Da ‘Mare fuori’ alla musica: Matteo Paolillo, poligamo dell’arte | Rolling Stone Italia
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Da ‘Mare fuori’ alla musica: Matteo Paolillo, poligamo dell’arte

Matteo l’attore e Icaro il cantautore, ma anche il regista di videoclip, lo sceneggiatore e perfino il poeta. E poi Edoardo Conte (il suo personaggio nella serie da 30 milioni di visualizzazioni su RaiPlay) e 'Edo', l’EP d’esordio a lui dedicato

Foto: Francesco Guarnieri

Grooming: Daniele Esposito. Look: Marsem


«La seconda stagione di Mare fuori emotivamente è stata molto intensa, credo di essere cambiato tanto», mi sta raccontando Matteo Paolillo al telefono, quando si blocca: «Sì? Avanti, vieni, vieni… Scusa, è che nel frattempo sono in studio a seguire il montaggio di un videoclip che ho girato. Dicevamo?».

Il videoclip è quello di Musica e rumore, il suo nuovo brano trap dance (fuori dal 25 febbraio) realizzato con Lolloflow, con un sound anni Ottanta che ti entra in testa al primo ascolto e che arriva dopo Edo, l’EP d’esordio dedicato al personaggio della serie che l’ha lanciato. Troppe informazioni, troppi intrecci. Facciamo ordine.

Il fatto è questo: Paolillo è una matrioska. Parla di dieci progetti insieme mentre ne pensa altri cento. Sguscia via e scappa pure dagli schemi dell’intervista. Infatti capita che fai una domanda a Matteo l’attore e ti risponda Icaro il cantautore. Sì, perché per far musica lui ha scelto un nome d’arte che è l’incontro fatalista tra mitologia greca e rap napoletano, e che poi, tutto sommato, è legato da una morale comune: se non stai attento alle ambizioni sbagliate, rischi di bruciarti (i greci la sapevano lunga, ma Matteo l’ha capito in fretta).

E il gioco delle parti non finisce qui, perché sotto Paolillo-Icaro ci sono tutti gli altri: Edoardo Conte il personaggio, Edo l’EP, poi sbucano il regista di videoclip, lo sceneggiatore e perfino il poeta. A custodire i pezzi (rabbia e pene d’amore comprese), neanche a dirlo, è Napoli. Le infinite facce di Paolillo convivono in quella che lui definisce una «fiera poligamia creativa». Conservatori delle etichette, è andata così. Arrendetevi: ormai questa è una bandiera generazionale. Essere tutto e tutto insieme, senza limiti. Eccetto quel problemino dello spleen esistenziale che ormai sembra riguardare più i Millennial che Baudelaire. Paolillo a 26 anni lo conosce bene e lo riassume anche meglio: guardare al passato con l’impressione che non ci appartenga, e pensare al futuro con l’ansia che non ci spetti. Sempre in bilico, insomma. Anche quando la gente ti riconosce per strada perché stai facendo qualcosa di veramente bello? Sì.

E Icaro fu. Che storia c’è dietro?
È quello che vedo intorno alla mia generazione e che da subito ho portato nei miei pezzi: Icaro è la metafora di quanto siamo stati educati all’arrivismo. Abbiamo questa ambizione che sembra piuttosto una sindrome del supereroe, come se dovessimo sempre arrivare al sole. Non possiamo essere mediocri, ci hanno insegnato a dover superare gli altri, a dover eccellere. Ma questa frenesia finisce per bruciarci le ali.

Pensa che io nel mito di Icaro ci vedo prima una storia di reclusione, dove bisogna ingegnarsi per conquistare la libertà.
Sicuramente nella mia vita anche il rapporto con Icaro si sta evolvendo, la reclusione da pandemia mi ha spinto verso questa chiave di lettura. Ma io soffro molto questa storia del dover eccellere oppure sei un fallito. Ti devi laureare in tempo altrimenti sei fuoricorso, no? Infatti non mi sono mai iscritto all’università.

Pare che sia la croce dei Millennial.
Esatto, con la solita grande domanda: sono una persona che può andare avanti? Questo meccanismo non mi piace, non voglio vivere l’ansia del tempo. La mia generazione è stata educata così: guardiamo al passato cercando di capire se abbiamo realizzato quello che dovevamo realizzare. Allora guardiamo al futuro, ma ci domandiamo come sarà.

Invece il presente che dice?
Quando riesco a viverci, sto bene.

Foto: Francesco Guarnieri; Grooming: Daniele Esposito; Look: Marsem

Per rimanere sul povero Icaro, a quell’attimo prima dello schianto: tu quand’è che hai detto ai tuoi genitori “Guardate, sto volando”?
Bella domanda. In realtà io quell’emozione ho iniziato a provarla le prime volte che sono salito su un palco. Ero molto piccolo, avrò avuto 13 anni, ma la sensazione del buco nero del boccascena ti dà l’impressione di volare davvero.

Credevo avresti risposto citando Mare fuori (30 milioni di visualizzazioni su RaiPlay, tra poco inizieranno le riprese della terza stagione, nda), sai?
Quando mi hanno preso per Mare fuori non avevo idea che sarebbe stato un successo del genere, anche se era il progetto più importante per cui ero stato scelto.

Mi racconti il primo provino?
La proposta del self-tape è arrivata in un periodo di delirio al Centro Sperimentale. Ero così incasinato che valutai di non farlo, pensa te. Invece ho improvvisato: stavamo facendo uno spettacolo a scuola e quel giorno, tra la prima e le seconda replica, ho preso due amici: “Andiamo un attimo sul tetto”. Dovevo girare due scene, me la sono cavata velocemente, ma avevo pochissime pretese. Invece poco dopo la casting mi ha convocato a Napoli per farmi incontrare Carmine Elia.

‘Meno di Trenta’, candidato in coppia con Artem per un premio dedicato ai giovani talenti: perché ve lo siete meritato?
Penso che quello che abbiamo fatto Artem e io su Mare fuori, insieme, sia un lavoro attoriale enorme. Senza voler fare il presuntuoso, ma è stato davvero un gioco di squadra che ci ha migliorato a vicenda. E siamo forti come singoli perché siamo forti come squadra, infatti mi spaventa fare cose senza di loro. Non è lo stesso.

E quando la bolla della serie finirà?
Non ti nego che un po’ mi impensierisce, ma ho comunque troppa voglia di dedicarmi anche ad altro. Più cresco e più mi allontano dall’età di Edoardo. Insomma, mi spaventa di più non uscire dalla bolla.

Ti rendi conto di aver dedicato un EP al tuo personaggio? Alla faccia delle accademie e della teoria, che ti insegna a dividere il mestiere dalla persona.
(Ride) Qui invece è simbiosi totale. Che poi nell’album c’è anche una componente autobiografica, ma sono anni che approfondisco questo personaggio. Non so, è complicato scindermi davvero da lui, quindi lo indago anche dal punto di vista musicale.

Edo è un’estensione naturale del tuo percorso nella serie, ma anche un esordio furbo, non trovi?
Il primo pezzo è stato ‘O mar for, ed è nato proprio per approfondire alcuni aspetti di Edoardo. Subito dopo sono arrivati Fa’ chell’ che ‘a fa’ con Giacomo Giorgi (Ciro in Mare fuori, nda) e Sangue nero, un brano che mi è stato richiesto proprio per la serie. Diciamo che a quel punto ci avevo preso la mano. Sicuramente a livello commerciale è stata una strategia giusta, ma è nata davvero da un’esigenza. Ho altri pezzi pronti, ma ho voluto chiudere un cerchio con Edo.

La violenza che emerge dai brani però è quella di Edoardo, non la tua. Che cortocircuito crea, a livello autobiografico?
Per questo volevo fossero pezzi più universali, anche se legati a Mare fuori. Così ho portato il mio punto di vista sulla violenza, sull’amore, sui tradimenti, sulla difficoltà a lasciarsi andare ai sentimenti se in passato ci hai già sofferto. ‘O mar fa paura è il pezzo più svincolato da Edoardo, è la mia esperienza. Poi, tolto che non sono un criminale in un carcere minorile, il mio corpo e la mia voce sono comunque quelli di Edoardo. E pure le emozioni che ho provato.

L’ultima stagione ha dato a Edoardo un figlio, ma gli ha anche fatto perdere l’amore. A te, invece?
È complicato, la seconda stagione è stata emotivamente più profonda e io sono cambiato tanto, anche per via del contesto storico. Credo di essere maturato, ho imparato a fare meglio i conti con il successo di Mare fuori, con le persone che ti fermano per strada. Inizio a capire come adattarmi a questa storia che se vado in un posto gli altri mi riconoscono.

Il conflitto della fama tutta e subito? Ammortizzi bene?
Mi hanno aiutato due accademie alle spalle e dieci anni di mestiere prima di arrivare alla serie. Però sì, avere molto successo e subito diventa complicato. Come dice Salmo: “Ti addormenti tra le mani della folla, ti regalano il successo…”.

“E quando succede, giù. Crolla”. Big up. Quindi come te la cavi?
Sto sempre a pensare a cosa voglio fare dopo. In realtà credo d’essere un insoddisfatto cronico. Ed è strano, perché magari da fuori le persone riconoscono il gran lavoro che stiamo facendo, ma è come se io già non ci stessi pensando più.

L’ossessione per il cinema ce l’hai?
Nel mio caso penso sia un’ambizione, non un’ossessione. E a meno che non muoia l’anno prossimo, a ventisette anni, il che sarebbe triste, un po’ di tempo dovrei avercelo ancora. Spero di avere almeno trenta o quarant’anni di carriera davanti per dedicarmi al cinema. Non ho fretta.

Niente ansia del tempo, giusto. Veniamo al rap napoletano: poteva sembrare una scelta quasi ovvia, ma so che temevi lo scimmiottamento gangsta della scena americana: perché?
Questo è un tema molto sentito per me. Forse la risposta è in pezzi come Sangue nero o Amare chi fa male, dove si sente quanto ci tengo a contrastare quella tendenza. Innanzitutto perché in America quel tipo di musica nasce da un contesto sociale preciso, mentre in Italia quelli che fanno quel tipo di musica hanno iniziato a giocare ai gangsta per poter dire la verità nelle canzoni.

Ci vai giù pesante. Continua.
La tendenza trap di iconizzare la violenza e ostentare la ricchezza ha creato nelle nuove generazioni un’ambizione a quel mondo lì. Nel frattempo la criminalità adolescenziale aumenta a dismisura. Vandalismo e aggressività mischiati alla frustrazione per la pandemia. Leggevo delle stime in questi giorni, ed è impressionante quanti adolescenti appartengano a delle baby gang e abbiano già commesso almeno un reato. Ma se l’arte può ispirare l’umanità a cambiare, non dovrebbe creare il caos e portarti a girare con un passamontagna, no?

Quella vita lì tu l’hai mai conosciuta da vicino?
Io ho sempre preso le distanze da queste dinamiche. Le ho viste, ma senza avvicinarmi davvero. Sono ovunque. Mi ricordo anche di quando passeggiavo in via del Corso e sentivo i ragazzini dire “andiamo al Pincio”. Era il periodo in cui grupponi di ragazzi si riunivano lì per menarsi. Quando la violenza diventa una ricerca di adrenalina, allora sei un tossico.

Senti, so che non sopporti questa concezione italiana dell’artista monogamo: o attore o cantante. Dici che è colpa del cattolicesimo?
(Ride) Possibile! Guarda, io incontro molte persone monogame nella mia vita. Le accetto, non le condanno. Ahimè, non si può insegnare la poligamia. Ed è un po’ il motivo per cui in Edo Freestyle lancio la provocazione: “Ma si attor’ o si cantant’?”. Sono entrambe le cose, e in realtà ne sono molte altre. Ti sto parlando dal montaggio di un videoclip che ho diretto, scrivo rime ma anche poesie e sceneggiature, e ho uno spettacolo che prima o poi porterò a teatro. Che c’è di strano, perché bisognerebbe scegliere? Inoltre penso che tutti gli attori abbiano altri interessi: a volte restano hobby, altre diventano un lavoro. Io sono fieramente poligamo.

Allora, Icaro, chiudiamo con un po’ di poesia: dove stai volando e come proverai a non bruciarti le ali?
Il rischio potrebbe essere quello di desiderare troppo, oltre Mare fuori. Mi sto interrogando molto su quali personaggi desidero interpretare. Mi piacerebbe raccontare le crisi della mia generazione. Il disagio del modo in cui siamo abituati a socializzare, la crescita senza certezze economiche, guardare la generazione precedente e pensare che i nostri genitori, alla nostra età, erano già sposati, con un lavoro stabile e una casa di proprietà. Mentre noi stiamo ancora brancolando nel buio. Ma quest’anno devo rimanere concentrato su Edoardo, mentre il resto sto provando già a raccontarlo con la musica. Quindi direi di mirare al sole, ma volando basso… per ora. Come ti sembra?