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Davide Iacopini, la politica dell’understatement

È fuggito da una laurea in Scienze politiche per fare l’attore. Ha incassato prove importanti, da ‘Diaz’ a ‘Non uccidere’, ma non ha perso la modestia (anzi). E adesso torna con ‘Masantonio – Sezione scomparsi’. Una serie con cui Mediaset prova a cambiare passo

Davide Iacopini

Foto: Luca Carlino

Non dategli retta. Quando Davide Iacopini inizia a dirvi che è stato il regista Daniele Vicari a suggerirgli di portare i personaggi anche fuori dal set, perché «sai, è molto utile» (e altre bubbole da fuoco sacro della recitazione), ecco sappiate che è tutta una messa in scena. La verità è che lui si diverte da morire a recitare. Anzi, ci sguazza proprio. Lo si capisce dall’entusiasmo con cui parla del suo lavoro, dei progetti passati (Leonardo, Non uccidere, il film Diaz) e presenti (Masantonio – Sezione scomparsi) e di ogni singolo personaggio a cui ha dato corpo e voce. Persino con Machiavelli si è divertito da pazzi. Nel suo caso il metodo Stanislavskij è dunque solo un gigantesco alibi per continuare a giocare in quel mondo incantato chiamato immaginazione: una magia che prende corpo sotto i riflettori e che, anni fa, convinse Iacopini a mollare una laurea in Scienze politiche per tentare una carriera tardiva nella recitazione. «Un azzardo, forse, perché il teatro non è esattamente un lavoro sicuro, ma mi sono detto: se devo fare un lavoro per tutta la vita, tanto vale che mi diverta». Adesso, il suo nuovo gioco si chiama Masantonio: la nuova serie tv di Canale 5 in onda domenica sera dove interpreta Sandro Riva. Teoricamente il suo personaggio sarebbe un poliziotto, nonché collega d’indagini di Elio Masantonio/Alessandro Preziosi, in realtà è «il suo assistente sociale, perché evita che la gente picchi Masantonio ogni volta che apre bocca». Segue risata in stile bimbo monello che si è appena divertito un mondo…

Finalmente possiamo “giocare” anche noi con Masantonio: sbaglio o la messa in onda è stata un po’ un parto?
Eh, il parto di un elefante! (ride) Diciamo che la gestazione è stata importante. L’estate non è forse la collocazione ideale, ma sono comunque felice che le reti provino a proporre prodotti nuovi anche nei mesi caldi, sperimentando storie diverse dal solito.

Ti sei appena meritato un dieci in diplomazia. Dai, non dirmi che non avresti desiderato una collocazione diversa.
Chiunque l’avrebbe preferita. Però è anche vero che Masantonio è un prodotto particolare: non dico di nicchia, ma sicuramente destinato a crescere con il passaparola e i passaggi in streaming. Chi apprezza questo genere di storie se le guarda infatti con calma, in seconda battuta. Non ha l’ansia del tutto e subito.

Un po’ come è successo con Non uccidere della Rai?
Esatto, è proprio l’esempio giusto. Non uccidere era partito in sordina su Rai 3, poi è cresciuto, è stato venduto in 32 Paesi e ci hanno chiesto la seconda stagione. Come Masantonio, stiamo parlando di una storia dal ritmo più lento – che non vuol dire noioso – rispetto agli standard delle fiction generaliste, di una fotografia pazzesca e di una recitazione votata all’essenza. Sul set si andava a fondo di ogni singola scena: non c’era la corsa a chiudere al primo ciak. Secondo me Masantonio potrebbe avere lo stesso percorso di Non uccidere, se non addirittura migliore. Ok, lo so, forse sono un po’ di parte…

Foto: Luca Carlino

E poi è ambientato nella tua Genova: vuoi mettere?
Devo dire che la racconta molto bene. Se c’è una cosa che adoro di Genova sono i vicoli: quell’intestino di stradine, incrociate tra di loro, dove ci si perde immancabilmente. È qualcosa di misterioso, ma è così: non conoscerai mai tutte le vie. Non lo so, magari sono scemo io, ma ogni volta che devio dal solito tragitto mi ritrovo a chiedermi dove cavolo sono finito… e finisco per scoprire un lato inedito della città. Ecco, Masantonio racconta proprio questo perdersi in un luogo che è casa tua, sbagliando incrocio.

Questa non è solo l’estate di Masantonio, ma anche l’estate dei vent’anni dai drammatici fatti del G8 di Genova. Tu li ricorderai il 21 luglio, durante la proiezione di Diaz di Daniele Vicari a Roma in Piazza San Cosimato. Da allora a oggi, cosa è cambiato?
Ho dei peli bianchi sulla barba e… direi basta. Non esiste infatti ancora una legge fatta bene sulla tortura: era l’unica cosa che doveva cambiare, e purtroppo non è successo. Tutto il resto sono chiacchiere. È stato comunque giusto realizzare un film come Diaz e riproporlo adesso, in occasione dell’anniversario: la pellicola racconta l’unico momento del G8 di cui non esistono foto e video, perché sono stati requisiti e distrutti all’interno della scuola. Grazie al regista, la gente è potuta venire a conoscenza di fatti che altrimenti avrebbe ignorato, e ne è rimasta scioccata.

Veniamo a te. Ho letto un po’ di cose curiose sul tuo conto.
Ti riferisci a tutte le cappellate che ho fatto nel corso della mia vita?

Anche. Commentiamole insieme. Partiamo dalla nebbia di Pavia e dalla tua idea di recitazione come antidepressivo.
Sintesi perfetta! (ride). Allora, ti spiego. Facevo l’università a Pavia, frequentavo Scienze politiche e andavo anche bene. Però mi stavo proprio ingrigendo: facevo il pendolare da Novi Ligure a Pavia, e ancora adesso non so cosa ci sia tra le due città. Vedevo solo nebbia perché partivo la mattina alle 6.30 e tornavo alle 8 di sera. O meglio: o c’era buio o c’era nebbia. Un giorno in treno ho incrociato una mia amica che stava frequentando una scuola di teatro a Milano. Mi disse di provare. Io convintissimo le replicai: “Ma va’, non ho mai recitato in vita mia, cosa vado a fare?”. Lei ha insistito, così mi sono presentato e su 800 persone io ero tra i 12 che avevano preso. Ancora oggi non me ne capacito. Sta di fatto che ho capito subito che mi divertivo troppo per non fare l’attore. Sapevo bene che era un percorso rischioso: recitare non è come studiare medicina, la cui prospettiva è un lavoro assicurato e ben pagato. Però stare sul palco, dare vita ad altri personaggi, mi entusiasmava dal primo all’ultimo minuto: è stato irresistibile, non sono stato lì a ponderare i pro e i contro. Mi ci sono buttato e basta.

Con una laurea poco utile come Scienze politiche, ci credo che hai finito per puntare sulla recitazione… forse giusto la mia in Scienze della comunicazione è più fumosa.
Ah, be’, allora non puoi criticarmi! Persino noi di Scienze politiche vi guardavamo dall’alto in basso pensando: “Tu non lavorerai mai!” (ride) Comunque ti assicuro che a me Scienze politiche piaceva proprio. Dato che non avevo ancora capito cosa volessi fare nella vita, ho puntato sul percorso di studi più generico al mondo. Però la verità è che, nonostante le svariate materie, mi stavo comunque annoiando a morte… Pavia poi non aiuta. Non è come dire: studio alle Baleari. A Pavia sei lì, tra le risaie e le zanzare, a studiare. Genova invece era tutta un’altra storia! Conta che io facevo l’Accademia di recitazione dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 19.30 e poi alle 21 attaccavo a lavorare, fino alle 3 di notte, come cameriere. Non c’era insomma il tempo per annoiarsi.

Davide Iacopini in ‘Masantonio – Sezione scomparsi’. Foto: Mediaset

E direi nemmeno per dormire…
Sì, però avevo vent’anni: a quell’età, se vuoi, puoi mettere i chiodi a testate. Oggi non potrei reggere quello stile di vita nemmeno per dieci minuti. Ancora adesso mi chiedo come ci riuscissi. Pensa che ogni tanto accompagnavo pure a casa una mia amica, perché mi spiaceva farla andare in giro da sola, e rientravo alle cinque.

Il tuo battesimo sul palco è stato con I demoni di Dostoevskij. Qualcosa di più difficile, no?
Già, sono partito con una robetta facile facile. Io poi interpretavo Nikolaj e più o meno a metà spettacolo avevo un monologo di 17 minuti: tantissimo! Come se non bastasse, era estate e noi sul palco indossavamo dei pesantissimi cappotti di lana grezza. Insomma, tra l’ansia e il caldo finivo lo spettacolo sudato marcio, tutto grondante, facevo schifo! Poi però, quando sono riuscito a trovare una mia routine, e a gestire quei 17 minuti, non me ne rendevo più conto: quel monologo si era quasi trasformato in un mantra. È stato bellissimo, e due anni dopo mi è arrivata la proposta di Diaz.

Di solito chi parte così finisce per diventare un attore impegnato.
Invece poi uno, a un certo punto, fa anche le cazzate… Scherzo! Sì, certo, hai ragione: volendo avrei potuto fare solo Shakespeare nei teatrini di provincia, ma la verità è che a me piace spaziare, dalla commedia al drama. Mi diverto. Non ho mai pensato che chi passa dal teatro alla commedia si svenda: semplicemente mette le sue capacità al servizio di un’altra forma d’arte. Se c’è una cosa che la tv ci ha insegnato è che la cultura non dovrebbe mai essere di nicchia: è fondamentale che più persone possibili possano accedere a contenuti di qualità. Da qui, l’importanza dello streaming che ha dato accesso a prodotto di qualità ma digeribili, nel senso che li vedi e non devi stare per forza lì a prendere appunti per capire cosa diavolo succede.

Andiamo avanti. Passiamo a quando sei finito su un pick-up nel deserto di Atacama. Come ci sei riuscito?
Due anni fa sono partito per il Cile per girare il film Vera de Verdad: una storia semi folle, ma interessantissima. Le location erano sostanzialmente due: la Liguria e il deserto di Atacama, ovvero il posto più secco al mondo. Ha il 2% di umidità e per questo è il luogo dove si vedono meglio le stelle, dato che è situato a 4mila metri di altezza. Era una produzione piccola e indipendente dove tutti facevamo praticamente tutto. In Cile, per dire, la troupe era di sole otto persone, contro le sessanta di media. Un giorno stavamo sbaraccando in mezzo alle dune e ho chiesto al produttore di poter guidare io il pick-up per aiutare a scaricare. Solo che io sono fissato con i fuori strada e così lì, tra le dune del deserto, non ho resistito: una volta alla guida, ho iniziato a sgommare come un matto, con il produttore di fianco a me che mi fomentava urlando: “Vai, vai, vai!”! (ride)

Veniamo al consiglio che ti diede Daniele Vicari: “Inventati un personaggio, poi vai a prenderti un caffè e relazionati con gli altri come se fossi lui”. Lo fai ancora o hanno cercato di internarti e quindi hai smesso?
Lo faccio ancora, soprattutto se il personaggio è distante da me. Tra l’altro è divertente vedere la gente come reagisce a te quando non sei te. Anche dal punto di vista antropologico è un’analisi curiosa. Qualche volta esagero pure un po’, calco la mano, per esempio mi invento accenti diversi. È molto utile perché quando sei sul set è più facile togliere che non aggiungere.

Vabbè, ti diverti.
Ci sballo! Se non fosse così, sarebbe la fine: io mi annoio facilmente.

Davide Iacopini in ‘Diaz – Don’t Clean Up This Blood’ di Daniele Vicari (2012). Foto: Fandango

Hai portato in giro anche Machiavelli?
No, perché era un uomo manipolatore, altezzoso, antipatico… però forse avrei dovuto. Sai, ora che mi ci fai pensare mi vengono i rimorsi. Mannaggia, avrei dovuto portarlo in giro! Comunque all’epoca avevo i tempi un po’ stretti e ho preferito lavorare sulla pronuncia: sul set di Leonardo era richiesto un inglese british, mentre il mio era americano.

E con Riva di Masantonio?
Lui sì, l’ho portato in giro perché c’era da fare un esercizio di empatia al cubo che non era facile. Riva tende infatti a prendersi cura di tutti tranne che di se stesso: la sua empatia è un modo per non occuparsi dei suoi problemi.

A differenza di molti attori, hai una dote rara: la modestia. Mi chiedo: possibile che tu non abbia nemmeno una piccola smania di protagonismo?
Probabilmente sì, come tutti gli attori. Diciamo che di certo non ho la smania di apparire in prima fila: tra un ruolo da protagonista che non mi piace e uno di terza fila che mi appassiona molto, scelgo quest’ultimo. Probabilmente non è una mossa lavorativamente furba, ma non voglio assolutamente che il mio lavoro diventi un dovere: desidero che resti così com’è, ossia un fantastico piacere. Ho quindi bisogno di parti che mi convincono, a costo che siano piccole. Quando torno a casa la sera voglio essere contento.

Prossimo gioco, pardon progetto, in arrivo?
In autunno dovrebbe andare in onda su Rai 1 Tutta colpa della Fata Morgana: una commedia romantica, che si inserisce nella collana Purché finisca bene della società di produzione Pepito. La storia è bellissima – niente, non ce la faccio, sono sempre di parte – e la location è clamorosa: abbiamo girato a Scilla, in Calabria. La Calabria è uno di quei posti poco promossi turisticamente ma che quando arrivi ti fanno esclamare: “Uuuuh! Perché nessuno me lo aveva mai detto prima?”. Posto stupendo! Inoltre abbiamo girato in estate, al mare, insomma non era il classico set invernale nel capannone in via di Pietralata a Roma. Dopodiché dovrebbe uscire in sala anche Vera da Verdad. Quanto a me, a settembre dovrei essere sul set. Ma è ancora tutto top secret…

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