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Dentro l’inferno di ‘Peaky Blinders’

Siamo stati sul set della serie che racconta la parabola criminale degli Shelby nella Birmingham di inizio '900. E, tra banditi in doppiopetto, scommesse clandestine e corse di cavalli, abbiamo incontrato il capofamiglia Cillian Murphy

Peaky Blinders è un’epopea televisiva britannica che parla della famiglia Shelby e dell’ascesa della classe operaia nell’Inghilterra dell’inizio del XX secolo. Un vero e proprio classico che non ha avuto paura di superare se stesso, raggiungendo anno dopo anno la perfezione. Racconta la storia di Tommy, il capofamiglia, un indecifrabile e tormentato Cillian Murphy, che mette in scena l’angoscia profonda di un veterano della Prima Guerra Mondiale dopo aver perso la moglie, che si è sacrificata per lui. Anni dopo, in ginocchio, con una sigaretta in bocca, pochi minuti prima di morire, dice: “C’è una donna, sì, e la amo. Ci sono arrivato vicino. Sono arrivato fottutamente vicino ad avere tutto nella vita”.

Con una sceneggiatura insuperabile, Steven Knight naviga tra banditi in doppiopetto, scommesse clandestine e corse dei cavalli, descrive l’ambizione e la discordia tra i membri della famiglia e il potere di politici e autorità corrotti – qualcosa di simile a quello che stiamo vivendo in questo, di secolo. Tutti quanti soffocano nella loro stessa ingordigia, mentre si fanno largo nelle strade per sopravvivere o per prenderne il controllo. In apparenza si tratta di una serie su mafiosi e gang, ma in realtà parla della lotta di classe negli anni Venti e di un uomo che sogna di lasciarsi alle spalle la criminalità per condurre una vita onesta. Tuttavia non c’è spazio per gli equivoci. Per superare le avversità, Tommy Shelby deve riportare a galla il peggio di sé e affrontare l’istinto calcolatore e assassino che ha dentro, il che lo porterà a un’eterna battaglia con i suoi demoni.

Cillian Murphy sul set della quinta stagione di ‘Peaky Blinders’. Foto: Robert Viglasky © Caryn Mandabach Productions Ltd. 2019

Peaky Blinders è il soprannome dato ai banditi della Birmingham sanguinaria della fine del XIX e degli inizi del XX secolo, in cui regnavano l’anarchia e l’ingiustizia sociale. Molti di quelli che facevano parte della criminalità organizzata e offrivano protezione ai commercianti, in seguito sono passati a truccare le scommesse clandestine sulle corse dei cavalli e a gestire pub. Knight racconta in dettaglio gli scontri fra i diversi clan e gruppi – gli Hooligan, originari di Londra, la Mafia Russa e gli Zingari, già presenti in tutto il Regno Unito – e i meccanismi di corruzione messi in atto dalle autorità, persino da Winston Churchill in persona. Scava anche nelle vite dei membri della gang degli Shelby e la storia si fa più interessante, perché ogni tradimento è molto più profondo e drammatico; e sempre più critica da un punto di vista personale, dato che ogni personaggio ha le proprie regole e i propri codici.

La serie avrebbe potuto essere costruita come un classico racconto di dinastie mafiose. E sebbene Steven Knight si fosse ripromesso di non seguire la strada delle storie convenzionali di gangster rese romantiche da Hollywood, forse la sfida più difficile è stata proprio questa: allontanarsi dai cliché di un genere ormai saturo e tentare di raccontare una realtà convincente. “Steve ci parlò di un dialogo in cui Tommy Shelby diceva: ‘Sono semplicemente il miglior esempio di ciò che un uomo che viene dalla classe operaia può sognare di diventare’”, racconta Caryn Mandabach, produttrice della serie. E questa citazione mise ben in chiaro quali sarebbero stati la direzione e il punto di vista narrativo. “I mafiosi non vorrebbero essere dei gangster, a nessuno piace fare quella vita, che ferisce te e danneggia tutte le tue relazioni”, aggiunge. E si riferisce anche al dramma costante dei personaggi, che in una vita dedicata al crimine hanno comunque bisogno di una famiglia su cui riversare il proprio affetto e che li faccia sentire rispettati.

Steven e Caryn sono stati lungimiranti nel portare in scena attori come Cillian Murphy, Helen McCrory, Tom Hardy e Adrien Brody; figure nate in teatro, con una vasta esperienza nel cinema ai massimi livelli. “Sono pieni di talento. Ma sono anche molto intelligenti, stanno a un livello superiore. Hanno un’intelligenza emotiva, sono culturalmente preparati, sanno quali parole utilizzare per esprimere quello che serve davanti alla macchina da presa e anche fuori dal set”. Il talento è davvero fondamentale in questa serie; come succede in altri show di questo genere (I Soprano, Boardwalk Empire), in Peaky Blinders non c’è spazio per lo spreco di effetti speciali o di animazioni digitali. Qui ci sono solo attori collaudati che danno il meglio di sé e le loro uniche risorse sono la sceneggiatura e l’esperienza.

È un errore pensare che Peaky Blinders sia una serie sulla cultura britannica. La storia si svolge tra uomini tormentati che hanno sperimentato le atrocità della guerra e mostra l’impatto che questo ha sulle relazioni sociali e familiari. È anche una riflessione sulla loro maniera di affrontare gli errori di un passato oscuro e convulso, e sul loro sguardo ottimista sul futuro, nonché sul modo in cui si occupano dei propri cari. “Quel tipo di esperienza: trovarti in una situazione difficile con la tua famiglia, circondata da altre nelle stesse condizioni. In effetti si sente parlare di molta gente che ‘vive bene’: io non so da dove vieni e come sei cresciuto, ma nel mondo reale sono in troppi a vivere come i personaggi della serie, o come me e mio padre” assicura Caryn riferendosi a suo padre, un ex-gangster di secondo piano di Chicago. “Non era esattamente un mafioso, e sono sicura che in quel mondo non ci voleva entrare. Scommetteva parecchio, era triste. Era il tipo di persona che poteva avere debiti con personaggi come Tommy Shelby”.

Peaky Blinders è un’opera moderna in costume e racconta una storia che potrebbe succedere oggi. Knight descrive i protagonisti in maniera talmente onesta e affascinante da tracciarne un ritratto che resterà sempre vivace e all’avanguardia. Il modo in cui parla della famiglia, senza essere schiavo dei fatti, crea un legame con il pubblico. Quello che rende davvero rilevante questa serie è la scommessa su una vicenda che potrebbe svolgersi in Russia, Italia o Colombia. Quando la maggior parte del pubblico è on-demand, il dramma e i conflitti interni dei personaggi devono essere trasversali rispetto alla geografia. “Si tratta di unire la testa, il cuore e l’istinto, costruire un’esperienza per tutte le parti di cui è composto l’essere umano, non è una semplice narrazione”.

Steven Knight proviene dallo stesso luogo dove si svolge Peaky Blinders. I suoi genitori sono cresciuti nella Birmingham degli anni Venti. Sua madre gestiva un giro di scommesse clandestine. A quei tempi puntare sulle corse dei cavalli era illegale e per raccogliere i soldi si usavano i bambini. A otto anni aveva iniziato a girare per le strade con una cesta piena di vestiti e gli scommettitori lasciavano una busta con i soldi e il numero del cavallo scelto. Suo padre da bambino faceva il fattorino per i suoi zii, gli Sheldon (la BBC ha chiesto che il cognome venisse cambiato), allibratori noti come ‘Peaky Blinders’. “Mi raccontò che aveva bussato alla porta e gli avevano aperto, c’era puzza di sigari e di whisky. Una volta entrato, aveva visto un tavolo rotondo coperto di denaro, in un posto in cui nessuno ne possedeva, un luogo in cui la gente aveva fame e girava scalza. Disse che gli uomini seduti a quel tavolo erano vestiti in modo impeccabile, con armi, coltelli e scarpe tirate a lucido. Bevevano whisky e birra dentro vasetti di marmellata perché non spendevano soldi in bicchieri. A quella gente importava solo di come li vedevano gli altri, pensavano soltanto ai soldi”.

Per tutta l’infanzia Steven stette ad ascoltare i racconti e i ricordi degli zii e dei nonni. Crebbe giocando negli stessi luoghi in cui si era svolta parte di quella vicenda. “I pub sono piccoli e sporchi. Non è un bell’ambiente, però è magico, e con Peaky Blinders ho voluto trasformarlo in un mito, proprio come fanno negli Stati Uniti con i film sui cowboy”. Molte volte saltava la scuola e girava per depositi di rottami insieme al padre, uno zingaro che di lavoro fabbricava ferri di cavallo, una delle tradizioni della sua famiglia paterna. “C’erano cavalli e persone molto interessanti. C’erano zingari, rigattieri. Era il gradino più basso della working class di Birmingham. Peaky Blinders parla di questo. Di tutto quello che sono arrivato a conoscere e a vivere di quel mondo”.

Knight ha deciso di raccontare una storia quotidiana in cui la sfortuna e le disgrazie abbondano. Dal suo punto di vista, nel dramma non c’è molto spazio per la gente qualunque con vite normali, in cui tutto va per il verso giusto. “Il ruolo del dramma dev’essere quello di esplorare quello che succede quando le cose vanno male. È questa la strada che conduce ai luoghi più oscuri”. Knight sa bene che il ruolo del drammaturgo è quello di offrire al pubblico personaggi nei quali identificarsi. Quindi espone i singoli individui, che per giunta sono parenti, a situazioni difficili, e ci mostra come si comportano nelle circostanze peggiori.

Birmingham non è una città conosciuta nel Regno Unito, non lo è mai stata. Dunque l’idea di scrivere una serie sui mafiosi degli anni Venti ambientata qui è stata una vera e propria sfida personale per Knight. L’insuccesso non era affatto escluso. “Si trattava di correre il rischio di ispirarsi al nostro contesto e fissare in un’immagine le strade in cui sono cresciuto. In qualsiasi posto si può trovare in una grande storia”.

L’ascesa della classe operaia, uno degli assi del suo racconto, è sempre più visibile, in modo esponenziale, una stagione dopo l’altra. Nella quinta, Tommy è diventato un deputato laburista eletto con il voto popolare. “In quel momento mi chiedo: ‘Può continuare a essere la stessa persona che era quando è nato?’. In Inghilterra è una questione molto complicata, che Tommy tenta di cambiare”. Knight ha sviluppato questo personaggio esplosivo lavorando a stretto contatto con Cillian Murphy. “Adesso, ogni volta che scrivo per Peaky, ho in mente Cillian, so come farà certe cose, quindi in un certo senso è come se comunicassi attraverso il suo personaggio”.

Cillian Murphy. Foto: Robert Viglasky © Caryn Mandabach Productions Ltd. 2019

La serie è una saga familiare che copre diversi decenni, dalla fine della Prima Guerra Mondiale fino all’inizio della Seconda: “Steven Knight è arrivato a un livello di dettaglio che non credo esista in altre serie televisive” afferma Anthony Byrne, regista della nuova stagione, che contribuisce attivamente anche a uno degli aspetti più rilevanti della serie: la scelta di brani contemporanei. È una caratteristica unica per uno show in costume e uno dei fattori chiave che hanno conquistato un pubblico di tutte le età e a tutte le latitudini, perché la musica accompagna la narrazione in modo artistico, esplosivo. Byrne lavora a stretto contatto con Emilia Harley, che è responsabile della colonna sonora, e ammette di aver cercato di entrare nella testa di Tommy per rappresentare l’equilibrio tra vulnerabilità, dolore e oscurità. “Quando montiamo una scena, pensiamo sempre alla musica”.

La serie è nota per l’uso di pezzi moderni e, al di là di questo, per la raffinata selezione di punk e rock ’n’ roll. Nella colonna sonora ci sono artisti del calibro di David Bowie, Tom Waits, Jack White, PJ Harvey, Arctic Monkeys, Radiohead e Nick Cave. Sono stati proposti a un pubblico che non per forza li conosceva. Red Right Hand si è trasformata nell’inno di Peaky Blinders, l’atmosfera creata da Nick Cave ha posto le basi, ha definito il tono e lo spettro sonoro della serie. Se c’è una cosa che identifica gli artisti presenti nella colonna sonora, è la loro natura indie. Quest’anno Byrne si è impegnato ancora di più nella scelta e c’è ormai un catalogo abbastanza vasto tra cui scegliere. Tra i brani più noti di questa stagione c’è War Pigs dei Black Sabbath. E lo score è curato da Clint Mansell, il compositore dei film di Darren Aronofsky: “Gli ho chiesto di occuparsi delle musiche per creare un equilibrio tra il quadro emotivo della storia di Tommy e le canzoni di oggi”. Lo stesso David Bowie aveva dichiarato di essere fan della serie sin dalla prima stagione, e Cillian Murphy gli aveva regalato per Natale uno dei baschi di Tommy Shelby. Dopo qualche tempo, alcune canzoni tratte dall’album Blackstar sono state inserite nella soundtrack.

Se è vero che la serie è nota in tutto il mondo per la musica, questo può costituire un’ulteriore sfida creativa e artistica per il regista e per il risultato finale che vediamo sullo schermo. Eppure Byrne non si lascia intimidire. “Non è una sfida, devi semplicemente trovare il pezzo giusto per la scena e il momento. Evito di usare i pezzi solo per dare alla serie un tono cool, voglio che la canzone trasmetta l’emozione della scena, non dev’essere soltanto musica che accompagna le immagini. Quando dico che mi sono impegnato di più, intendo proprio questo”. E Byrne ha ragione, perché oltre che eccellente, la musica è coerente. I brani servono a raccontare ciò che i personaggi hanno in testa. Un esempio perfetto sono i Radiohead, che si sentono nei momenti più bui, più contraddittori di Tommy. Ogni canzone ha senso per il suo valore artistico, ma anche per il suo contenuto.

Una delle sfide di tutto il gruppo creativo, Knight compreso, dev’essere stata quella di trovare il modo di essere davvero originali all’interno di uno stile molto specifico, visto che le storie di mafiosi hanno parametri molto definiti quanto a narrativa e grammatica visiva, e che da quasi cento anni i gangster e i loro film si attengono a regole formali ben precise. Eppure il lavoro di Steven Knight affronta coraggiosamente la sfida. Secondo Byrne,“il fatto che tutti questi personaggi si basino su eventi storici realmente accaduti, nonché la capacità di Knight di comprendere quella comunità da un punto di vista sociopolitico, rendono più semplice per noi prendere le distanze dai cliché. Per me, visivamente, il nocciolo della questione è mostrare i momenti di maggior tensione in modo diverso rispetto a Quei bravi ragazzi o Narcos. L’altro giorno abbiamo girato una scena in cui sparano alla testa a una persona; di solito sarebbe un passaggio importante in una storia, ma io mi sono limitato a dire all’attore: ‘Sparagli in testa’. L’interprete ha recitato la sua battuta, ha sparato e se n’è andato”. In Peaky Blinders la violenza esplicita si trasforma in momento artistico sopportabile e che addirittura crea dipendenza.

La nuova stagione è più violenta. Eppure la violenza diventa un fatto intimo, proveniente da un luogo molto personale all’interno della psiche e del disturbo post-traumatico provocato in Tommy dalla guerra. Questa volta la famiglia affronta il potere dell’estrema destra e il neonato fascismo, perciò il conflitto si fa sempre più radicale. Byrne ha quindi lavorato in diversi modi per presentare la violenza e gestire la tensione. Nelle diverse scene ha usato la macchina da presa, gli obiettivi e l’illuminazione in modo sperimentale, neo-espressionista. Pur senza cambiare l’universo del personaggio, l’ha reso più oscuro, e ha lavorato a stretto contatto con lo scenografo, il costumista e il direttore della fotografia. “Sono tutti molto emozionati per il risultato e per il fatto che si noti la differenza. Volevo alzare il livello della serie, abbiamo cercato di andare oltre. Questo show è incredibile, cazzo, abbiamo provato a portarlo ancora più avanti e secondo me ci siamo riusciti. Quanto? Non lo so, però sei ore per raccontare una storia sono un regalo per un regista. E grazie alla sceneggiatura scritta da Steven Knight, sono un dono davvero molto speciale”.

Cillian Murphy. Foto: Robert Viglasky © Caryn Mandabach Productions Ltd. 2019

L’estetica è il risultato di una grande cura per i dettagli. Dai costumi, disegnati e confezionati da zero e su misura per ogni attore in base al momento storico e alle possibilità economiche della famiglia, fino alle scenografie e agli arredi dei set, tutto è personalizzato o adattato per le riprese. Peaky Blinders è una serie già molto nota e visivamente splendida. Per ogni stagione è stato scelto uno scenografo diverso, e per quanto l’atmosfera sia da sempre piuttosto cupa, con una netta prevalenza di rossi e blu scuri, è anche densa di simbolismi impercettibili. Il tradizionale pub degli Shelby è stato costruito apposta per la serie; il legno e il colore delle pareti sono stati realizzati e scelti espressamente per la loro resa in termini di fotografia e illuminazione. Tutti i set sono progettati e realizzati scena per scena da una squadra di almeno venti persone.

La fotografia di Peaky Blinders è arte allo stato puro. Il suo intento è olistico: nelle riprese c’è tutto ciò che si deve vedere per comprendere il contesto e il momento storico. Il colore, combinato con la posizione e la velocità della macchina da presa, dà l’idea di una sorta di western moderna. “Spero che lascerai il cane fuori da questa faccenda”, dice Alfie pochi minuti prima di morire. Alfred Solomons è un ebreo spietato, un traditore interpretato da un grande Tom Hardy, un personaggio essenziale per tutti gli affari criminali di Tommy. “Una volta ti ho detto che per questioni di business o per risentimento ti ammazzerei, Alfie. E non ho ragioni economiche per farlo”, dice Tommy prima di sparare, in quella che è una delle scene più belle viste nel 2018. I due personaggi si sparano a vicenda, è un modo sublime e magistrale di uccidere un personaggio così importante. E non c’è da stupirsi. È l’ennesima conferma della maestria di Knight.

Non scherzate con i Peaky Blinders
Helen McCrory è nella sua roulotte, uno spazio totalmente privo di fascino; si ripara a stento dal freddo che fa fuori. Aspetta che la chiamino per girare l’ultima scena con Cillian. Sta bevendo una tazza di tè. La stringe tra le mani. È bella quanto cordiale. Mi colpisce la gentilezza con cui mi accoglie in quello che è un angolo tutto suo. Il personaggio che interpreta, zia Polly, è stato determinante in tutta la saga. È la valvola di sfogo di Tommy, ma è anche l’unica che ha saputo essere così previdente e assennata da meritarsi fino in fondo la sua fiducia. È il personaggio che si preoccupa e si assicura che tutti comunichino tra di loro.

A quei tempi le donne della classe operaia avevano un potere e un ruolo nella società diversi da quelli di oggi: “Si svegliavano molto presto per andare a procurarsi tutto ciò che occorreva. In effetti è vero che le donne avevano potere, perché erano loro ad allevare i figli”. Forse Helen si riferisce al fatto che all’epoca nella classe operaia di qualunque città industriale erano le donne a gestire la casa. Erano molto forti, le leader delle loro famiglie. Nei registri di polizia, la stragrande maggioranza delle risse risulta scatenata da loro. Per difendere il loro ambiente, i loro cari. “C’erano liti di strada di ogni genere; ed erano le donne che andavano a tirare fuori gli uomini dai bar, che li riempivano di schiaffi se il venerdì non consegnavano il loro salario. E succedeva lo stesso da tutte le parti. In tempi difficili, le famiglie che ce la fanno sono quelle in cui ci sono donne così”.

Quando chiedo a Helen della preparazione del suo personaggio, la sua risposta è immediata. “Empatia”, esclama. “So che certi attori utilizzano le loro esperienze, ma io trovo che l’immaginazione sia più forte di qualunque altra cosa. Secondo me quando la vita è crudele, fa diventare crudele anche te. E non riuscirai mai a capire perché la gente sia tanto crudele finché non ne studi le dinamiche”. Nell’universo di Steven Knight, le belle donne durano poco. “Non cercare di essere alla moda, o un giorno ti ritroverai fuori moda”. Polly è un personaggio che ha sofferto parecchio in passato, ha perso i suoi figli e ha sempre dovuto darsi da fare per mantenere la famiglia mentre gli uomini erano in guerra. E poi c’è la sua incapacità di fidarsi degli uomini, che l’hanno costantemente delusa, ma nonostante questo è lei che sta dietro a ogni decisione di Tommy. “Durante un ripresa, lui mi ha posato una mano sulla spalla, ma poi ci siamo detti: ‘Così non va bene. Non dobbiamo assolutamente toccarci’”. È una relazione del tutto asessuata, eppure in realtà è la relazione più importante della storia.

Helen McCrory. Foto: Ben Blackall / © Caryn Mandabach Productions Ltd. 2019

Anche la famiglia di Helen appartiene alla classe operaia. Suo padre è originario di un quartiere povero di Glasgow. I suoi zii e il nonno paterno hanno combattuto in guerra. Sua madre è gallese, viene da una famiglia di minatori e contadini. Il nonno paterno era un pugile, Helen da bambina ha conosciuto tutta la sua famiglia attraverso le foto. “Crescendo in questo Paese ti ritrovi con questa storia familiare, fatta del sacrificio degli uomini in combattimento”. A lei non è bastata l’immaginazione, e le storie che ricorda dalla sua infanzia hanno lasciato il segno. Proprio come i parenti di Polly, tutti gli uomini della sua famiglia sono stati al fronte. “Quelle canzoni me le cantava papà quando ero nella culla, perché suo nonno le cantava a lui. Gli uomini tornavano carichi di medaglie, ce li ricordiamo ancora. In Inghilterra restiamo ancora in silenzio per due minuti quando vediamo passare i soldati. Magari la mia è l’ultima generazione a ricordarsene, ma io cercherò di trasmetterlo ai miei figli”.

In Peaky Blinders evidentemente è tutto stilizzato e in certi momenti la serie può sembrare una fantasticheria fatta di cavalli, uomini potenti e donne sensuali. “Ma non c’era solo quello. Oggi parliamo della Grande Depressione, è stata orribile. C’era anche gente che moriva di fame”. Certo, è uno show che tende a rendere affascinante un’epoca tetra dell’Europa tra le due Guerre. Tuttavia i personaggi vivono in un’evidente miseria emotiva. Tommy ne risente in profondità, è disfunzionale, a tratti perverso. Eppure l’ultima cosa che interessa a Steven Knight è parlare di violenza tra gang. “Non credo affatto che Peaky Blinders voglia affermare che è accettabile”. Nonostante la sceneggiatura fornisca minuziosi dettagli sulla brutalità di quell’epoca, la sua intenzione principale è raccontare come i personaggi la affrontano e gli effetti che questo produce sul loro contesto familiare.

It’s just myself, talking to myself, about myself
Manchester, 11 gennaio. È una mattina d’inverno, la temperatura non supera i due gradi ed è l’ultima settimana di riprese della quinta stagione. In un vecchio studio completamente adattato per Peaky Blinders c’è Cillian Murphy, tranquillo. Non ha fretta. È vestito da Tommy Shelby. Impeccabile. È diventato più robusto rispetto alle prime stagioni. Mi accoglie mangiando dei biscotti: “Come hai fatto ad arrivare fin qui?” mi chiede. Tradisce un po’ di sorpresa per l’impatto della serie in tutto il mondo. “Grazie, vogliamo davvero che arrivi nel maggior numero di Paesi possibile”, ammette.

Nel corso della giornata ho potuto assistere alle riprese di diverse scene. La sua serietà sul set intimidisce. Tra un ciak e l’altro resta in silenzio, fa della concentrazione un esercizio obbligatorio. Nei tempi, nelle entrate e nei dialoghi è di una precisione millimetrica. La sua voce grave risuona per tutto lo studio; Murphy segue con precisione le istruzioni del regista. Sta pronunciando le ultime battute di Tommy in una scena molto accesa con i fratelli Shelby. Il suo personaggio è stato costruito minuziosamente da Knight: è un intelligente stratega, ma allo stesso tempo – man mano che procede la storia – la sua intelligenza si trasforma in un limite personale. È emotivamente fragile. La sua mente può essere il suo peggior nemico. Non dorme bene, si cura da solo, beve e fa uso di droga in cerca di un po’ di sollievo. E, in mezzo alla miseria e all’oscurità delle sue emozioni, non avere paura della morte continua a essere la sua principale motivazione. Tommy è pieno di contraddizioni e incoerenze comportamentali, è violento e manipolatore, ma anche sensibile e debole. “La natura umana è così, in tutti ci sono sfaccettature prive di senso, c’è questa dualità… È il bello della televisione: ti dà la possibilità di conoscere un personaggio per più di trenta ore. Puoi approfondire ogni piccolo dettaglio, puoi fare luce su quella parte della sua psiche che di solito non si vede. Ha carisma, anche se non necessariamente le persone vogliono stargli vicino, sono affascinate dalle sue motivazioni, dalle ragioni per cui fa quello che fa. Credo che la gente si identifichi in quella determinazione, in quell’implacabilità”.

Anche se Tommy Shelby è una creazione di Knight, Murphy si è impossessato fino in fondo del personaggio. La sua capacità di mettere a confronto la vulnerabilità con l’essere rude è unica. Il suo sguardo tormentato rivela la confusione, lo spirito di vendetta, la crudeltà di un criminale in cerca di redenzione. Nel sesto episodio della quarta stagione si sente Pyramid Song dei Radiohead: “Mi sono reso conto di una cosa. Non c’è pace per me in questo mondo. Magari nell’altro”, esclama Tommy, dopo essere uscito vittorioso da una sanguinosa guerra con la mafia italiana agli ordini di Luca Changretta, interpretato da Adrien Brody, e a quel punto c’è un momento di catarsi: poche ore prima che Tommy sia eletto deputato per il partito laburista, emergono i suoi demoni più profondi.

Cillian Murphy. Foto: Robert Viglasky © Caryn Mandabach Productions Ltd. 2019

La serie ha il pregio di riuscire a evidenziare gli aspetti crudi e oscuri dei ceti svantaggiati e, partendo da un personaggio come Shelby, descrive l’ascesa della classe operaia di una società regolata in base alle caste, in base al luogo dove si nasce. “Uno non è ciò che diventa, ma come è nato, punto. Non si può cambiare, però Tommy ci prova”, afferma Murphy. La sceneggiatura prospetta la possibilità di farcela, ma alla fine espone senza eufemismi la realtà dei personaggi. “In questi giorni ho imparato una cosa: quei bastardi sono peggio di noi. I politici, signore e signori. Non importa se ne abbiamo diritto o meno, non ci accetteranno mai nei loro palazzi perché siamo quello che siamo e veniamo da dove veniamo”, dice Shelby.

Per Murphy questo ruolo significa essere padrone del proprio destino. È abituato a essere uno dei preferiti da alcuni dei migliori registi cinematografici, come Christopher Nolan e Danny Boyle. Però la sua responsabilità in Peaky Blinders va oltre il semplice interpretare un personaggio. Sul set, Murphy è un leader nato. Il suo punto di vista su come portare sullo schermo la storia di Knight è decisivo. La sua opinione sul personaggio, chiarissima. “Per me non si tratta di un gangster, quanto piuttosto di un uomo ferito dalla Prima Guerra Mondiale. Uno che vive un conflitto ed è pieno di contraddizioni. La gente si sente attratta da questo tipo di personaggi, che hanno un codice morale differente. E ovviamente si tratta di un mondo molto affascinante. Credo che quello che Steven e io abbiamo realizzato riguardi persone di classe operaia, parli di gente che, a differenza dell’aristocrazia o dei ricchi, in origine non aveva niente”. Per preparare questo personaggio si è allontanato dai riferimenti più scontati e ha preferito documentarsi sulla Prima Guerra Mondiale e sullo stress post-traumatico di cui soffrono gli uomini dopo il conflitto. Assicura di non essersi ispirato alle famose saghe di gangster: “Non ho mai visto I Soprano. Ho visto tutti i film di Scorsese, ma non mi sono serviti per girare Peaky Blinders”. Ha avuto lunghe conversazioni con Steve Knight sulla storia e sul personaggio, che si è consolidato stagione dopo stagione. A questo punto, dopo cinque stagioni, Peaky Blinders non potrebbe esistere senza Cillian Murphy. “Tommy non è un tipo vanitoso, credo che gli piaccia vestirsi bene, perché all’epoca avere quell’immagine di stile e classe, stare al centro dell’attenzione, era solo una questione di abbigliamento. Io sono tutto il contrario. Non mi piace essere al centro dell’attenzione”.

Con Cillian approfondiamo il tema della violenza nella serie. Fin dall’inizio, la violenza ha avuto un ruolo molto importante, però concordiamo sul fatto che si tratta di qualcosa che va al di là della semplice attrazione per il sangue. Ogni scena brutale si ripercuote negli sviluppi successivi della storia. Ogni volta che un personaggio viene ferito in uno scontro, nel corso del tempo vediamo la sua riabilitazione, l’invalidità fisica o il trauma psicologico. La violenza stabilisce sempre un filo conduttore che punta verso il dramma tra personaggi che un tempo sono stati soldati e sono sopravvissuti alla Prima Guerra Mondiale. “Quando Tommy è tornato dalla guerra, se ne fregava di tutto. Persino della morte. Ma poi si è trasformato nel leader naturale della famiglia”.

Anche dopo cinque anni trascorsi a interpretare il gangster contemporaneo più amato dai britannici, Murphy non ha molto in comune con il suo personaggio. “Alcune delle sue decisioni sono totalmente immorali”. E non ritiene necessario identificarsi con lui per interpretarlo: “Basta capire perché il personaggio si sta comportando in quel modo. Anche se sembra che stia manipolando o usando la sua famiglia, alla fine Tommy ha sempre buone intenzioni. Questo approccio aiuta a capirlo”. Murphy non è il tipo di attore che affronta le parti a partire da qualche affinità personale e non mette mai in campo la sua ideologia o i suoi pensieri. Si attiene al copione per cercare di capire la situazione emotiva del personaggio. “Steve Knight è piuttosto attento a evitare che ci si lasci coinvolgere personalmente”, assicura.

Foto: Robert Viglasky © Caryn Mandabach Productions Ltd. 2019

Cillian Murphy è nato in Irlanda da una famiglia di insegnanti ed è cresciuto circondato dai libri. I suoi genitori lo hanno sempre spinto alla lettura e all’amore per la musica, la sua passione per le arti viene da lì. Andavano tutti insieme ad ascoltare musica irlandese. “A quei tempi attorno a me nessuno lavorava nel mondo dello spettacolo, erano tutti insegnanti”. Suo padre era bassista in una band e aveva conosciuto sua madre a un concerto. Cillian si è appassionato alla musica fin da piccolo, ricorda di aver iniziato ad ascoltare i Beatles a cinque anni. “Sono molto orgoglioso di essere irlandese. Il mio è un Paese di narratori: ha una grande tradizione artistica, bravi scrittori, bravi attori”. Murphy iniziò a dedicarsi alle arti in primo luogo per il suo amore per la musica. I suoi gusti musicali spaziavano da Stevie Wonder ai Pink Floyd. Imparò in fretta a suonare la chitarra e la batteria, poi mise in piedi un gruppo con il fratello minore. Dopo qualche anno, arrivarono a un passo dalla firma di un contratto con una casa discografica, ma erano ancora minorenni e alla fine non se ne fece nulla. Fu in quell’occasione che gli offrirono la sua prima parte in uno spettacolo teatrale, e quella divenne subito la sua seconda passione. Andò a Londra in cerca di opportunità e poi ci fu il boom. “Fu un cambiamento molto importante, fa ormai parte della storia irlandese. L’emigrazione di tutti gli artisti negli anni Ottanta e Novanta… Sembrava fosse indispensabile andarsene, esprimersi e tornare. Per me è stato fondamentale. Londra era una città emozionante ed è stata essenziale per trovare una voce personale”. Disco Pigs fu il suo primo allestimento teatrale, con cui fece una tournée di diciotto mesi. Quattro anni dopo, divenne anche il protagonista dello spettacolo. E, più tardi, si ritrovò sul set di 28 giorni dopo di Danny Boyle.

Cillian Murphy è un uomo gentile. È colto. Adora ascoltare musica e passare il tempo a passeggiare per Dublino con i suoi figli. È tutto il contrario di Tommy Shelby. Totalmente disinteressato al potere e alla fama, non perde il sonno per l’ambizione di finire sulla copertina delle riviste o di partecipare a grandi produzioni cinematografiche. Preferisce dividere il suo tempo tra i film indipendenti, il teatro e, negli ultimi anni, Peaky Blinders. Se ha qualcosa in comune con il capofamiglia degli Shelby è che entrambi possono essere persone riservate e introverse. È il tipo di attore che si trasforma in un mistero per l’opinione pubblica. E magari è proprio quel mistero che continua a fare di lui una persona enigmatica. “Sono della vecchia scuola, credo che un attore dovrebbe fare l’attore, punto. Voglio fare le cose come si deve, il resto non mi interessa”.

In Peaky Blinders Murphy è seducente e sofisticato come Johnny Depp in Nemico pubblico. Ha la tempra, la calma e la saggezza di Al Pacino nel Padrino e il carisma di De Niro in Heat. Con quel personaggio si è spinto fino a un punto molto oscuro e personale, in cui convivono l’angoscia e la sete di potere. Gli basta uno sguardo per trasmettere ciò che ha in mente. I suoi silenzi sono eloquenti. Si mette continuamente alla prova e il suo personaggio ci fa pensare che tutti i nostri demoni sono lì per farci oscillare tra dolore e incertezza, tra amarezza e speranza. Ci fa vedere come toccare il fondo, come andare all’inferno per capire che non vogliamo tornarci mai più.