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Che dura essere ‘Baby’!

Benedetta Porcaroli e Alice Pagani sono le protagoniste, timidamente hot, della nuova serie Netflix: tutto il casino dell'adolescenza, ispirato a una torbidissima storia vera.

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Benedetta Porcaroli e Alice Pagani, scattate in esclusiva per 'Rolling Stone' da Alessandro Treves.

In uno scantinato bohémien della periferia milanese, all’insaputa di gentiluomini urbani che sorseggiano Heineken da 66 pochi metri più sopra, due giovanissime attrici, tanto talentuose quanto affascinanti, si abbandonano su un materasso davanti all’obiettivo del fotografo, al tempo stesso languide e innocenti. Il giornalista con il doppio dei loro anni incaricato di intervistarle, cioè io, si chiede come apparirà ai loro occhi. Conosce già la risposta: esattamente come mi appariva chi aveva il doppio dei miei anni quando io ne avevo 20 – un povero, patetico vecchio. O soltanto ex-giovane, che è la stessa cosa.

Carico di autostima per questo pensiero, sto per incontrare Alice Pagani e Benedetta Porcaroli, le protagoniste di Baby, la serie Netflix ispirata a un torbidissimo fatto di cronaca di qualche anno fa – le “baby” del titolo sarebbero le baby squillo, figlie della “buona società” romana, che si prostituivano per clienti maturi e facoltosi come calciatori, imprenditori e potenti in generale (tra cui, lo si ricorda non per malignità antifascista ma per dovere di cronaca, il marito di Alessandra Mussolini).

Il rapporto tra giovani e vecchi, tra il mondo degli adolescenti e quello degli adulti è al centro della serie, un prodotto di taglio palesemente glocal che sembra riferirsi più ad altre creazioni a marchio Netflix come 13 o Élite, piuttosto che alle prurigini da Dagospia che fanno da triste ispirazione alla vicenda. Alice Pagani in Baby interpreta Ludovica, una ragazza ribelle che dietro all’apparente durezza nasconde una grossa fragilità. La sua spontaneità e una certa timidezza nel rispondere alle domande contrasta un po’ con l’immagine da femme fatale del suo Instagram. «La serie ha un linguaggio profondo, romantico, e allo stesso tempo dark.

La dolcezza dei personaggi spesso viene in qualche modo sporcata. Soprattutto il mio. Ludovica è molto strong, è una ragazza istintiva, che ha voglia di vivere ma allo stesso tempo ha paura di vivere. Non segue strategie per arrivare a ciò che vuole. Ci va diretta, anche se poi si schianta contro un albero e si ferisce. Ma riesce a mettersi dei cerotti e continuare la sua battaglia. Io ho sempre frequentato scuole pubbliche, quindi andare in giro con la divisa all’inizio mi è sembrato fichissimo! Ma poi ho imparato a odiarla, come fa Ludovica. Ho cercato di trovare una personalità all’interno di questo costume che rende tutti uguali».

Alice Pagani scattata in esclusiva per ‘Rolling Stone’ da Alessandro Treves.

Baby è stato scritto dai GRAMS, un collettivo di giovani sceneggiatori che ha cercato di replicare il linguaggio dei ragazzi, che spesso nel cinema e nelle fiction italiane suona fasullo, evidentemente firmato da adulti che si sono dimenticati da un pezzo cosa pensano i “giovani”. «Appena ho letto la sceneggiatura, ho capito che era stata pensata e scritta per il parlato. Sono sempre riuscita a capire dove mi trovavo, in che modo recitare». Baby si rivolge a un pubblico giovane, «di adolescenti. Tutti entreranno nelle nostre teste e nei nostri mondi – e un’adolescente ha sempre un mondo, dentro, spesso incasinato. Deve ancora arrivare a quell’età in cui poi si fa chiarezza», non è detto che questo succeda, vorrei suggerire, ma mi trattengo: «sarà un po’ una giostra, insomma. Come nella realtà».

Benedetta Porcaroli e Alice Pagani, scattate in esclusiva per ‘Rolling Stone’ da Alessandro Treves.

Anche se Baby si allontana dal caso delle baby-squillo romane, non dev’essere stato facile immedesimarsi, scavare nella parte per cogliere i motivi per cui una ragazzina sceglie di fare qualcosa di tanto radicale come prostituirsi: «I soldi sono solo un contorno, tutto il resto è basato sulle emozioni che Ludovica sta provando. Quando ho letto la sceneggiatura, quello che mi ha colpito non sono stati i soldi che lei guadagnava, ma quanto lei stesse male».

All’opposto di Ludovica c’è Chiara, l’altra protagonista, interpretata da Benedetta Porcaroli: se è vero che è la prima a trascinarla su una china pericolosa, come spesso succede, il trascinato ci mette poco a diventare trascinatore. Quando parla, dimostra più dei suoi vent’anni: è riflessiva, eloquente, apparentemente sicura. «Baby è pensata per i ragazzi ma è riuscita a trovare un linguaggio universale, sia per i temi sia per i personaggi. Parla dei ragazzi di adesso e dei problemi che si trovano ad affrontare. I ragazzi riusciranno a immedesimarsi di più, ma c’è anche il ruolo dei genitori da tenere presente».

Benedetta Porcaroli scattata in esclusiva per ‘Rolling Stone’ da Alessandro Treves.

E i genitori non mi pare che ne escano benissimo, a parte il fatto che si cagheranno sotto, pardon my French, assistendo a questo spaccato di psicologia adolescenziale. «È una serie che provoca un fortissimo senso di inquietudine, di minaccia. Capisci che c’è qualcosa di strano che non torna, non sai esattamente se e quando esploderà. I genitori si trovano a dover rispondere a una domanda: perché queste cose avvengono? Baby affronta con realismo temi reali senza dare un giudizio o delle risposte».

Per una ragazza da poco adulta, anagraficamente, «essere costretta a raggiungere l’anima di un personaggio del genere è stato faticoso, bisogna eliminare ogni tipo di giudizio, positivo o negativo. Prendere dalla propria esperienza piccole cose che ti sono capitate ed elevarle alla massima potenza. La storia di Baby si svolge nell’ambiente in cui sono nata e cresciuta, con cui ho avuto a che fare probabilmente meglio di chiunque altro che abbia lavorato con noi a questo progetto». Essere adolescenti insomma è un gran casino, e se questa serie ha un pregio, è quello di raccontare le loro imprese e disavventure senza mai perdere la tenerezza.

«In passato anche io mi sono sentita un pesce fuor d’acqua», concorda Benedetta, «conosco quel disagio, quello di non sentirsi mai al posto giusto, con la persona giusta. E come nella vita reale, gli adulti stanno in secondo piano. Ci sono e non ci sono. Il singolo ragazzo è solo. E no, non ne escono benissimo gli adulti. Gli adolescenti sono confusi, ma con gli adulti va anche peggio. Baby è una serie in cui i figli capiscono i genitori. E quando diventi tu a dover rassicurare i genitori capisci di essere cresciuto un po’».

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