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‘El Camino’, Vince Gilligan racconta il film di ‘Breaking Bad’

L’autore, produttore e regista parla delle origini del sequel, del suo debito nei confronti di Stephen King e del suo piano per spedire Jesse in prigione, che poi è andato all’aria

Aaron Paul e Vince Gilligan sul set di 'El Camino'

Foto: Ben Rothstein/Netflix

“Probabilmente non dovrei dirtelo ma, se devo essere sincero, non c’era alcun bisogno di questo film”, mi ha confessato Vince Gilligan a proposito di El Camino, durante una lunga telefonata di sera tardi. Nonostante abbia creato una delle migliori serie tv di tutti i tempi e lo strepitoso prequel Better Call Saul, Gilligan riesce ad essere modesto fino all’inverosimile. Quel commento però non si riferiva alla qualità di El Camino – il sequel che segue Jesse Pinkman, interpretato da Aaron Paul, nel periodo immediatamente successivo al finale dello show – quanto all’idea di completezza della storia. Il lungometraggio racconta nel dettaglio quello che succede a Jesse dopo essere scappato dai neonazisti con l’aiuto di Walt* – e gli lascia lo stesso spazio per l’addio che era stato dato a Walt nel finale della serie – anche se di base la sua vicenda, e la collaborazione tra i due, era già stata conclusa alla fine delle 62 ore in tv.

*Anche se, come nota sotto Gilligan, in El Camino ha scelto di rivolgersi ai molti fan di Breaking Bad che, dopotutto, non avevano percepito l’ultima scena di Walt come un addio.

Qui Gilligan racconta di come ciò che “era iniziato come una cosa piccola” è diventato un lungometraggio, perché alcuni personaggi sono tornati e altri no, di come lo stile da fuorilegge di Jesse sia diverso da quello Mr. White e molto altro (inclusi parecchi spoiler sul film).

Quando hai avuto l’idea per El Camino?
L’avevo già da un po’. Mentre scrivevo l’episodio finale di Breaking Bad non riuscivo a smettere di chiedermi: dove sta andando Jesse? A quel tempo ho pensato: “Non importa. Voglio credere che sia diretto verso un posto migliore, che la farà franca”. Ma con il passare dei mesi e degli anni mi sono ritrovato a fantasticare: “Ma, esattamente, in che modo sarebbe scappato?”. È un ragazzo che viene dalla strada, abbastanza scaltro, ma non è Walter White. Non è Gustavo Fring e nemmeno un genio del crimine. Come se la caverà? Facevo a pugni con tutto ciò e pensavo che spettasse a ogni singolo spettatore decidere quale fosse la fine migliore per Jesse Pinkman: è scappato? Non lo ha fatto? Ma con il passare del tempo ho capito che avrei voluto giocarci un po’. E poi cerco sempre una scusa per poter lavorare con Aaron, perché è un attore eccezionale. È da sei anni che ci provo. L’anno scorso, per il decimo anniversario della serie, ho iniziato a pensare: “Forse possiamo avere un po’ di soldi dalla Sony e fare un mini episodio. Si intitolerà 63, cioè il 63esimo episodio. Una roba di 15 o 20 minuti”. E si è velocemente trasformato in una puntata di un’ora. Che è poi diventata un film di due. Non è economicamente vantaggioso riunire una troupe per girare un’ora di storia. È cresciuto velocemente fino trasformarsi in un film. Inoltre respingevo le idee degli autori di Better Call Saul che mi dicevano: “Forse non dovresti intitolarlo 63. Vorrebbe dire che Breaking Bad non è completo, che abbiamo lasciato qualcosa in sospeso”. Erano convinti che questo sarebbe dovuto essere un nuovo capitolo, mi arrivavano tutti questi bei suggerimenti da Peter Gould e i nostri autori. Ecco com’è nato El Camino.

Quindi da un lato senti che la storia di Breaking Bad è completa, ma dall’altro hai voluto fare questo film. In che modo allora El Camino esiste in relazione alla serie? Alla stessa maniera in cui Better Caul Saul si relaziona allo show originale?
Sono tutti connessi, ma non ce n’era bisogno, come Better Call Saul non serviva a Breaking Bad o viceversa e questo film non è necessario a nessuno dei due show. Esistono tutti insieme in un sistema più grande. Hanno un senso separati e se ne può vedere uno senza guardare gli altri due, ma probabilmente così non sarebbe un’esperienza completa. Questo film da solo forse è di un livello minore rispetto agli altri due lavori, ma penso che lo si possa guardare anche se non si è mai vista la serie. In fin dei conti non c’è tanto da capire: un tipo in fuga perseguitato dal suo passato. Come la farà franca? Ce la farà? Detto questo, ci sono un sacco di dettagli: perché si trova in questo inferno? Chi è questo tizio biondo e matto che lo tratta in maniera educata, ma continua a tenerlo schiavo? Di sicuro è un’esperienza più ricca e profonda se si è visto Breaking Bad.

Dopo essere stato co-protagonista dello show per un certo periodo della serie, Jesse fa un passo indietro negli ultimi otto episodi, che si concentrano su Walt. Ne eri consapevole mentre giravate?
Assolutamente. Ricordo che nelle ultime stagioni soffrivo al pensiero che non solo Jesse non fosse più al centro dell’attenzione, ma che praticamente avevamo separato Stanlio e Olio. I miei momenti preferiti di Breaking Bad sono quelli in cui Pinkman e White lavoravano insieme, c’era quella chimica tra di loro, senza giochi di parole, con Jesse che faceva uscire di testa Walt. Nelle ultime stagioni, quando si sono allontanati, c’era un sacco di tensione: “Stiamo incasinando tutto quello che ci ha portato fino a qui, che ha appassionato tanti fan?”. Ma sono sempre riuscito a dormire la notte perché ho realizzato che è la storia ad averci portato a quella soluzione, e su questo siamo stati onesti. Se la vicenda ti guida al punto in cui i personaggi si separano, devi continuare a seguirla. Non puoi obbligarli a stare insieme perché è in quel momento che metti davvero in pericolo la qualità e l’integrità della trama. Quindi sì, l’ultima stagione riguarda quasi tutta Walt. Se c’era una storia completa al 100% in Breaking Bad, per me era quella di White. Quando Jesse Pinkman in El Camino se ne va di notte urlando, piangendo e ridendo, vittorioso e traumatizzato allo stesso tempo, non riesci a smettere di chiederti: “E ora?”.

Bryan Cranston, Aaron Paul e Vince Gilligan sul set di ‘Breaking Bad’. Foto : Gregory Peters/AMC

Durante gli anni abbiamo discusso parecchio della tua passione per l’analisi di tutti gli aspetti dell’essere un criminale, per esempio come liberarsi di un cadavere. In che misura fa parte del tuo processo di scrittura?
Detto in poche parole, amo il processo. Penso di averlo imparato da Stephen King: non l’ho mai incontrato, ma sono un fan delle sue opere, tra l’altro ha realizzato un bellissimo libro sulla scrittura (On Writing – Autobiografia di un mestiere). Mi è sempre rimasto impresso: è il processo a essere interessante. Se lavori da Pizza Hut e leggi un libro su un medico forense, lo vuoi vedere in azione e capisci subito se ci sono scritte stronzate. Se leggi le storie di un pilota di linea, della marina militare o del presidente degli Stati Uniti, puoi capire in qualche modo cosa è inventato e cosa no. Ma se la persona che ha creato quel personaggio ha fatto il suo lavoro e si è occupata scrupolosamente di ogni aspetto, ti coinvolge. Forse vedo più citazioni del signor King di quante non ne abbia messe nel libro, ma mi è rimasta veramente impressa l’idea che si possa mostrare qualcuno nel mezzo di un processo, mentre va dalla A alla B alla Z, che ci si possa occupare di un livello così dettagliato. Noi narratori tendiamo a dimenticarcelo. “Dobbiamo arrivare alla prossima esplosione” oppure “dobbiamo cambiare le carte in tavola” come amano dire i dirigenti del network. “Devi tagliare tutti gli aspetti piccoli e noiosi e andare da un apice all’altro”. Il risultato è un sovraccarico di climax. I dettagli sono quello che mantiene il grosso della storia interessante. Se, per esempio, sei Jesse Pinkman, come diavolo farai a uscire dalla Dodge con gli sbirri e compagnia bella che ti stanno cercando? Avrai bisogno di soldi per farlo e come farai a prenderli? Per me è quel puzzle che lui deve risolvere in pochissimi secondi ad essere davvero interessante.

In che modo Jesse agisce in maniera differente da Walt nel film?
Ha molta più esperienza sulla strada rispetto a Walt, e ha buon senso. E mi rende davvero felice che Jesse non sia più quello che abbiamo incontrato nel 2008, è cresciuto molto. A livello di trama, questo è un film sulla sua fuga, ma anche sulla sua crescita. Almeno, questa è l’intenzione. Lui non è Walt, ma se il punto centrale del film fosse la sua trasformazione in un Walter White 2.0 sarebbe una tragedia. Sorprendentemente, Jesse è sempre stato il codice morale nascosto di Breaking Bad. Ce ne siamo resi conto, una volta, nella sala degli autori ed è diventato molto importante per noi. Se la coscienza di Breaking Bad alla fine di questo film fosse diventata soltanto un altro Walter White, avrei odiato tutto. Di base, vorresti solamente vedere questo povero ragazzo riuscire a scappare via.

Per questo ho cambiato e ricambiato il copione. Era la prima volta da parecchio tempo che scrivevo qualcosa da solo, anche se ho ricevuto un sacco di buoni appunti da Peter Gould e dagli altri scrittori. Durante la stesura non vedevo la luce fuori dal tunnel, ero solo, armato a malapena di una torcia elettrica. Avevo molte versioni diverse. In una di queste Jesse va in prigione, in parte di sua iniziativa, si consegna alla legge. L’ho proposto a Peter e agli autori, ma erano tutti inorriditi. Holly, la mia ragazza, mi ha detto: “Non puoi farlo”. Le ho risposto: “Ma non capisci?! È un modo di accontentare tutti dal punto di vista della trama. L’ultima cosa che vuole è andare di nuovo in carcere, ma costruirò la storia in modo che lo faccia per aiutare qualcun altro”. Mi hanno convinto che mi sbagliavo.

Il momento clou del film è quando Jesse si trova nell’officina e affronta Neil e la sua squadra. Come paragoneresti il suo approccio a quella situazione rispetto a quello che avrebbe fatto Walt?
È il trucchetto più semplice del mondo: sventola una mano in modo che il cattivo non veda che cosa sta facendo con l’altra, un vecchio giochetto che viene dalla strada. Walter White avrebbe usato la termite per aprire la serratura o qualcosa del genere, poi sarebbe entrato nel locale e avrebbe mischiato i gas per asfissiare tutti e cinque gli uomini. L’avrebbe fatto in modo scientifico. Jesse va lì solo per esorcizzare i suoi demoni. Vuole guardare negli occhi quel figlio di puttana che ha creato quella catena assurda a cui Jesse è stato legato per così tanti mesi. Walt inoltre non avrebbe concesso a quei tipi una via d’uscita, probabilmente li avrebbe uccisi tutti. Ma Jesse si mette faccia a faccia con quell’uomo e gli chiede 1800 dollari. Io credo nel profondo del mio cuore che se il tizio gli avesse dato il denaro, sarebbe uscito senza uccidere nessuno. Ma Pinkman ha capito la situazione e ha scelto il piano B. È stata una mossa pericolosa perché gli hanno quasi sparato. E in ogni caso, per quel che può valere, nel copione originale e nella versione che abbiamo girato, gli sparano davvero su un fianco e poi se ne va e guarisce con l’aiuto di Ed. Sarà presente come scena eliminata nella versione blu-ray quando uscirà.

Nella serie hai lavorato molto con i riferimenti al genere western e il confronto tra Jesse e Neil ricorda davvero un duello tra cowboy all’italiana, forse più di ogni altra cosa che tu abbia fatto.
Non ho potuto evitarlo. Sai, amo molto il genere e ho pensato: “Perché no?”. Abbiamo inserito una sequenza rapida, alla vecchia maniera, mi sembrava il momento giusto. L’orgoglio e l’essere uomo di Neil Kandy, il nuovo cattivo, è stato messo in dubbio dal suo socio Casey. È fatto di coca ed è incazzato, deve fare l’uomo. E questo è l’ultimo sbaglio che farà. Qualsiasi tizio che ha una calibro 45 nella fondina anche quando delle spogliarelliste ballano la lap dance per lui, è uno che è davvero preso dalle pistole e dalla sua mascolinità.

Il report alla radio su Lydia è l’unico aggiornamento che abbiamo su un personaggio nel periodo immediatamente successivo all’episodio finale di Breaking Bad, ovvero Felina. C’erano altre versioni del film in cui si trovavano informazioni riguardo Skyler o altri personaggi?
C’è una cosa che sfugge alle persone, perché per me è ovvio che Walt muoia alla fine di Breaking Bad. Secondo me quella scena serve a esplicitare che Walt è morto. Non lo si comprende in nessun’altra scena del film. Quella è l’unica volta che affermiamo chiaramente che Walt White non si trova in nessuna stanza di ospedale a guarire da una ferita da arma da fuoco. L’ho fatto perché se avessi guadagnato un dollaro per ogni volta che qualcuno mi ha chiesto: “Cos’è successo a Walter White alla fine di Breaking Bad?”… sorrido sempre, non ho intenzione di insultare la nostra più grande ricchezza, i fan, ma segretamente rispondo: “Ma non hai visto la serie? È lì sdraiato, morto con gli occhi vitrei e aperti e gli sbirri gli sparano. Come hai fatto a perdertelo?”. Lo capisco, le persone non sono stupide. È un grande complimento, anche se con una modalità un po’ strana: vogliono di più. Desiderano che Walt sopravviva e faccia parte del secondo capitolo. Quindi ho immaginato che fosse probabilmente l’occasione giusta per dire chiaro e tondo che Walt era davvero morto: non è un sogno, non è lì steso e ferito in procinto di prendere un bicchiere di carta e una graffetta dalla stanza per scappare in elicottero o roba simile. È finita! La sua storia si è conclusa. Ho pensato che usare Lydia fosse un buon modo per dirlo. L’abbiamo lasciata vivere in modo che anche questo servisse a rendere l’idea. Invece per quanto riguarda Skyler, Marie e Walter Jr, ho davvero cercato in tutti i modi di averli nel film, solo perché amo tantissimo questi tre attori, ma a un certo punto non sembrava più la storia di Jesse. Come dice Bill Faulkner: “Alla fine devi uccidere i tuoi cari”.

Quando hai scelto Jesse Plemons per interpretare Todd, avresti immaginato che il suo personaggio sarebbe diventato così importante alla fine della serie?
No! Questo è un esempio delle tante combinazioni fortuite e fortunate che si sono verificate nelle sei stagioni di Breaking Bad e che hanno avuto seguito nel film. Abbiamo ingaggiato attori bravissimi e il merito va a Sharon Bialy e Sherry Thomas per averli trovati. Per la maggior parte degli anni in cui ho lavorato alla serie ho vissuto in una sorta di isolamento. Per cui non conoscevo gran parte di questi interpreti fantastici a eccezione, a dire il vero, di Bryan Cranston. Mentre la serie andava avanti e a me e agli autori venivano presentate queste persone, pensavo solo: “Cavolo, sono fantastiche!”. Poi le metti sul set e sono splendide anche lì. E questo vale anche per Jesse Plemons: è così professionale, rilassato e spensierato. Non ti sembra di lavorare, come con Bryan Cranston, non lo vedi fare fatica. Non c’è niente di sbagliato in questo, ognuno ha il proprio modo di lavorare. Ma le persone che lo fanno senza sforzo e sono assurdamente brave, mi lasciano di stucco. Arriva e dice: “Ehi, come va?”. Poi iniziamo a girare, lui diventa il personaggio ma non percepisci nessuna fatica, nessuna preparazione. Accade tutto lì ed è perfetto.

Plemons nei panni di Todd in ‘El Camino.’ Foto: Ben Rothstein/Netflix

Quindi no. Non pensavo che Todd sarebbe diventato così importante. E inoltre, non sapevo che sarebbe stato così divertente! È un personaggio affascinante. Non ci siamo resi conto di quanto fosse interessante finché non abbiamo visto Jesse Plemons interpretarlo. Ma si inizia con le basi, dici: “Un tizio tiene un altro tizio dentro quell’inferno, è probabile che sia un tipo malvagio e sadico con i baffi arricciati a cui piace vedere la gente soffrire”. E poi realizzi: “Cristo, questo l’ho già visto un milione di volte, come possiamo farlo in modo diverso?”. Era la nostra filosofia in Breaking Bad: come possiamo fare qualcosa di diverso dagli altri? Alla fine Todd è diventato un ragazzo a posto, a parte il fatto che ha qualche cazzo di rotella fuori posto! (ride). È un sociopatico, non comprende la sofferenza degli altri, ma non è davvero un sadico. Se non ha alcun motivo per cui ucciderti, è probabile che sia un po’ noioso e sdolcinato, ma abbastanza piacevole. Poi, all’improvviso, ti ritrovi in un inferno! E ti passa le sigarette su un pezzo di filo interdentale. Chi è questo tizio?! È un pazzo furioso! I due motivi per cui ho voluto fare questo film sono stati innanzitutto lavorare di nuovo con Aaron ma, inoltre, capire che Todd sarebbe potuto esserne una parte integrante. È stato solo dopo che Aaron lo ha strangolato a morte nell’ultimo episodio della serie che abbiamo capito quanto fosse interessante il personaggio. Mi ricordo che a quei tempi pensavo: “Dio, se solo potessi avere ancora Todd”.

Hai ucciso tutti i neonazisti nel finale della serie, ma poi chiarisci che Neil era amico di quegli uomini.
È un filo-nazista!

Sentivi il bisogno di avere dei sostituti per Todd, Jack e Kenny, figure che Jesse potesse affrontare?
Ci sono un paio di cose da dire. Non mentirò, è la lezione base del drama: vuoi che Jesse abbia la meglio sui cattivi. Se avesse davvero trovato solo i soldi, affrontato processi e casini, rischiato di essere catturato dagli sbirri o da chissà chi, sarebbe stato interessante, sì, ma niente di viscerale. In una storia serve un villain perché il tuo eroe possa vincere. Non avremmo potuto usare flashback, perché quello è il passato: avevamo bisogno di qualcuno nel presente. Non avevamo mai incontrato Neil, il che è forse un danno per la storia. Ma ho sempre fantasticato su chi avesse costruito la catena a cui era legato Jesse. Pensavo: “Forse è stato uno dei neonazisti, ma ora sono tutti morti. Servirebbe qualcuno che è capace di saldare. E se avessero ingaggiato un tipo che non fa domande, talmente sociopatico da guardare un ragazzo legato come un cane senza fare una piega?”. È più disadattato di Todd. Tra i due, penso che vorresti uscire con Todd. È una scelta difficile. Io li eviterei entrambi come la peste. Ma in ogni caso, il punto era avere qualcuno nel presente su cui Jesse potesse avere la meglio.

Ed aiuta Jesse a scomparire, Old Joe compare brevemente per provare a liberarsi di El Camino. Ci sono stati altri personaggi, oltre a quelli principali, con cui avevi pensato di lavorare, ma poi non ci sei riuscito?
In primis avrei voluto vedere cos’era successo a Skyler, Walt Jr. e Marie, ma non sono riuscito a capire come lavorare con loro. Se avessero visto Jesse, avrebbero chiamato subito gli sbirri. E non ne farei loro una colpa. Ma non è quello che vogliono gli spettatori. Non sono riuscito a trovare un motivo per cui potevano interagire in modo credibile, non avrebbero mai aiutato Jesse. Ci sono di mezzo i fantasmi di altri personaggi. Abbiamo un time-lapse veloce del Pollos Hermanos che ora è diventato un Twisters – è stato cambiato il marchio, si legge sotto la nuova proprietà sull’insegna. Erano tutti entusiasti di dettagli come questo. Inoltre mi ricordo che durante la stesura della trama pensavo “sarebbe bello se potessimo vedere Giancarlo Esposito. Potremmo farlo in un flashback?”. Ma non sono riuscito a pensare nemmeno a quello. Sono semplicemente andato dove mi portava la storia.

Ed è sempre stato l’unica via di fuga dalla città per Jesse o avevi altre idee su come sarebbe potuto scappare?
Effettivamente avevo altre idee. Come sempre, attraverso diverse fasi. È il metodo Edison: 1% di ispirazione e 99% di sudore. Avevo intenzione di far tornare Jack, pensavo che Jesse sarebbe stato accompagnato dal suo fantasma che gli faceva da spalla, frutto della sua immaginazione. Non crede che sia davvero lì, ma Jack gli dice “ti prenderanno, sei stupido, non sei abbastanza sveglio per cavartela”. Ho pensato per tantissimo tempo: “sarà storia introspettiva, con questo demone che dà la caccia a Jesse attraverso il personaggio di Jack”. Infine a un certo punto mi sono detto: “mah, suona un po’ pesante, un po’ cupo. Non voglio più vedere soffrire questo povero ragazzo”. Questa era l’idea iniziale, poi mi sono chiesto se fosse credibile che Ed il falsario lo aiutasse. Nel caso, Jesse dovrà convincerlo. Probabilmente a un certo punto, Jesse stava per farcela da solo con il denaro che sarebbe riuscito a racimolare, ma gli serviva un aiuto da un professionista.

(Questa intervista è stata realizzata l’11 ottobre, prima della morte di Robert Forster, l’attore che interpretava Ed, a causa di tumore al cervello, ndr)

Come avete scritturato Marla Gibbs nei panni della cliente del negozio di aspirapolveri?
Per fortuna ha fatto il provino per la parte. Uno dei pochi attori con cui avevo confidenza molto prima di Breaking Bad era Jonathan Banks, che ho amato in Oltre la legge – L’informatore. Sharon e Sherry hanno fatto il suo nome e io: “Oh mio Dio, Jonathan Banks! Voleva così tanto questa parte da fare il provino? Davvero?”. È successo lo stesso con Marla Gibbs. Guardavamo i video che arrivavano dall’ufficio dei casting<: “Ma quella è Marla Gibbs dei Jefferson! È fantastica”. Ha inventato metà delle sue battute. Quella in cui dice: “Non pagherò per una verniciatura”, l’ha semplicemente aggiunta e Robert ha cavalcato l’onda. Lei è davvero una bomba, ha quasi 90 anni. È stata una vera professionista, tutti sul set l’hanno adorata.

Ho riso parecchio quando ho visto Mountain Man di Better Call Saul fare l’autista delle spogliarelliste. Hai pensato di inserire nel film qualcun altro dalla serie?
Eravamo aperti all’eventualità. Julie Pearl, che interpreta un viceprocuratore in Better Call Saul, è venuta sul set appositamente per la scena della conferenza stampa. È vicino a Todd Terry mentre gli vengono fatte domande dai reporter. Ho realizzato che ci sarebbe stata una task force congiunta per analizzare il massacro e la caccia a Jesse, quindi tra gli altri sarebbero serviti lui dalla DEA (Drug Enforcement Administration) e lei dall’ufficio del procuratore distrettuale. Ne ho parlato con Peter Gould e gli è piaciuta l’dea e poi ho dovuto dire a lei: “Non è una grossa parte, in pratica stai lì vicino a Todd”. E lei ha risposto con la vecchia frase: “Non esistono piccole parti e grandi parti ma piccoli attori e grandi attori”. Non era gratificante per Julie, ma sono questi piccoli easter egg che entusiasmano gli spettatori. C’è il pubblico di Better Call Saul, quello di Breaking Bad e la gente che ha visto entrambe le serie. E la task force ha reso tutto più reale.

Esattamente in che punto della cronologia degli eventi di Breaking Bad si colloca il flashback di Jesse e Walt? E quello di Jesse e Jane?
Quello di Walt e Jesse è in 4 Days Out, che è l’episodio in cui il camper si rompe nel deserto. Lo fanno ripartire e, nella sequenza subito dopo all’interno della puntata, vediamo loro ripuliti e la macchina di Jesse che si ferma all’aeroporto di Albuquerque. Il flashback di Jane si colloca più o meno nello stesso momento, forse è l’episodio successivo (*), quando lei e Jesse vanno a Santa Fe per visitare il Georgia O’Keeffe Museum. Questa era una scena più lunga nel film e si potrà vedere tra quelle eliminate nella versione blu-ray.

(*) Anche se il viaggio all’O’Keeffe avviene quasi in 4 Days Out, il pubblico non lo vede fino all’inizio di Abiquiu nella stagione successiva. Come dice Gilligan stesso, non ricorda alla perfezione ogni singolo dettaglio di Breaking Bad.

Dopo la fine di Breaking Bad, sei riuscito a portare avanti l’esperienza della serie con Better Call Saul. Ma poi all’improvviso ritrovi Bryan e Aaron nei loro ruoli e hai la possibilità di dirigerli di nuovo dopo tanti anni. Com’è stato?
Malinconico, bellissimo, una gioia, ma c’era sempre quel gusto agrodolce. La scena all’Owl Cafè è stata un’addio molto più vero quanto non lo fosse alla fine di Breaking Bad. Allora sapevamo che qualcosa di veramente speciale e a noi caro stava per concludersi, ma alla fine della serie ero così a pezzi che una parte di me voleva solo raggiungere il traguardo. Sei triste quando finisce la corsa, ma ti senti anche fortunato per essere sopravvissuto. Qui avevo più energia e più tempo per riflettere. Quella sequenza all’Owl Cafè era davvero la fine: avevo la consapevolezza che probabilmente sarebbe stata l’ultima volta in cui avremmo visto quegli attori interpretare quei due personaggi insieme.

Ma è stata una giornata davvero interessante, abbiamo girato tutto in 24 ore ed ci siamo divertiti: praticamente ogni comparsa che vedete nella scena è qualcuno della troupe oppure mamme, papà, sorelle e fratelli di membri della produzione. Era necessario, ce l’abbiamo messa tutta per mantenere il segreto che stavamo girando un film di Breaking Bad e che c’erano di nuovo Walter White e Jesse Pinkman insieme. Così abbiamo piazzato tende dappertutto e abbiamo portato Bryan in città di nascosto: l’abbiamo fatto volare su un jet privato, non perché l’avesse chiesto, ma perché se avesse preso un volo di linea tutti avrebbero capito. Cranston era in scena a Broadway con Network e aveva solo 36 ore a disposizione. È stata un’impresa logistica organizzata alla perfezione dai miei produttori, che sono stati davvero grandi. Abbiamo portato Bryan in città e, in pratica, gli abbiamo messo un sacco in testa. Per andare sul set lo abbiamo fatto viaggiare su una macchina oscurata, anche il suo volto era coperto quando entrava e usciva dal set. Ci eravamo inventati che stavamo girando una pubblicità, è stato fantastico vedere come è stato mantenuto il segreto. Per questo non abbiamo potuto assumere delle comparse normali e abbiamo fatto firmare a tutti degli accordi di riservatezza a prova di bomba. Devo dire che la nostra troupe e le loro famiglie sono stati eccezionali, ci sembrava di custodire il progetto Manhattan durante la Seconda Guerra Mondiale: ognuno sentiva l’obbligo morale di tenersi tutto per sé. Le uniche persone che hanno fatto trapelare qualcosa sono stati quei maledetti della New Mexico Film Commission! Qualcuno se l’è fatto sfuggire, ma la nostra troupe sembrava la CIA. Sono stati tutti affidabilissimi.

Altre persone che hanno lavorato con lei in Breaking Bad l’hanno descritta come un po’ distante durante le riprese dell’ultima scena della serie, il flashback di Walt e Jesse dall’inizio di Ozymandias. Sei rimasto per conto tuo e ti sei addirittura arrampicato su alcune rocce a fare delle foto per affrontare la cosa. Sembra che questa volta per te sia stato diverso. È andata meglio?
Stranamente questa volta mi sentivo in pace con tutto, può darsi che allora fossi fisicamente esausto. E ho capito che – probabilmente non dovrei dirtelo, ma te lo ripeto – non c’era alcun bisogno di questo film. Rimango dell’idea che Breaking Bad stia in piedi da solo, e ne sono orgoglioso da morire. El Camino è iniziato come una cosa da poco, che si è trasformato in un prodotto dal budget stellare, una specie di film-evento di cui non potrei essere più fiero. Netflix e la Sony sono stati fantastici, ci hanno permesso di farlo come volevamo. Ma è necessario essere un fan di Breaking Bad per vedere il film e avere un’esperienza completa? No. Ma spero che le persone lo prendano per quello che è: un regalo per i fan e per Aaron Paul, che merita molti altri film da protagonista.

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