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Fabio Volo: «Nel mio programma c’è di tutto, anche un culo nella sigla, ma parla alla gente»

Mentre Instagram trabocca di live autoreferenziali tra personaggi famosi, Fabio Volo ha messo in piedi ‘The Orchite Show’, un programma casalingo a budget zero che coinvolge tutti, anche le persone comuni, e potrebbe finire in tv

Fabio Volo

C’è la rubrica sui video più assurdi in tempi di lockdown, ci sono i vip, ma anche i collegamenti con persone comuni, c’è il karaoke con i medici degli ospedali afflitti dall’emergenza coronavirus e c’è la sigla con Fabio Volo che si fa la doccia nudo come mamma l’ha fatto. The Orchite Show non è una programma televisivo, non è una diretta Instagram, è un progetto casalingo a budget zero, però scritto, girato e montato. Un format ibrido diffuso via social che punta sul coinvolgimento del pubblico o, dalla prospettiva dello stesso Volo che lo ha ideato, «un gioco nato un po’ per rompere la noia, un po’ per dare respiro e trasmettere gioia di vivere». E sarà che molti si erano stufati di vedere gente più o meno nota parlare dalle proprie case con collegamenti talvolta pessimi e spesso tanta autoreferenzialità, non solo funziona, ma è piaciuto sin dalla prima puntata (mezzo milione di visualizzazioni e oltre tremila condivisioni), tanto che a un certo punto si è pure presentato uno sponsor a metterci dei soldi che saranno donati in beneficenza.

Sabato 9 maggio sarà online la settima, di puntata, di cui Rolling Stone vi presenta una clip in anteprima: dopo Valentino Rossi, Giuliano Sangiorgi, Alessia Marcuzzi, Carlo Verdone e altri, gli ospiti questa volta saranno Paola Cortellesi, Orietta Berti e un terzo della Gialappa’s, Marco Santini. Il sospetto è che tutto ciò approderà presto sul piccolo schermo, ma Volo ci scherza su: «Noooooo, e chi c’ha voglia?!», esclama dalla casa di amici in Liguria dove si trovava quando è scattato il lockdown e dove ha deciso di restare con moglie e figli in questo periodo di emergenza sanitaria. Salvo aggiungere: «Si vedrà, dai, intanto questa è l’espressione della mia creatività».

Hai avuto la fortuna di ritrovarti chiuso in casa con un pubblicitario e una produttrice, questo va detto. Ma diciamo anche che pure tu inizialmente avevi affrontato la quarantena forzata con delle dirette Instagram in cui insegnavi a preparare croissant e focacce.
Quelle dirette le ho fatte perché da persona che non guarda la tv – perché solitamente non la guardo – qualche settimana fa, essendo in quarantena, mi era capitato di accenderla e avevo visto che era solo un avvicendarsi di bollettini di morte, polemiche, esperti di qualsiasi cosa: dopo cinque minuti mi mancava già il respiro. Volevo contrastare quell’ondata di buio con la luce e dato che so panificare… Ma lì stavamo vivendo ancora il momento patriottico ed euforico, quello dei canti sui balconi.

Tra te e te cosa pensavi in quel periodo?
Che se le cose non fossero migliorate quell’entusiasmo sarebbe finito, perché quello è un po’ l’entusiasmo di chi corre i 100 metri, ma il maratoneta sa che se la faccenda è lunga bisogna risparmiarsi. Poi, però, abbiamo iniziato tutti a spaventarci, l’immagine dei camion dell’esercito a Bergamo ha cambiato la percezione. Ed è stato giusto spaventarsi, ma a un certo punto mi sono convinto che servisse un colpo di reni, e dico così perché ci vuole forza per avere voglia di ridere in certe situazioni. Siccome questa è la mia indole, nel senso che tendenzialmente posso essere triste, ma non sono mai disperato, allora ho deciso di fare qualcosa.

Non in diretta Instagram, però.
No, perché quel tipo di diretta consiste in due persone che parlano e a me hanno sempre detto che quando sei un personaggio famoso vengono a vederti la prima volta per curiosità, ma se non dai qualcosa a chi ti guarda non tornano una seconda volta.

Vero, a me le dirette Instagram annoiano anche quando stimo chi le fa.
È così, perché tu che guardi non partecipi, non ti danno mai la parola, al massimo puoi scrivere un commento. Che poi succede anche in radio, quando ci sono due dj in onda capita spesso che inizino a conversare tra loro dimenticandosi che c’è gente che ascolta. Per questo durante il mio programma su Radio Deejay, Il Volo del Mattino, dico sempre “cari ascoltatori”, perché a me Claudio Cecchetto ha insegnato che chiunque ci sia in studio, anche se ci sono dieci ospiti, tu è con gli ascoltatori che stai parlando. Quindi ho deciso di proporre un format montato, anziché in diretta, ma non è che ci sia stato dietro chissà quale pensiero o che ci siamo fatti le riunioni. Del resto, nemmeno in radio mi preparo le cose da dire, al massimo penso a un argomento da trattare, si programmano le canzoni da mandare in onda, ma dopo tanti anni subentra anche un po’ di mestiere.

A un certo punto la Barilla si è proposta come sponsor.
Prima sono stato contattato da un marchio di birra e già mi faceva strano. Poi, sì, la Barilla, e mi ha sorpreso, perché è un’azienda grande, difficile che si associ a qualcosa di non tradizionale e io non sono molto tradizionale: già si vede il culo nella sigla, poi il titolo del programma fa riferimento all’orchite che è una malattia bruttissima, se ci aggiungi che in radio a volte dico cose che non andrebbero dette… Insomma, sono un po’ fuori controllo, invece mi hanno dato fiducia e alla fine ho accettato. Da una parte sapevo che avere uno sponsor significava che una cosa nata davvero per gioco sarebbe diventata meno gioco e che sarei dovuto stare più attento; ma non parlo di autocensura, semplicemente se hai uno sponsor devi fargli vedere prima il prodotto, programmare l’uscita, sei meno libero in questo senso. Dall’altra ho pensato che accettare la proposta di Barilla potesse essere un buon compromesso visto che dovremmo riuscire a raccogliere 100 mila euro da dare in beneficenza, forse anche qualcosa di più.

Come ti sembra che i media abbiano gestito la comunicazione sulla pandemia? Hanno cavalcato la polemica e creato confusione o sono stati responsabili e accorti nel diffondere le notizie?
La prima, però credo che il problema sia la tv, dove ci sono anche giornalisti seri, ma dove rimane un fatto: tutto ciò che è in televisione è televisivo. Pensa a Sanremo, non è il festival della musica, è il festival televisivo della musica, il che vuol dire che segue una grammatica televisiva: non è l’evento che si adatta alla musica, ma è quest’ultima che si adatta all’evento in quanto trasmesso sul piccolo schermo. Allo stesso modo il giornalista televisivo deve adattarsi alle regole della tv, cioè spararle grosse e fare attenzione a ciò che conta, ossia, in quel contesto, agli ascolti.

Si tratta pur sempre di giornalisti con una responsabilità e una deontologia da rispettare.
Sì, ma la maggior parte sono presentatori televisivi che hanno studiato da giornalisti e quello che gli interessa non è l’informazione, ma che il giorno dopo i dati di ascolto siano buoni. Entrano in questa dinamica. La televisione ama immergere le mani nel fango, per cui più una cosa è drammatica più si drammatizza magari mettendoci sotto la musichina triste con il pianoforte. Fa il suo gioco, per questo non la guardo, fortunatamente ho scelto la vita (ride, nda).

In realtà solo pochi giorni fa hai dichiarato di essere pronto a tornare in Tv con un programma in mezzo alla gente, alla Nanni Loy.
Ma sì…

Tra l’altro come spalla avresti già la signora Annamaria, pensionata: gli spettatori di The Orchite Show! la adorano.
Ah, la signora Annamaria, grandissima lei, in effetti sarebbe bello portarsela in giro! Diciamo che quando faccio televisione mi piace avere anche il personaggio famoso perché serve ad attirare l’attenzione e ti dà una carta d’identità, ti permette di far capire che – come dire – non sei uno scappato di casa. A parte questo, però, a me piace avere a che fare con persone come la signora Annamaria, ho invitato anche dei ragazzi che hanno dovuto rimandare il matrimonio, neo-genitori che hanno avuto i figli in questo periodo assurdo.

Cosa ti dà la gente comune rispetto alle cosiddette celebrità?
Ma sai, quella è la mia estrazione sociale. Se pensi che sono diventato un personaggio – parola orrenda – quando avevo già 30-32 anni puoi capire che il mio carattere si è formato prima, in un ambiente che è quello di tanta gente comune. Gente con cui io, proprio per questo motivo, entro subito in empatia: per me quando parlo con la signora Annamaria è come se parlassi con mio nonno o con mia zia. Ho un’empatia molto forte con la cosiddetta pancia del Paese. Che poi anche quando intervisto i personaggi famosi ho più l’atteggiamento dell’uomo comune, tanti che lavorano in tv intervistano certi personaggi famosi per far vedere “chi cazzo sono io”, mentre io le interviste a volte non le preparo neanche perché seguo semplicemente le mie curiosità nei confronti di quel personaggio. Hai notato che i conduttori televisivi a volte fanno domande che non c’entrano niente con le risposte che l’intervistato gli ha dato? Ecco, è perché non seguono il discorso, seguono la scaletta delle domande.

Eppure, nonostante tu provenga da una famiglia semplice, tra quella stessa gente comune c’è chi ti attacca – e non sono pochi – proprio perché sei quello che ce l’ha fatta. Sotto ai tuoi post ho letto commenti tipo “non tutti hanno il giardino come te”. L’Italia è un Paese classista?
Certo che sì, però capisco certe dinamiche. Ti faccio un esempio: se Gianluca Vacchi, che è un uomo che ha ereditato dalla famiglia un sacco di soldi, fa delle stories in cui lo si vede su delle barche mega, in ville pazzesche, a bordo di macchine costosissime, tutte cose comprate non con soldi guadagnati ma ereditati, non succede niente. Uguale se Lapo fa video con Maserati, yacht e quant’altro, nemmeno con lui non succede niente. Perché sono ricchi di famiglia. Invece quando Bonolis ha preso un aereo privato per andare a Ibiza – sarà costato seimila euro –, tutti a scrivere “ma non ti vergogni? C’è gente che non arriva alla fine del mese”. Cioè, lui che quei soldi se li è guadagnati con la sua capacità deve morire, mentre se sei ricco di famiglia c’è il rispetto.

Come te lo spieghi?
Semplicemente molte persone se vedono uno ricco di famiglia lo ritengono fortunato e basta, mentre quando vedono uno come loro che è diventato ricco reagiscono pensando “cavoli, questo era povero e adesso non lo è più, quindi vuol dire che lui è in gamba e io no”. Solo che non possono ammetterlo, allora cosa fanno? Iniziano a insinuare: ce l’ha fatta perché è un raccomandato, ce l’ha fatta perché mi ha rubato qualcosa… Ti mettono in discussione.

Alcuni. Dopodiché in molti ti apprezzano anche perché sei il figlio del panettiere, o no?
Ma certo, queste sono le cose che per me hanno più valore. Arrivo da una famiglia che ha dovuto affrontare problemi economici molto seri, umiliata dalle banche con pignoramenti e cose così, e sono fiero di essere riuscito a risolvere io quei problemi grazie al mio lavoro. E non sai quanto può essere appagante: mio padre mi ha ringraziato, ma anch’io ho ringraziato lui.

Da qualche parte ho letto di un salvadanaio della Comunione: cos’era?
Quando ero piccolo avevo questo salvadanaio dove avevo messo i soldi che mi avevano regalato per la Comunione, soldi arrivati su suggerimento dei miei: non stare a comprare regali, la busta con i soldi va bene. In pratica faccio la Comunione la domenica e già il lunedì mattina il salvadanaio non c’è più, perché in verità quei soldi servivano per ripagare dei debiti.

Con il coronavirus tantissime persone perderanno il lavoro, finiranno schiacciate dai debiti. Mi sa che il tuo ottimismo lì non arriva.
Già. Infatti quando dicono che bisogna apprezzare le piccole cose rispondo sempre che è vero, ma aggiungo anche che chi ha problemi economici non può stare a pensare alle piccole cose. Io adesso posso permettermi di trascorrere un pomeriggio leggendomi un libro, di farmi una lezione con un guru indiano, mi sono tolto delle seccature che molti, però, hanno. Anche quando mi dicono “eh, ma la gente non legge, non va alle mostre”: ok, ma c’è gente che ogni giorno ha delle rotture di coglioni incredibili da risolvere entro le 8 di sera, e sai quanto preferirebbe, quella gente, passare le giornate leggendo o andando per mostre?

Quindi è vero che fai meditazione? Con il guru indiano?
Sì, mi fa troppo ridere, a me i guru fanno riderissimo.

Infatti non riesco a immaginarti mentre mediti.
Invece faccio meditazione, yoga, porto avanti ricerche sugli sciamani dell’Amazzonia: ho tutta una parte diciamo “spirituale” che è abbastanza centrale nella mia vita. Se non la condivido molto con il pubblico, anche se ogni tanto qualcosa mi sfugge, è un po’ perché sono cose difficili da spiegare, un po’ perché se mi metto a trattare temi del genere finisce davvero che mi mandano a quel paese: se dici a uno che ha problemi seri da risolvere che “però c’è quel guru che dice…”, è normale che quello ti prenda a calci.

Ora come vedi il post-pandemia, tu che avevi impostato la tua vita sfruttando il lato positivo della globalizzazione, ossia la possibilità di vivere in più luoghi – Italia, Stati Uniti, Islanda – continuando a viaggiare? Ci hai riflettuto?
Ma intendi per l’inquinamento che si provoca viaggiando tanto in aereo?

Non solo, c’è di mezzo anche uno stile di vita che in futuro potrebbe essere più difficile da mettere in atto, almeno finché non troveremo terapie e vaccini contro il virus.
Guarda, pensavo che non sarei mai stato in grado di vivere nella monogamia, invece ce l’ho fatta benissimo, mentre se dovessi rinunciare a viaggiare come prima sono sicuro che starei male, perché per me è davvero una passione fortissima che ho da sempre. Tra l’altro ho amici in tutto il mondo e a seconda di dove mi trovo ho esperienze e ritmi diversi, e mi piace tantissimo cambiare. Comunque non ho la macchina, quindi per la questione inquinamento anche se prendo un volo ogni due mesi dovrei pareggiare. Non so, eh, di sicuro non sono uno che corre sempre.

Ai tuoi figli come l’hai raccontata la pandemia?
Gli ho spiegato che c’è un virus che si può respirare e che può far male a delle persone e che anche se per noi non è così pericoloso per altri può esserlo molto ed è per loro che dobbiamo stare attenti. In famiglia non abbiamo paura di uscire, se stiamo attenti è per responsabilità verso gli altri.

Lo scorso gennaio, mentre eri in onda con il tuo programma su Radio Deejay, hai attaccato Matteo Salvini per la vicenda delle citofonate e sei stato un po’ cazziato da Linus, benché solo per la forma e non nella sostanza. È solo un esempio, ovviamente, ma dover essere politicamente corretto ti pesa?
Intanto io non attacco mai i politici sulla politica, non entro mai nella discussione strettamente politica quando faccio queste cose, e le ho fatte sia in radio sia in tv con Berlusconi, con Maroni, con Renzi. Quando intervengo è perché vedo un comportamento scorretto da cittadino e siccome in quanto essere umano mi sento responsabile, ossia ho l’abilità di rispondere, allora rispondo. Quindi non ti attacco se dici che c’è bisogno di una zona pedonale in centro, ti attacco, anche se sei un politico, se vedo che non hai rispetto verso qualcuno, se non ti comporti bene da un punto di vista umano. Linus non è che mi ha cazziato, Linus da direttore di Radio Deejay ha altre regole da rispettare. Io il direttore non ho mai voluto farlo, anche se me l’hanno offerto, perché per me la parte della mia espressione creativa non può essere bloccata, mi interessa la libertà.

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