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Alessio Praticò c’è

«Io ci sono» è la frase che l’attore, consacrato dalla serie ‘Il cacciatore’ e ora di nuovo boss in ‘Blocco 181’, dice a chi (come noi) sostiene che dovrebbero chiamarlo di più. Per fortuna, lo stanno ascoltando (vedi la nuova stagione di ‘Boris’). Ritratto di uno dei più bravi in circolazione

Alessio Praticò

Foto: Dirk Vogel. Look: Empresa

L’assenzio. Quando vado a telefonargli, noto che su WhatsApp ha scelto la frase di un pezzo dei Bluvertigo: «Il mondo è così pieno d’amore, io disimparo ad odiare». Praticò è un fan («Li amo» mi dice) ma, a dispetto del brano che cita, lui sembra esercitarsi a non perdere il controllo ed evitare i conflitti. «Durante la pandemia c’è stato un momento in cui ho avuto l’impressione che fosse venuto meno il senso di empatia. All’inizio era “andrà tutto bene”, poi le persone si sono incattivite. E a me questa cosa mette a disagio».

Nel corso della nostra chiacchierata, gli servo qualche assist: sul fatto che si rifiuta di parlare di ritratto sociale quando promuove una serie come Blocco 181 o personaggi ispirati a storie crude quanto vere; sugli applausi che avrebbe meritato per Il cacciatore ma che non sono arrivati a dovere (follia, sacrilegio, empietà!); sul suo desiderio di far commedia anziché dramma, e di ammetterlo quando molti suoi colleghi ambiscono allo status opposto (follia, sacrilegio, empietà!). Di fronte alle provocazioni, lui mi risponde con diplomazia e con lo scoppio di una risata timida. Sempre. Non molla un briciolo di quella disciplina accademica ereditata dalla sua formazione teatrale e forse anche dalla sua educazione familiare. Figlio unico, lui, ma non figlio d’arte. Mamma insegnante, padre impiegato alle ferrovie, lo scenario d’origine e spesso anche di ritorno è Reggio Calabria.

Con un’umiltà che quasi delude chi vorrebbe cavargli di bocca dichiarazioni forti e magari qualche polemica (che ci sta sempre bene), Praticò mi regala una ventata d’aria buona. Una riflessione da purista sul ruolo del cinema e dell’attore, sulla commedia e sulla dicotomia buono-cattivo, che ovviamente lo porta a citare Shakespeare. Libero dalle aspettative, sa di essere uno dei più bravi ma non lo ammette neanche qui. Si limita a rispondere: «Io ci sono». Ovvero: datemi tutto, se volete. Perché, anche se non sarò io a dirlo, me lo merito.

Ma quindi l’hai capito come si disimpara ad odiare?
Forse cercando di essere felici. Provando almeno a costruirla, la felicità. Ho capito che se sei triste, insoddisfatto e frustrato, rischi di buttare tutto questo sugli altri. Credo invece che mettersi nei panni degli altri non guasterebbe, e forse il lavoro che faccio mi aiuta ad applicare questo concetto anche nella vita.

A proposito di lavoro, adesso sei sul set?
Sto girando qui in Calabria l’opera prima di Lorenzo Adorisio, s’intitola La festa del ritorno ed è tratta dal libro omonimo di Carmine Abate. Sono protagonista insieme a un ragazzino che interpreta mio figlio, si chiama Daniele Procopio ed è alla sua prima esperienza. Direi che se la sta cavando alla grande.

Foto: Dirk Vogel. Look: Empresa

Nel frattempo, è uscita Blocco 181 su NOW e Sky: stavolta ti hanno messo a parlare milanese pur di farti interpretare un altro malavitoso, eh?
(Ride) Vero, anche se questo è un malavitoso particolare, uno da criminalità di quartiere. Però adesso, girando Boris, ho rimescolato un po’ le carte. Banalmente qualcuno si sta accorgendo che sono molto versatile.

Che poi, a guardarti bene, tu il physique du rôle del cattivo non ce l’hai nemmeno, la tua faccia racconta molto altro. Come te lo spieghi questo percorso da ragazzaccio?
Forse perché lavorare sul contrasto tra certi ruoli e la mia faccia può essere interessante. Come stabiliamo le sfumature di un cattivo, se vogliamo emanciparci dalla divisione netta tra buoni e cattivi? L’essere umano è tante cose.

Invece c’era il rischio che finissi a fare solo l’amico dei protagonisti? Lo hai mai temuto?
Cerco di pensare che devo fare il mio lavoro al meglio, ma è chiaro che a tutti noi piacerebbe interpretare Amleto. Però non tutti ci riescono, e non necessariamente perché non sono in grado di farlo. Bisognerebbe rischiare un po’ di più, questo penso. E con me si è rischiato.

Per quale rischio sei più grato?
Per avermi chiesto di interpretare ruoli complessi e personaggi che raccontavano un dramma, pur non avendo il famoso physique du rôle di cui parliamo. Io non penso che tutti possano fare tutto, però ci sono alcuni attori che riescono ad adattarsi meglio e portare sfumature insolite in ruoli completamente distanti tra loro. È un bene o un male? Non lo so.

Ma da bambino sognavi di fare l’attore mentre recitavi le poesie di Natale o volevi fare l’architetto?
In realtà volevo fare anche l’attore. Ho avuto la fortuna – o la sfortuna, ancora devo scoprirlo – di appassionarmi al teatro già da piccolo. Frequentavo una scuola per l’infanzia in cui veniva curato molto l’aspetto della recitazione. Questa passione me la sono portata dietro a lungo, però senza metabolizzare che potesse diventare un lavoro. Dopo il diploma al liceo scientifico, non avevo le idee chiare. Architettura mi piaceva, era una facoltà semi-scientifica ma con tantissima arte dentro, così l’ho studiata e mi sono laureato. Nel 2020, durante il lockdown, anziché fare impasti e pizze io mi sono anche abilitato. Ho chiuso un cerchio, e posso dirti? È stata una formazione fondamentale anche per il lavoro che faccio oggi.

Per esempio, in che modo l’hai messa in pratica?
Mi ha dato un metodo e una struttura, che si riflettono nella vita da attore in termini di studio e gestione personale. Perché noi attori non abbiamo mai un punto di riferimento. E poi mi fa sentire più sicuro, anche se ci scherzo sempre su: «Il piano B è anche peggio del piano A».

I tuoi genitori cosa pensano del piano B e del piano A?
Loro mi hanno comunque sostenuto e li ringrazio per questo, non c’è mai stato un conflitto rispetto a quello che volessi o dovessi fare. Pensa che anche mio padre si era iscritto ad Architettura da giovane, poi non ha proseguito perché ha vinto il concorso in ferrovia. Il famoso posto fisso. Mia mamma invece è insegnante. Sono figlio unico e non sono figlio d’arte, ma nella mia famiglia c’è sempre stata questa visione artistica nelle piccole cose quotidiane che ha alimentato il mio spirito.

E la frenesia di volare via ed emanciparti? Ti è mai appartenuta?
Sai, io sono uno di quei pochi che hanno vissuto bene nella propria città da ragazzo, nel mio caso a Reggio Calabria. Ci torno spesso perché sono legato ai luoghi quanto agli amici. Secondo me la retorica sulla Calabria è un po’ un alibi a cui ci si aggrappa, perché quando uno decide di investire su questo lavoro è costretto ad andare via. Il cinema e il teatro, insieme alle grandi scuole, stanno fuori. Poi però torni, anche per provare a migliorare certe cose.

Tornando a Blocco 181: tu che sei così analitico, che opinione hai della serie?
Penso che sia una storia diversa in cui si racconta una favola nera iperrealista. Mi fa pensare a una sorta di Romeo e Giulietta a tre, e già questo è un elemento forte da raccontare. Il crime è una chiave di lettura in un contesto davvero diverso, cioè una Milano in tutte le sue sfaccettature. I luoghi dimenticati, la periferia che è uguale alle periferie di tutto il mondo…

Di’ la verità: ma un po’ esulti dentro di te quando raccontano gli aspetti criminali anche del Nord?
(Ride) Esultare no, dai! Però penso sia importante un pluralismo nelle storie. È chiaro che il male crea un po’ di fascino, ce lo dice Shakespeare da molto tempo. Il primo esempio di un cattivo che affascina è Riccardo III. Ma di base noi stiamo sempre parlando di intrattenimento, nessuno ha la pretesa di voler fare un documentario sulla condizione di certi luoghi.

Alessio Praticò in una scena di ‘Blocco 181’. Foto: Gabriele Micalizzi per NOW/Sky

In fase promozionale evidenziare gli espedienti sociali dell’intrattenimento fa sempre gioco. Tu però non lo stai facendo, come mai?
Perché penso che il cinema e il teatro siano anche specchio della società, certo, ed è bello quando assumono quel ruolo. Ma non è che tutti i prodotti possono avere quell’accezione lì. E poi non possiamo nemmeno demandare questo compito al cinema, alla base dell’educazione devono esserci sempre le famiglie e la scuola. Per me è bene che ci sia un po’ di spirito critico quando si vede una serie, per ricordarsi che è comunque una narrazione costruita. Sennò dobbiamo sempre star lì a spiegare che non bisogna agire in modo violento…

E poi magari scatta pure il divieto ai minori di 18 anni…
Tra l’altro. Elio Germano mi diceva qualcosa con cui mi trovo molto d’accordo, ovvero che il pluralismo è necessario. La possibilità di vedere più cose: intrattenimento, cinema politico e magari sociale. Questo per poter avere una visione più completa sull’essere umano, senza la presunzione di decidere cosa interessa al pubblico. Che poi il pubblico si interessa alle cose belle, basta fargliele vedere.

Parlando di pubblico, hai notato che in questo periodo si sta scatenando una certa curiosità attorno a te? Interviste-ritratto sulla tua carriera, blog che titolano “Chi è Alessio Praticò, biografia e vita privata”…
È successo anche in passato, ma dopo questi due anni di fermo magari la gente mi ritrova in progetti come Blocco e dice: «Ah guarda, Praticò! Ve lo ricordate? Quindi non è sparito» (ride)

Io comunque il vero clamore lo aspettavo per il ruolo di Enzo Brusca nel Cacciatore, ma non è arrivato come speravo. Non hai un po’ rosicato?
Sì che ho rosicato, però nella misura in cui fa parte del nostro lavoro. Vale sempre il discorso che è una serie che abbiamo fatto e che c’è. Resterà per sempre. Poi siamo stati sfortunati, è vero. Ma Il cacciatore adesso è su Amazon Prime Video e molti lo stanno recuperando, mi chiedono sempre di Enzo Brusca, del lavoro che abbiamo fatto. Non dico che mi sarei aspettato qualche premio, perché il mio lavoro non è vincere i premi, ma qualche considerazione in più verso questo grande progetto sì.

Lì ti innamoravi anche di Veronica Lucchesi de La Rappresentante di Lista, prima che la scoprisse tutta l’Italia sanremese. Sai che la linea sentimentale ti sta benissimo addosso?
Ma non sai quanto mi sono trovato bene in quei panni! La verità è che io sono più vicino a quei temi che al crime. E infatti nella serie che uscirà prossimamente su Netflix, Odio il Natale, mi vedrete di nuovo in quei panni. È una commedia romantica a tutto tondo.

Nella vita tu sei un romantico?
Sì. Un po’ lo sono.

Dai, raccontami questo «po’».
È che a volte mi sembra di essere un po’ cinico, però in realtà la mia è una natura romantica e cazzeggiona.

Praticamente sei un romantico che non fa follie d’amore?
Forse dovrei farne di più, in effetti.

Hai interpretato una delle menti della strage di Capaci (Brusca nel Cacciatore), uno dei killer più spietati di Cosa Nostra (Scarpuzzedda nel Traditore di Bellocchio), l’assassino di Lea Garofalo (Carlo Cosco, accanto a Vanessa Scalera, in Lea di Marco Tullio Giordana) e ne sto solo citando alcuni. Tuttavia, in questo settore di drama-addicted, tu ambisci alla commedia.
(Ride) Sia chiaro, io sono davvero felice di quello che ho fatto fin qui. Ma la commedia è un genere che spesso viene poco considerato e che in realtà è uno spunto per raccontare, con la chiave del sorriso, gli esseri umani nei loro difetti più straordinari. Ridere di noi stessi ci aiuta a capirci di più e magari a migliorarci. Quindi, siccome sono molto autocritico e me la cavo grazie all’autoironia, mi piacerebbe portarla anche nel mio lavoro.

Non a caso i tuoi cattivi sono sempre un po’ goffi.
Esatto. La chiave ironica c’è sempre, perché per me la vita è tragicomica e questo rende un personaggio più verosimile che macchiettistico. Quindi, insomma: fatemi fare la commedia, dai.

Be’, con Boris stai entrando nella commedia italiana contemporanea dalla porta principale. Quando hai iniziato a fare questo mestiere la serie era già un cult, che effetto ti ha fatto diventare uno di loro?
Capirai, ero un superfan di Boris. Ricordo il primo giorno, durante la lettura di gruppo ero seduto di fronte a Pannofino, che ha lanciato uno dei suoi «Ottimooo» (fa un’imitazione perfetta, nda). Io ridendo ho pensato: «René Ferretti è qui davanti a me, è quello vero».

È dura portare la propria personalità comica in un cast che ha già un’identità iconica?
Sì, è tosto soprattutto perché devi rimanere sempre concentrato. Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico sono dei grandi autori, con loro ho fatto uno dei provini più divertenti della mia vita. Da subito mi hanno detto: «Sei l’unico che ha fatto delle cose diverse da come ce le aspettavamo noi, ma comunque giuste per questo personaggio». Così sono entrato nella loro famiglia. Anche sul set lavorano moltissimo in creazione e tu devi avere la capacità di stare al passo, di cambiare registro, di fare delle proposte rispetto a una scena o al tuo personaggio. È dura perché su Boris non ti puoi adagiare, però ti diverti.

Alessio Praticò è Enzo Brusca nella serie ‘Il cacciatore’. Foto: Rai

Quiz: Bellocchio, Giordana, Marengo e Lodovichi, De Maria, Capitani e via dicendo. Ad oggi chi è quello che ha creduto di più in te?
Difficile. Direi Marco Tullio Giordana, perché lui dall’inizio ha creduto che potessi essere io quello giusto per interpretare Carlo Cosco in Lea. In quella fase della mia carriera avevo appena girato il mio primo film, Antonia., l’opera prima di Ferdinando Cito Filomarino. Ero appena uscito dallo Stabile di Genova e la seconda esperienza è stata con Giordana, puoi immaginare quanto sia stato formativo. Mi ha regalato dei consigli che ancora mi porto dietro. Oggi lo considero un maestro ma anche un grande amico.

Tra l’altro, grazie a lui Bellocchio è venuto a cercarti per Il traditore. Senti, ma quindi Salmo, produttore creativo di Blocco, è un visionario?
Sì. E sono contento di averlo conosciuto perché è una persona che c’ha tante cose dentro e che può raccontarne molte altre. Poi, come lui spesso dice, fa anche parte di un personaggio. Però sul set ha messo da parte il suo essere Salmo: «Io sono Maurizio, siamo alla pari e sono qui per imparare». L’ho trovata una premessa molto bella e non scontata.

Promossi o bocciati: da attore, perché promuovi il debutto di Salmo come attore?
Perché ha avuto la capacità di mettersi in gioco, e soprattutto era sempre in ascolto. Di fronte alla macchina da presa non aveva timore né fretta di andare al segno. Per esempio, non aveva il vizio di compiere azioni e movimenti per stemperare la tensione, mentre chi è alle prime armi spesso lo fa. Salmo invece era sempre in ascolto, proprio come dovrebbe fare un buon attore.

Ti saluto strappando questo cerotto: per me sei uno dei più forti, ma tu forte ti ci senti?
(Ride, molto) Diciamo che riconosco i miei limiti ma prendo anche atto di quello che so fare?

Lo prendo come un sì?
(Ride, più di prima) So di avere una capacità. E spero che possa essere sfruttata sempre di più. Io ci sono, sto qui.

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