Foto: Philippe Antonello/Hulu/Sky

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‘Catch-22’, il paradosso della guerra secondo Clooney

Accompagnati da George Clooney (in alta uniforme da George Clooney) e Kyle Chandler, siamo stati alla presentazione romana della serie tratta dal più strano romanzo mai scritto sulla Seconda guerra mondiale

Lunedì mattina a Roma, all’ingresso del cinema Moderno, un George Clooney in alta uniforme da George Clooney scende da un’automobile scura e passa in rassegna la truppa di fan, giornalisti e fan-giornalisti che gli si para davanti. Colpito forse dall’idea che l’ingresso della metro di piazza della Repubblica sia sprangato per l’occasione, e che la fontana delle Naiadi sia asciutta per evitare che il pubblico sia tentato dall’annegarvi i suoi bollori, da attore-regista consumato, George assume un’espressione di ironica, soldatesca soddisfazione. Non sa che la metro è chiusa, da otto mesi, per cause naturali e che la fontana di Mario Rutelli è fuori uso per dei lavori di manutenzione che rischiano di durare più a lungo di quelli che servirono per la sua costruzione. Così, l’anteprima europea di Catch-22, originale Sky in sei episodi sui paradossi della guerra e – più in generale – di tutta la politica insensata, è cominciata prima di mettere piede in sala.

La serie è tratta dall’omonimo capolavoro di Joseph Heller del 1961, il romanzo parzialmente autobiografico e del tutto antimilitarista che, parodiando vita e opere di una squadra USAF stanziata a Pianosa durante la Seconda guerra mondiale, divenne una bibbia per gli oppositori alle guerre di Corea e del Vietnam e, per estensione, alle mansioni e alle imprese inutili. Catch-22 è la storia di John Yossarian, detto Yo-Yo. È un giovane capitano dei bombardieri che, per una serie di motivazioni illustrate egregiamente, fin dalle prime scene di volo, dall’espressionismo facciale del suo interprete, Christopher Abbott (da Emmy, con lode), un bel giorno si persuade che, presto o tardi, creperà in missione. Yo-Yo decide allora di giocarsi le sue carte per tornare a casa il prima possibile.

Christopher Abbott è il Capitano John Yossarian. Foto: Philippe Antonello/Hulu/Sky

Il fulcro concettuale del prodotto è il Catch-22, il comma 22. Viene introdotto per la prima volta a Yossarian dal medico della base, per poi assumere innumerevoli forme, anche palesemente contraddittorie tra di loro. Per essere riconosciuti quali pazzi – la scorciatoia migliore verso l’agognato congedo – è necessario presentare un’apposita richiesta. Ma qui viene il bello: il fatto stesso di avanzarla, dimostrerebbe la sanità mentale del richiedente, perché solo una persona in regola col cervello cercherebbe di evitare missioni come quelle assegnate al nostro antieroe. Al contrario, un autentico pazzo continuerebbe felice e contento a bombardare fino alla fine dei suoi e dei nostri giorni. Il Catch-22 si applica a un’infinità di situazioni e, a sessant’anni dalla sua invenzione, continua in parte a definire l’intera epoca in cui viviamo. (Pensate a quante volte ci poniamo questioni irrisolvibili, del tipo: Come posso ottenere un prestito se non possiedo già le garanzie finanziarie che lo coprano? Come posso acquisire l’esperienza per governare un Paese se non mi fanno governare, dal momento che non possiedo la necessaria esperienza per farlo? Ok, forse per la seconda la soluzione è arrivata).

Quando entriamo nella sala 3 del cinema Moderno, c’è già qualcuno che sta smanettando con il giochino psicoattitudinale che Sky ha preparato per i social: The Catch Test. Non c’è stato verso di uscirne vittoriosi, cioè inidonei: le domande sono insidiosissime e sono vane le doppie psicologie inverse (mi si esonera di più se dico che a volte sono posseduto o se mi sento pedinato?). Bella mossa di marketing. Forse, meno bella l’idea di far proiettare in anteprima solo il primo e l’ultimo episodio, con in mezzo una velocissima carrellata sui contenuti degli altri quattro. È anche questo parte di un test? Se restiamo in sala, vuol dire che siamo pazzi e quindi potremo vederle tutte e 6 di seguito? Alcuni, comunque, escono.

I fitti dialoghi tra i militari, a volte esilaranti, a volte esilaranti e commoventi, saranno familiari a chi ha dimestichezza coi film e le serie belliche d’ordinanza: M*A*S*H, Apocalypse Now e Full Metal Jacket, o a chi non ha fatto il militare a Cuneo. In verità, però, è un filone che parte proprio dal libro di Heller. La serie è visivamente fantastica. Il contrasto tra le verdi colline del Lazio e i toni seppia delle bombe e delle fusoliere è riuscito a meraviglia, né più né meno dell’altro stridio: quello tra le scene in corsia e gli sprazzi di speranza in cui, nascosto in campagna per una scena, Yo-Yo sembra finalmente guardare la follia dallo specchietto retrovisore, che invece lo stava semplicemente per doppiare.

Yo-Yo pensa di risolvere i suoi problemi manifestando al Dottor Daneeka (Grant Heslov, anche regista degli episodi 1 e 3, oltre che produttore), tra una bomba e l’altra, nell’ordine: forti dolori al fegato, sintomi di appendicite, sempre più forti dolori al fegato, gravi perforazioni dello scroto, incipiente squilibrio mentale. Ma per un capitano che vuole a tutti i costi il congedo, non c’è niente di peggio di un colonnello in fissa per la promozione a generale. Il colonnello Cathcart (Kyle Chandler), come una Sherazade in mimetica, o una Penelope guerrafondaia, nel silenzio della notte, fa e disfa il destino del protagonista, dribblando con carta bollata – e in combutta col dottore – tutti i suoi malori, reali o presunti. E il nostro antieroe non solo non viene riformato, ma vede aumentare il numero delle missioni da portare a termine, che da 25 passano a 30, poi a 40, e così via. Ciascun volo, per Yo-Yo, è una sessione di roulette russa. Eppure, una volta a terra, sarà ancora più difficile schivare, invece degli spari della contraerea, i colpi di testa del medico e del colonnello. Yo-Yo finirà per combattere non tanto contro le potenze dell’Asse, cosa già di per sé problematica, quanto contro i suoi capi, la loro burocrazia, la loro inefficienza e le loro ossessioni: cosa impossibile.

Kyle Chandler fa un lavoro straordinario come comico dark, in un testa a testa perfino con Hugh Laurie (nel ruolo del Maggiore de Coverley, stralunato capo della base, esteta e buongustaio). Forse l’ha aiutato il fatto che, a differenza degli altri ufficiali superiori, che sono così incompetenti o avveduti da sembrare chiaramente destinati alle più alte gerarchie, lui resta puntualmente sconfitto, e più allunga il brodo alla carriera indesiderata del protagonista, più aumentano le probabilità che egli stesso fallisca agli occhi di chi può decidere della sua promozione. Cosa che, puntualmente, accade.

Kyle Chandler nei panni del Colonello Cathcart. Foto: Philippe Antonello/ Hulu

Gli unici esseri viventi con cui i personaggi di Catch-22 stabiliscono un contatto umano più profondo e proficuo sono tutte donne: infermiere, prostitute, le mogli dei superiori, in particolare quella del tenente Scheisskopf (in inglese: shithead) interpretato da Clooney. George (che ha diretto gli episodi 4 e 6, e prodotto l’intera serie – gli episodi 2 e 5 sono stati girati, invece, da Ellen Kuras) è irresistibile nel cammeo triplicemente autobiografico del tenente con la mania per le parate e l’ordine (come un regista/produttore), irresistibilmente vanitoso e istrionico (come un attore), di cui tutti vorrebbero accaparrarsi la moglie.

Finita la proiezione, c’è da dire che il cast stacca veramente molto bene sullo sfondo con le grafiche della serie, nelle quali qualche illustratore geniale ha scelto di sostituire la T di Catch con un segno che ricorda sia una bomba che una cravatta, cosicché non sai dire dove finisca l’ordigno e inizi l’abito. E le due icone sovrapposte, unite da quel nodo doppiamente mortifero, esplosivo e asfissiante al tempo stesso, nello spazio di un solo logo, simboleggiano tanto gli onori illusori del bombardamento quanto gli oneri concretissimi di tutte le pubbliche amministrazioni corrotte, di tutte le aziende mal gestite, di tutti i progetti senza senso. Forse ci ha voluto ricordare che, anche in tempo di pace, la guerra può essere una forma estrema di lavoro inutile, e ogni capo inadeguato è l’antagonista di una distopia dell’ufficio accanto.

Chandler, che ci ha concesso un momento di conversazione a tu per te, ci rivela che il suo personaggio, pur essendo stato molto piacevole da interpretare, “avrebbe potuto essere ancora più presente e importante, dal momento che ha una grande presenza nel libro, di cui è l’antagonista di fatto. Non lo vedo come un personaggio crudele o negativo, perché nel mondo in cui è collocato, cioè una realtà vista da Heller attraverso la lente dell’assurdo, tutto quello che fa è perfettamente giustificabile. Però mi dicevano: contienilo, e io l’ho contenuto!”. “Quale personaggio politico può avermi ispirato per il mio ruolo di Carthcart? Ce ne sono così tanti tra cui scegliere. Pensane uno e riempi lo spazio!”. Sull’Italia: “I posti che dove mi sono sentito più a casa sono Sperlonga, Napoli e la Sardegna. Ho scoperto che la campagna italiana non è molto diversa da quella americana. Certo, le costruzioni e le colture non sono le stesse, ma le persone mi sembrano essenzialmente molto simili”.

Molto spassoso il botta e risposta con Chris Abbott, che ci dice due cose fondamentali della sua esperienza lavorativa italiana: “Tutti mi chiedono come stia il mio fegato. In Italia ha bevuto molto e mangiato molto. Quindi, se nella serie sta bene, nella realtà: così così. Per fortuna, oltre al lavoro, qui da voi ho scoperto finalmente il fascino del dolce far niente. Meglio tardi che mai”. Ma, naturalmente, il meglio lo danno Giancarlo Giannini (che in Catch-22 è Marcello, tenutario pacifista e rivoluzionario di un bordello romano) e George Clooney. “George è un vero politico. Da italiano ho capito prima di tutti che potrebbe davvero essere il nuovo Presidente e quindi ho colto l’occasione per ingraziarmelo da subito!”. Ma George: “Certo, avere un Presidente che sembra volere le guerre e non fa nulla per l’ambiente… Non credo però che la politica sarebbe il posto giusto per me, è un luogo di compromessi, e io, nel mio lavoro, sono felice di poter fare meno compromessi possibile. Come mai ho scelto per me un personaggio che il cui nome in inglese si traduce con Shithead? Urlare agli altri personaggi è una buona terapia dello stress, soprattutto per un regista”. E restituisce il complimento a Giannini: “La parte più bella delle riprese in Sardegna è stata quando Giancarlo arrivava sul set e tutti lo riverivano come royalty”. Girare in Italia, però, è stato come tornare a casa anche per lui.

Giancarlo Giannini in ‘Catch-22’. Foto: Philippe Antonello / Hulu



Il Catch-22 di Clooney, a differenza di quello del libro, non è un infinito fluire di sketch o di mostri, ma mette al centro una storia e dei personaggi, per quanto tragici, per quanto comici. La serie si è posta l’obiettivo ambizioso di ristrutturare in una trama che va in un’unica direzione i contenuti di un libro che ne ha quattro o cinque per capitolo, e gioca continuamente al surrealismo e alla satira quando invece è soltanto, iperrealisticamente, la rappresentazione di quello che avviene in un sistema, molto nervoso, che è fatto di qualche dozzina di menti sezionate come in un teatro anatomico, al posto dei rispettivi cervelli.

Catch-22 è il più strano romanzo mai scritto sulla Seconda guerra mondiale. Catch-22 targata Sky è la più lineare delle versioni che se ne possano girare – certamente lo è molto di più rispetto a quella degli anni ’70 diretta da Mike Nichols – ma non per questo la meno incredibile e paradossale. Questo è il grande merito artistico del lavoro dei registi Clooney, Heslov e Kuras e degli sceneggiatori Davies e Michôd. La prova finale che non si può mettere in scena una guerra razionalmente e, al tempo stesso, onestamente.

E anche se in Catch-22 ci sono molte scene visivamente o dialetticamente straordinarie, le più riuscite e a loro modo feroci sono quelle che avvengono nella mente altalenante del capitano Yo-Yo, sempre appeso a un filo e sbattuto dal cielo alla terra, al punto che uno può pensare che il suo soprannome sia più dovuto alla somiglianza col movimento del giocattolo che alle sue supposte ascendenze assiro-babilonesi. Clooney e i suoi sono riusciti, con la grazia particolare delle dimostrazioni per assurdo, quando si annidano in una confezione perfetta, in una trama accattivante, in un cast magnifico, che la vita di tutti i giorni, pur affrontandola con l’elmetto, solo per pochissimi, particolarmente fortunati o fuori di testa, è più piacevole di un conflitto a fuoco con gli altri e con noi stessi.

Catch-22 in prima tv esclusiva dal 21 maggio, ogni martedì alle 21.15 su Sky Atlantic (e disponibile su Sky On Demand, Sky Go e in streaming su NOW TV)