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Ad Angelo Duro bisogna credere

E a tutto quello che dice. Il boom con ‘Le Iene’, la moda (abusata) della stand up italiana, la politica, le gag virali con Emis Killa e Rovazzi. E la voglia di fare quel ca**o che vuole. Una lunga chiacchierata con uno che l’ha studiato bene

Angelo Duro in un ritratto di Alessandro Dealberto

Una folta zazzera ondulata da bagnino di Baywatch anni ’90, uno sguardo di sfida spesso al riparo dietro un paio di Ray-Ban Wayfarer, un’espressione facciale che evoca l’irrefrenabile desiderio di mollargli uno schiaffo. Angelo Duro è indubbiamente un soggetto che rifugge il facile etichettamento, ma sicuramente una cosa di lui possiamo dirla: è uno col dono di provocare una reazione. Antipatia, divertimento, entusiasmo sono emozioni che inevitabilmente emergono dopo la visione di un suo spettacolo o di un suo video. Il suo nome e cognome non rappresentano forse già una laterale forma di ossimoro? Cercare di incasellare le modalità espressive del 37enne palermitano è come cercare di imporre lo sci di fondo come sport nazionale in Uganda. Del resto passare da Iena televisiva ad attore cinematografico nell’esordio registico di Fabio De Luigi (Tiramisù, 2016) fino ad arrivare ai clamorosi sold out nei più importanti teatri d’Italia con uno spettacolo scritto, diretto, interpretato e prodotto praticamente da solo rende l’idea della poliedrica natura del soggetto in questione.

Chi non l’ha mai visto dal vivo ha comunque potuto avere un assaggio del personaggio un mese fa, quando esasperato dal prorogarsi causa pandemia della chiusura dei teatri e delle sale da concerto (che per migliaia di lavoratori, incluso lui, significa non poter lavorare), si è reso protagonista di un “tour” di protesta non dove da due anni sperava vanamente di esibirsi bensì in quei luoghi nei quali gli assembramenti sono sempre stati consentiti: una chiesa a Roma; un’Esselunga e un McDonald’s a Milano (accompagnato dal fan di lunga data Emis Killa) e un autobus a Brescia (dove, fermata dopo fermata, è andato a comandare con Fabio Rovazzi). Il suo scopo? Attirare l’attenzione e amplificare il grido d’aiuto che da troppo tempo i lavoratori dello spettacolo stanno rivolgendo al governo. Il suo risultato? Una denuncia penale da parte del prete della chiesa in cui si è esibito (coetaneo di Duro) e una convocazione al Ministero che non ha cambiato niente. Ma paradossalmente Duro è stato tra i pochissimi a fare qualcosa concretamente, col suo stile, e i video hanno macinato views.

Ammetto candidamente che dieci anni fa, quando lo conobbi sui set di alcune telepromozioni che giravamo per Le Iene, non lo avrei mai immaginato protagonista di una simile traiettoria professionale. Alle Iene era approdato nel ruolo spesso riservato ai giovani di belle speranze che al liceo hanno la nomea di “casinisti”: era un disturbatore che, indossato un frac verde acido, si imbucava alla Mostra di Venezia, in Parlamento, al G20 e ballava lo swing finché non lo sbattevano fuori. Notai invece l’ovvio: il suo cervello veloce, il desiderio di infilare delle sfumature interpretative non banali in quello che facevamo insieme (pubblicizzare bastoncini ricoperti di cioccolato, siti di compravendita di automobili, latte ad alta digeribilità). Finito il nostro ciclo di telepromozioni stagionali, mi chiese di pranzare insieme e io accettai. Sbocconcellando una piadina in uno dei tanti impersonali bar che fingono ascendenze rustiche di via Torino, Angelo mi propone di aiutarlo a scrivere uno spettacolo teatrale a cui sta lavorando. È contento di ciò che ha fatto alle Iene (ricordo che mi parlò di un servizio in cui lui si travestiva da “prostituto” e adescava machissimi camionisti in periferiche stazioni di servizio dello stivale), ma è stanco e mi spiega che vorrebbe fare altro. La proposta, inaspettata, mi lusinga, ma in quel periodo sto insperabilmente cementando il mio malfermo ruolo professionale in un programma di successo a La7 per un noto conduttore televisivo che mi lascia poco tempo (spoiler: non cementerò un cazzo alla fine) e ci salutiamo con la promessa di rivederci in futuro.

Fast forward: ricevo da Angelo una foto su WhatsApp. Vedo la sua faccia da schiaffi campeggiare da una locandina che recita: Angelo Duro Live Show, Teatro Nuovo Milano, accompagnata da un messaggio del suo autore “Bello mio sarò a Milano. Se non hai niente da fare hai qualcosa da fare”. È il 17 aprile 2018 e io purtroppo qualcosa da fare ce l’ho: sto cercando di cementare il mio ruolo televisivo come inviato in una striscia preserale in Rai (spoiler: non cementerò un cazzo nemmeno stavolta). Però non posso fare a meno di notare con piacere che Angelo ce l’ha fatta: ha realizzato il suo spettacolo e lo sta portando in giro. Passano gli anni, si succedono i programmi, mi sposo e divento padre, scoppia una pandemia: durante il lockdown sto pigramente sfrugugliando il mio feed di Instagram quando mi imbatto in un video di Angelo. Nel video decanta le virtù della solitudine, con un linguaggio semplice, secco, che ai miei occhi rappresenta il lato oscuro di Montemagno, uno il cui pensiero mi è sempre sembrato così dolorosamente ovvio e basico che l’unico sussulto d’interesse che mi ha generato è stato quando qualche giorno fa ha fatto il suo imbarazzante mea culpa per evitare il linciaggio mediatico da parte dei suoi follower (risultato: è stato perculato dagli stessi per aver calato le braghe davanti al pensiero dominante). Ecco, Duro e l’antimonty: dice le cose in modo chiaro, dritto, a volte anche spiacevole per qualcuno (dopotutto viviamo nella cosiddetta “era della suscettibilità”, cit.) ma non si sognerebbe mai di fare un video di scuse per un pugno di follower. Ovviamente tutte le sue uscite avvengono sotto il cappello dell’ironia e del cinismo, ma non troppo: quello che dice potrebbe uscire dalla bocca di un comico che cerca di far riflettere o di un sociologo che cerca di essere “brillante”. Questo oscillare come un sismografo lungo il labile confine tra cose serie e fregnacce divertenti credo che sia l’aspetto più interessante, ipnotico di Angelo e il motivo per cui sotto i suoi video che fanno uno sfracello di visualizzazioni sono totalmente assenti, caso più unico che raro, commenti di indignados o di detrattori. Chi lo segue lo ama incondizionatamente.

Foto: Lucia Iuorio

Dopo aver recuperato la trasposizione televisiva del suo primo spettacolo Perché mi stai guardando? su Mediaset Play ed essermi visto tutti i suoi video su YouTube e Instagram, ormai penso di essere annoverabile tra i suoi fan anche io, ma è solo quest’estate che mi decido a contattarlo. Sono a Copertino, in provincia di Lecce, terra natale di mia moglie, e sto distrattamente chiacchierando con mio cognato, uno psicologo trentenne serio e rispettabile che lavora nella produzione di caffè, quando, alla domanda “Chi è che ti fa più ridere?”, lui mi risponde senza esitazione alcuna: “Angelo Duro. Non ce ne sono altri che fanno quello che fa lui. Lo amo, quello stronzo”. Tutto sommato mi sembra una sintesi perfetta. Passa qualche settimana e il Governo fa sapere della riapertura imminente dei teatri e delle sale da concerto a piena capienza. Angelo Duro, dopo due anni e infiniti rimandi, annuncia le date del suo nuovo spettacolo (quella di Milano al Manzoni va in sold out in poco più di 24 ore). È il momento di fare due chiacchiere.

Angelo, una delle cose che preferisco di te è che non riesco a definirti. Tu ce la fai?
No, perché non mi interessa. “Come ti definisci?” è la classica domanda se rispondi alla quale sembri intellettuale. Mi definisco come uno che se ne fotte e dice quello che deve dire nel suo modo. Non mi piace mai parlare da “comico”. Per tutta la vita ho avuto quest’ansia di fare ridere, di essere svelto, pronto, buffo, di fare sempre il personaggio. Invece ho scoperto che annullando queste pulsioni riesco ad avere un risultato anche più forte. Sono me stesso, non subisco la dittatura della battuta che fa ridere. La gente ha capito chi sono perché ho messo le cose in chiaro.

Quello che di te mi piace è appunto che ti emancipi in ciò che fai dalla forma battuta. Non cerchi ossessivamente la schiacciata che fa scattare il riso nello spettatore. Non voglio paragonarti a nessuno, eh, ma dicendoti questo mi viene in mente Bill Burr: lui racconta delle cose in modo divertente, ma sono spesso le cose stesse a essere (tragicamente) divertenti se raccontate nel modo gusto.
Guarda, accostando il mio nome a quello di Bill Burr mi hai fatto un complimento pazzesco. Non mi piacciono i paragoni, ma lui è uno dei più autentici, mi sembra che dica quello che pensa.

Una delle cose che hai fatto e che mi piacciono di più è il video (possiamo parlare di “pezzo”?) dal titolo L’economia la muovono i depressi. È una cosa comica, ma è inevitabilmente vera.
Ma infatti il mio obiettivo è liberare la gente dalla frustrazione. Noi viviamo in questa società ultracompetitiva in cui bisogna primeggiare, bisogna possedere. Questo genera nevrosi. La gente non può ammetterlo a se stessa per non crollare, non distruggere quello per cui lotta da quando aveva 15 anni. Ma se lo faccio io magari libero le persone, divento un megafono. Anche se, guarda, a me non interessa parlare di queste cose in questa intervista, che poi sembra che faccio l’intellettuale.

Ti prometto che non accadrà. Ti ho conosciuto che eri una Iena, ti ho ritrovato che fai i sold out nei teatri. Come mi spieghi questa evoluzione?
Dopo Le Iene sono ripartito da zero. Il mio unico referente, il mio datore di lavoro al quale non chiedo permessi né ferie perché comunque, anche se è il mio datore di lavoro, comando sempre io, è il pubblico. Mentre prima facevo intrattenimento televisivo ero giovane, usavo l’istinto per creare i servizi che andavano in onda. Poi crescendo ho iniziato a dire “Ma io da grande non voglio fare l’idiota”. Avevo sempre, in pubblico, la tendenza a cercare di fare ridere a qualunque costo, ma nel mio privato non ero così. Quindi ho iniziato a scrivere del materiale che poi è confluito nel mio primo spettacolo Perché mi stai guardando?, mi esibii in provincia di Brescia, in un teatro da 160 posti. Vennero 100 persone, che si aspettavano di vedere quello delle Iene. Ma alle Iene non facevo i monologhi. Immagino andò bene perché di lì a un anno e mezzo portai i miei monologhi al Teatro Nuovo, al Brancaccio, al Manzoni. Tutto questo grazie al passaparola della gente. Non mi sono mai basato sulla popolarità, non ho mai detto “Devo diventare famoso con la tv così poi faccio il teatro”. Come ho fatto a fare 30mila paganti nei teatri? Mi sono autoprodotto. Chiamavo il Brancaccio e dicevo: “Buongiorno, io sono Angelo Duro”. “Chi?”. “Sono Angelo Duro e vorrei prendere il teatro tra 25 giorni…”. Loro mi rispondevano: “Impossibile”. Dopo essere riuscito a farmi dare la data, sono andato però in sold out, e questi hanno detto: “Ma questo chi cazzo è?”. Io voglio raccontare delle cose a modo mio, divertirmi e affinare la mia comicità. Creare il mio pubblico. E devo dire che mi diverto moltissimo a fare quello che faccio. Ma non è stato facile.

Spiegati meglio.
In Italia c’è un modo di far ridere abbastanza provinciale. Il comico deve dare alle persone quello che si aspettano, dev’essere simpatico. Invece io le sconvolgo, disattendo le loro aspettative. Mi è capitato anche di vedere su YouTube dei comici che si ispirano agli americani e un po’ li scimmiottano. In quel modo diventano saccenti, quasi dei predicatori. Invece a essere “cattivi” ci vuole una certa sensibilità, bisogna essere motivati, bisogna giustificare la propria insofferenza. E io nel mio piccolo credo di averlo fatto. Penso che la gente mi abbia dato la patente per poterlo fare.

A questo punto ti chiedo cosa pensi della “new wave” della stand up comedy italiana, che in tanti hanno scoperto in questi anni.
Credo che in molti abbiano buttato via il desueto termine “cabaret” e lo abbiano sostituito con “stand up comedy”. Al di là delle differenze tra la “scena vecchia” e la “scena nuova”, ammesso che esistano, penso che quello che conta quando ti esibisci è il fatto di avere una storia: il pubblico deve identificarsi, deve capire chi sei. Io credo che funziona chi è se stesso, anche se essere se stessi non basta. Devi spiegare bene la tua visione, farti capire. Altrimenti sei solo uno che scopiazza gli americani.

Cosa si aspetta il tuo pubblico da te?
In genere cose tremende o imbarazzanti, anche di restare in silenzio per 10 minuti sul palco a fissare i paganti, cosa che ho fatto nel mio secondo spettacolo. Proprio per quel bisogno di cui ti spiegavo: liberarmi dalla schiavitù della battuta. Se ti rendi credibile al tuo pubblico poi puoi prenderti delle libertà. È come in un film: se per il pubblico il protagonista è credibile, quello che fa sullo schermo sarà molto più coinvolgente.

 

 
 
 
 
 
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È mai capitato che la gente uscisse dai tuoi spettacoli scontenta o che ti aspettasse fuori per dirti che non gli eri piaciuto?
Onestamente no. Oddio, una volta forse sì. Nel mio ultimo spettacolo c’è un passaggio in cui paragono gli LGBT alla mafia… non ti dico il pezzo per non bruciarlo, diciamo che faccio solo un ragionamento al quale non mi si può dar torto. Ebbene, sono a Busto Arsizio e ho appena finito lo spettacolo e questa ragazza lesbica se la prende con me perché dice che non posso parlare di queste cose, perché lei è lesbica. Ma, a parte questo, nessuno sembra odiarmi.

La cosa francamente mi ha lasciato un po’ deluso. Guardando la sezione dei commenti sotto i tuoi video non c’è nessuno che ti manda a cagare o ti insulta malamente.
Vero, e ti dico che è difficilissimo raggiungere questa unanimità, soprattutto su Facebook e soprattutto parlando di certe cose con un certo linguaggio: “le tipe brutte”, “i ciccionazzi”…

Ho pensato che in parte ciò dipende forse dal fatto che hai un forte accento palermitano, da “provinciale working class”. Non sei vestito Gucci dalla testa ai piedi ma H&M, e non vai in giro in Lamborghini ma su una monovolume. Non sembri un vincente, uno che ce l’ha fatta. E la gente ama vedere uno che è come loro o peggio.
Come ti dicevo prima, è questione di empatia, di credibilità. Se non sei credibile non passa quello che vuoi dire e come lo vuoi dire. Il mio fine è far ridere, certo, ma dicendo tutto, cercando di avere ragione. Quando sente una mia cazzata, la gente dice “Però, messa giù così c’ha ragione anche lui”. Per me questo è lo scopo: cercare di far ridere camminando su un campo minato. Senza moralismi. La morale rappresenta la morte della comunicazione in generale. L’Italia è un Paese troppo moralista perché la comunicazione è legata a degli interessi, quelli di chi comunica. Quando un influencer, o un personaggio pubblico, o un politico dice qualcosa, lo fa sempre per ottenere un vantaggio o un posizionamento favorevole. Se ci fosse più menefreghismo, se la gente dicesse quello che pensa veramente senza pensare troppo alle conseguenze, staremmo tutti meglio.

C’è qualcuno che consideri affine al tuo modo di comunicare in Italia?
Guarda, non so e non mi interessa. Io non voglio stare nel calderone della comicità, non voglio che la gente mi veda e dica “Ah, questo vuole farci ridere”. Cioè, io voglio fare ridere la gente, certo. Ma come dico io. La gente non deve venire a un mio spettacolo pensando di andare a una festa dove ci si diverte. Sono io che piuttosto mi sono imbucato a una festa a cui non ero invitato e a tavola inizio a dire cose che nessuno mi ha chiesto. Se mi mettono in mezzo ai comici poi divento parte di un sistema, divento prevedibile, perdo potenza. Non voglio sembrare snob, non lo sono, ma in giro non vedo molta umiltà, c’è sempre troppo mestiere, troppo autocompiacimento. A Roma vivo in un quartiere popolare e la maggior parte del mio tempo lo passo col fornaio, col salumiere, a parlare di cose che non riguardano minimamente lo spettacolo. Mi diverte l’autenticità. Il resto del tempo lo passo a leggere libri, ma questo non scriverlo che, come ti ho già detto, poi sembra che faccio l’intellettuale. Per far diventare quest’intervista virale invece dovresti titolare: “Angelo Duro colpisce… duro: Ora vi dico chi è il più coglione d’Italia” e poi, per quei tre che aprono l’articolo, visto che tutti leggono solo i titoli dopo la ricetta della pasta al forno, la risposta sarebbe: mio cugino.

A proposito, c’è qualcuno che, secondo te, ce l’ha con te?
Non saprei, la Chiesa forse (ride)? A parte tutto, tra poco ci sarà il processo, sarà divertente. Il prete non lo sapeva quando eravamo entrambi in questura, ma parlando e spiegando i motivi della denuncia stava scrivendo un quarto d’ora del mio nuovo spettacolo. Più parlava e più dentro di me lo ringraziavo. Comunque di gente che mi odia non ne conosco… anzi, mi scrivono: “Compro il biglietto per il tuo spettacolo se mi insulti!”.

L’impressione che ho è che i tuoi fan per te si butterebbero nel fuoco.
Sì, ed è bellissimo perché è vero, è reale. Chi viene al mio spettacolo non lo fa perché sono famoso (non lo sono) o perché sono simpatico. Chi viene a vedermi sa che io farei esattamente le stesse cose anche se non venisse nessuno. Io me ne fotto, e questa è la mia forza.

Come sei arrivato a definire il tuo modo di scrivere, di pensare ai tuoi monologhi?
Ci sono arrivato perché è una parte di me. Quando facevo Le Iene mi è stato sempre detto: “Tu sei al servizio del programma”. Sai benissimo come funziona: era basato sulla velocità, sulla reazione a certe provocazioni. Alle Iene era punita ogni forma di autoreferenzialità, tu eri al servizio del programma. Ok, va bene, però io non avevo il completo nero con camicia bianca, io avevo sempre fatto le “mie” cose nel programma. La gente lì iniziò a seguirmi, soprattutto con I sogni di Angelo (candid camera in cui Angelo interagiva con le persone comuni interpretando una tipologia di personaggio come il playboy, il giocatore, il delinquente, nda). Quelle ebbero tantissimo successo, in particolare il “rissoso” rappresenta un po’ l’inizio del mio personaggio, quello che avrei sviluppato meglio con gli spettacoli teatrali.

Me li ricordo bene. Ma come facesti a farli passare alle Iene?
Raccontavo una storia partendo da una premessa surreale (io mangiavo troppo e poi di notte faccevo un brutto sogno) e poi il resto era reale: io le registrai pensando che non piacessero a Davide Parenti. Mi dissi: “Vabbè, se non le vuole mandare in onda mi apro un canale YouTube e le metto lì”. Lui le vide ed impazzì, chiedendomene subito molte di più. Solo che dopo la seconda puntata la gente iniziava a riconoscermi per strada: ero diventato popolare grazie ai Sogni di Angelo! Le ultime puntate le feci con un trucco prostatico in faccia perché ero troppo riconoscibile. La gente mi fermava per strada ovun

Lì capisti che era il momento di partire da te, raccontando il tuo mondo interiore, sviluppando un linguaggio molto tuo. Ma tu sei un rissoso nella vita?
Io sono un estremista pacifista non violento. Mai fatto a botte. La voglia mi viene come a tutti e la sfogo appunto facendo i miei video e i miei spettacoli.

E la strana coppia Duro-Emis Killa che abbiamo ammirato al reparto frutta e verdura dell’Esselunga? Ho visto che lui commenta sempre entusiasticamente tutti i tuoi post di Instagram.
Lui era un fan sfegatato dei Sogni di Angelo, in particolare del rissoso. Quando andò in onda, nel 2014, mi scrisse su Twitter – si usava un casino allora – e mi invitò a cena a casa sua. Non ci siamo più visti fino all’Esselunga, dove gli ho fatto firmare dei meloni! Quando gli ho proposto di fare quel video di “protesta” aveva dei dubbi legittimi, perché non è il suo linguaggio, ma mi ha detto: “Ci sto, mi affido a te, guida tu!”. Alla fine eravamo così carichi che, dopo che ci hanno cacciato dall’Esselunga, ho proposto “Andiamo da McDonald’s?”, e lui ha accettato con entusiasmo. I video sono andati benissimo, però devo dire che, a parte visualizzazioni e compimenti, nessuno si è schierato con me per la riapertura di teatri e sale da concreto. Mi aspettavo più partecipazione: di fronte all’ipocrisia del Governo, se non protesta concretamente chi è un lavoratore dello spettacolo chi deve farlo? Una volta ho letto un giornale che strombazzava a caratteri cubitali la protesta di un cantante molto famoso sui social. Sono andato a leggere che aveva fatto: in pratica aveva commentato un post di Giuseppe Conte (ride). Io intanto ero su un autobus a Brescia con Rovazzi e una cassa portatile. Sono comunque contento, volevo far capire che io non sono un chiacchierone, faccio sul serio.

Foto: Lucia Iuorio

Tu scherzi sul serio. Ti hanno anche convocato al Ministero degli Interni.
Sì, dopo la mia avventura al supermercato mi convocò un sottosegretario. Pensavo mi volessero fare il culo, invece volevano solo farsi pubblicità. Questo disse che era dalla mia parte, disse che si stava occupando della questione. Ma in che modo? I comizi politici erano pieni di gente, ma i teatri sempre chiusi. La mia tournée teatrale era stata rinviata quattro volte.

Però poi, pochi giorni dopo, il Governo ha detto riapriamo con capienza massima, 100%. Forse il merito è anche un po’ tuo, no?
Io mi auguro che, nel mio piccolo, quello che ho fatto con Emis Killa e Rovazzi sia un po’ servito. Non penso di aver mai costituito una minaccia, la politica se ne frega.

Intanto hai annunciato delle date del tuo nuovo spettacolo (le trovate qui): quella al Manzoni a Milano è andata sold out in meno tempo di quanto dura un mio rapporto sessuale.
Ne aggiungeremo altre a gennaio, in più c’è un’idea di cui ti parlerò ma non subito, perché non sono ancora certo che vada in porto: un’idea fighissima che riguarda il mio nuovo spettacolo. E sto scrivendo il mio secondo libro per Mondadori. È scritto come se fosse un film… magari potrebbe pure diventarlo. Io sono molto positivo e sono sicuro che il cinema sarà il mio prossimo step: un cinema, possibilmente, che manca, non fatto di sketch, di faccette. Ovviamente me lo devo produrre da solo.

In uno dei tuoi post hai scritto “Io non sono sposato (ovviamente) e non ho figli (ovviamente)”. Mi ha fatto molto ridere ma non saprei spiegarti perché. Non è un battuta. Me lo spiegheresti tu?
Perché quella frase solletica un dolore. Il dolore che magari provi pensando a quando eri single e senza pensieri prima di mettere su famiglia o il dolore che provi pensando che magari il tuo cinismo e la tua voglia di libertà ti hanno fatto rimanere da solo. In ogni caso crea un po’ di tensione. Il mio meccanismo, la mia comicità, si basa sulla tensione. Io creo tensione e poi la dissipo con una stronzata. Per questo nei miei spettacoli sto in silenzio anche 10 minuti. Non sono le battute a fare ridere e coinvolgere. È la cazzo di tensione e il fatto che sai chi sono e che ho una credibilità.

Postilla:
Qualche giorno fa, poco dopo la nostra chiacchierata, sto facendo jogging al parco Lambro ansimando come Peter North in Anal Addicts 19 quando Angelo mi chiama e mi dice: “Devi assolutamente venire il 20 dicembre 2021 al Teatro Cercano di Milano. Faccio una cosa che non è il mio spettacolo, è più come uno speciale natalizio, un unicum, solo che non dirò quello che si aspetta la gente da uno speciale natalizio. Infatti si chiamerà La peggior serata della vostra vita“. Mentre aumento il passo, penso a quello che mi ha detto durante l’intervista. E quando Duro dice che sarà la peggior serata della nostra vita, c’è da credergli.

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