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Edoardo Ferrario siamo noi

‘Paese Reale’ è il talk show-parodia di RaiPlay in cui lo stand-up comedian romano fa tutti i personaggi. Che, tra umorismo dell’assurdo e riflessione politica, sono lo specchio in cui (tristemente) guardarci

Edoardo Ferrario è il one-man-show di ‘Paese Reale’ su RaiPlay

Foto: RaiPlay

Paese Reale di Edoardo Ferrario, online su RaiPlay, è la parodia di un talk show che, volendo fare della satira sul distaccamento dai fatti di una generazione cresciuta a pane e opinioni, finisce per essere una rappresentazione della realtà intellettuale e culturale dei millennial italiani più fedele di un documentario. E più spietata — pur nella dimensione solipstistica di uno studio a porte chiuse — di qualunque intervista a microfono aperto. Nelle otto puntate monografiche (le prime già disponibili sono dedicate agli italiani all’estero e alla questione ambientale), Ferrario gioca il ruolo dell’autore, del capocomico-conduttore, di tutti gli ospiti in collegamento.

Ferrario è il più profondo e antropologico della nuova generazione di comici italiani, così come Valerio Lundini è il più esilarante e destrutturato. I due hanno in comune un’ossessione per la qualità del linguaggio, ma sono divisi da un elemento: Lundini fa ridere per assurdo; Ferrario, per assurdo, fa pensare. Il suo nuovo show è in effetti così fine e profondo che, guardandolo, spesso ti dimentichi di essere tenuto a riderne. Più che uno show comico sembra un personal essay sull’italianità venti-trentenne contemporanea, destrutturato in vari pezzi comici. Al centro dello studio, solo come un satiro flaianesco, Ferrario si fa carico, quasi cristianamente, delle velleità, dei vezzi linguistici, delle mode comportamentali, dei vizi di forma e sostanza della sua generazione, come tante piccole e medie croci.

Tutti i tipi umani raffigurati dai personaggi-ospiti sono frutto di una o più contraddizioni in termini (come la tecnologia e il dialetto nella finta promozione del Watermelon Sharing, o l’olio di palma “proprio come lo faceva mia nonna” dello chef Silvano Morgagni). Messi a sistema, mediante dialoghi o rimandi concettuali fra di essi, formano un’unica allegoria piuttosto complessa e riuscita. Prima ancora che un autore di battute, infatti, Ferrario è un ottimo costruttore di simboli. Come il ristorante atipico aperto in Estonia del personaggio Massimiliano Marzocca, nella puntata di apertura: sui tavoli della sua scarpetteria dell’Italia non resta che un’immagine residuale, sbiadita, la sindone unta di quello che eravamo, e le nostre ricette più gloriose sono prodotte svogliatamente, solo per essere buttate “ar secchio”, prima che i piatti vuoti siano puliti dai clienti, armati di una crosta di pane.

Paese Reale fa un uso continuo, dotto e farsesco di neologismi, forestierismi e tecnicismi, con riferimenti a mestieri e stili di vita che non tutti sanno cogliere, soprattutto se non li hanno vissuti sulla loro pelle o su quella dei loro coinquilini. La sensazione è che, non potendo e non volendo condurre un’operazione del genere facendosi imbrigliare dai codici ormai incivili della tv generalista (e dalla sua comicità, ormai riservata a ministri e senatori), Ferrario sia riuscito a imboscare nello streaming di Stato dei messaggi criptati a prova di boomer, alternando l’italiano al millennialese come un monaco echiano alternava volgare e latino. Ma quali sono questi messaggi? Morta una satira, se ne fa sempre un’altra? Per esserne sicuri, abbiamo chiesto direttamente a Edoardo Ferrario.

Come ti è venuto in mente un programma del genere?
La genesi di Paese Reale comincia con una chiamata di RaiPlay a gennaio. Mi chiedono uno show, dandomi carta bianca. All’inizio propongo uno special di stand-up comedy che alternasse monologhi e personaggi, sul solco di quello che avevo già fatto prima per Netflix e poi per loro (Diamoci un tono, nda). Ma arriva la pandemia e mi rendo conto che qualunque tentativo di accogliere del pubblico, una band, degli ospiti si sarebbe rivelato irrealizzabile. Mi viene in mente allora di fare la parodia del talk show.

Perché un talk show?
È un format incredibile. All’apparenza sempre uguale ma, in fondo, sempre diverso. Ci sono dei talk che approfondiscono la notizia. Ma ce ne sono altri che, invece, trasformano il salotto televisivo in un palcoscenico, dove gli ospiti possono tirare fuori il loro ego finché le opinioni non oscurano completamente il fatto trattato. Il proliferare di talk show che è avvenuto durante il lockdown ha poi ulteriormente teatralizzato la televisione e la società. Ho pensato che sarebbe stato interessante partire dal talk show per costruire una specie di acquario nel quale far nuotare dei pesci parlanti che, almeno in teoria, sarebbero rappresentanti del “Paese reale”.

Da qui il titolo.
Nel titolo c’è un riferimento a una delle anime del programma, che è la satira del linguaggio televisivo. L’espressione “Paese reale” mi intriga per la sua assoluta ambiguità. Il meccanismo è questo: quando, in un talk show, c’è qualcuno che afferma qualcosa di vagamente progressista o propositivo, ecco che il conduttore invoca: «Sì, come no, ma sentiamo cosa ne pensa il Paese reale!». Di norma si va a parlare con una persona che è del tutto contraria all’affermazione, arroccata nelle sue posizioni conservatrici. La morale è che la realtà non esiste, è quella che tu racconti. Ogni talk si arroga il diritto di raccontare il “Paese reale”, anche se questa espressione è puramente arbitraria.

Nello show parli da solo come impegnato in una videocall Zoom con le tue diverse identità, ciascuna con i suoi difetti e senza alcun pregio, tutte vagamente fuori di testa. Com’è stato realizzare un programma comico nativo pandemico?
Probabilmente questo è il programma più Covid-friendly della storia. Non abbiamo avuto problemi di distanziamento perché dovevo essere distante solo da me stesso.

Anche se ti ha accompagnato qualche amico fidato. Eccezionale Angela Favella, per fare un esempio.
Fidato e, soprattutto, tamponato. La fiducia non basta: per recitare con altri attori, ci vuole il tampone. Durante le riprese ne ho fatto un numero record. E sì, Angela Favella è straordinaria nel ridefinire i confini della clownerie moderna.

Edoardo Ferrario con Neri Marcorè, ospite della seconda puntata di ‘Paese Reale’. Foto: RaiPlay

Questo Paese, tra le altre cose, ha pianto la fine della satira televisiva per come la conoscevamo. Tra le cause della morte c’è il fatto che i soggetti da satireggiare hanno da un pezzo superato i comici in quanto a comicità. Con te la satira torna, ma cominciando a guardare dentro ciascuno di noi, piuttosto che a temi come, ad esempio, la ribalta della politica.
Sì, mi interessa di più fare satira sugli elettori che sui politici. Tutto parte da noi. Ci possiamo lamentare della politica quanto ci pare, ma noi non siamo migliori di essa.

Tu castighi, ridendo, i venti-trentenni italiani dall’interno. Ma chi vuole colpire davvero Paese Reale? Vuole fustigare chi ci ha messo in questa situazione (ovvero il presente), mostrandogli i risultati del terribile esperimento che hanno operato su di noi? Vuole dare un’ultima scossa elettrica al mostro di Frankenstein che siamo diventati? Vuole far rosicare la Generazione Z che sa tutto di TikTok ma non capisce le battute su Twitter?
A diciannove anni frequentavo sia il primo anno di Giurisprudenza (per poi laurearmici) che una scuola di scrittura specializzata in testi comici. Soffrivo moltissimo perché in televisione non vedevo alcun comico che parlasse alla mia generazione. Parlavano tutti o della suocera o del traffico. Milanesi che avevano sempre fretta, napoletani che non volevano lavorare, gente che non sapeva usare il cellulare. Siccome io sapevo usare il cellulare, giravo in motorino e non avevo una suocera, immaginavo una comicità scritta per i miei coetanei. I miei primi spettacoli, scritti quasi con un senso di ribellione, li potevano capire solo quelli nati nella mia circoscrizione. Crescendo, mi sono fatto conoscere anche su canali più mainstream e ho capito quanto fosse importante farsi capire da più persone possibili. Ma non ho mai perso la voglia di parlare alle persone che davvero mi vogliono ascoltare e che possono riconoscersi in quello che scrivo. Non credo nello sparare nel mucchio. La tv italiana ha ignorato per troppi anni una grossa fetta della popolazione, che non a caso ha perso completamente la voglia di guardarla.

Come hai costruito i personaggi di Paese Reale?
Non nascondo di essere un grande ascoltatore di dialoghi al ristorante. Mi piace molto osservare, e buona parte del mio lavoro nasce da questo. Qualcuno ha detto che le persone sono il miglior spettacolo che esista al mondo e il biglietto è gratis. Non farei mai uno spettacolo moralista, in cui insegnare al pubblico come comportarsi. Preferisco vestirmi dei vizi delle persone, che poi sono in parte anche i miei. Molti di questi personaggi sono nati e cresciuti nel corso di alcuni anni, come Filippo de Angelis detto Pips, ispirato a uno studente del mio liceo. Altri sono di formazione più recente, come Gianni Zandonai, il secessionista redneck veneto, o Franco Taralloni, che dal suo negozietto di scarpe in via Tuscolana grida vendetta ai giganti della Silicon Valley. Era dai tempi di Esami che non potevo tirarne fuori tanti tutti insieme, ciascuno con un punto di vista forte, in rapporto dialettico con gli altri ma mai sovrapponibile a essi.

Sei un romano proiettato, grazie ai tuoi personaggi, in tutte le regioni d’Italia. Quando interpreti Elisabetta Cancelli, social media manager della città-stato di Milano, ne sciorini le perfezioni, anche confrontandole con la situazione di Roma. E se ti chiedessero di scegliere tra Roma e Milano?
A Milano ci vivrei, è una città che mi piace molto. Certo, mi mancherebbe Roma da morire, perché nel suo essere così incasinata e impossibile regala ancora tanta bellezza. Il vero problema sarebbe un altro. Milano funziona così bene e ha così tanti servizi che a un comico potrebbe andare stretta. Si ride nel disagio, quando sei sotto pressione, non nell’agio (almeno, prima della pandemia).

Sei stato il primo italiano con un suo speciale su Netflix. Qual è il bello dello streaming?
Il bello dello streaming è andare nella stessa direzione del mondo in cui viviamo. Fatico a comprendere la tv lineare. Concetti come un programma che inizia alle 21.20 e l’attesa, per vederlo, pronti e immobili sul divano, mi sembrano molto anacronistici. Così come quello del traino: l’ansia di chi viene prima di te. Oggi, se voglio vedere un programma, lo vedo e basta. La società è cambiata e, con essa, il modo di fruire i contenuti. Il bello dello streaming su RaiPlay, poi, è che è una piattaforma gratuita e non richiede pagamenti mensili. Per Paese Reale abbiamo avuto a disposizione uno studio in piena regola, ma senza dover sottostare a limiti come, ad esempio, i blocchi pubblicitari. Abbiamo goduto di una grandissima libertà non soltanto nei contenuti, ma anche nella forma.

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