplo anche il cortometraggio, la musica è una protagonista. L’incontro con la Piccola Orchestra Avion Travel è stato cruciale, con loro ho condiviso tanto. 150 repliche a teatro, poi il film, e sono perfino riuscito a fargli fare un disco con le mie canzoni, Sottotraccia.

Parli con chi l’ha consumato: “Se fossi nato a Napoli, se avessi più testicoli, insomma, se avessi fatto apprendistato in mezzo ai vicoli”. Sto sondando il terreno, avrai capito dove voglio arrivare.
(Ride) Mi fa piacere che ti piaccia, è una materia a cui sono legatissimo e che mi rappresenta. E allora ti dico che sì, continuano ad esserci progetti congiunti con la musica. E che con l’Orchestra di Piazza Vittorio vorremmo riprendere uno spettacolino su Charles Mingus, voce e orchestra…

Quando ti fanno notare che lavori con i più grandi registi, tu rispondi che lavori anche con i più grandi attori. Una puntualizzazione insolita. Sei affezionato alla tua categoria?
Le sono affezionato proprio perché è fragile e preziosa, e quindi va protetta. Te lo dico come se non ne facessi parte. Ultimamente facciamo più squadra, paradossalmente è stato un regalo della pandemia, con la nascita dell’associazione U.N.I.T.A. Il progetto è diventato un interlocutore ad altissimi livelli, al di là delle belle parole nelle interviste che tutti diciamo.

Quindi ti sei ricreduto anche sui social (che non hai)?
Quando vengono usati bene, sì. La prima scintilla dell’associazione è nata tutta sui social… ma io sono stato contattato via email.

Dicono di te che sei l’attore che mette d’accordo tutti. Io sono tra i sostenitori di questa teoria, tu che ne pensi?
Come faccio a contraddirti? Prendo e porto a casa. Ammesso che sia così, credo però che per mettere d’accordo tutti debba passare molto tempo. Mi chiedi da cosa potrebbe dipendere? Forse dal portare ogni volta qualcosa di nuovo rispetto ai ruoli precedenti, facendo sempre una sorpresa. E sbucare puntualmente dove uno meno se l’aspetta.

Per esempio su Prime Video con Monterossi. Credi che ti manchi qualcosa, dopo quarant’anni di carriera? L’etichetta vuole che tu risponda di no, ma vediamo.
Invece ti dico di sì: non aver fatto l’Amleto con Strehler. Mi manca quello, e ormai è andata. Non capiterà mai più.

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