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In Cina il regime costringe i dissidenti a pentirsi in televisione


Il nuovo documentario di ARTE racconta le confessioni forzate di attivisti e dissidenti politici trasmesse sulla televisione pubblica cinese: è un meccanismo rodato, importante per colpire chi contesta l’autorità di Pechino

«Sono in ottima salute. Mentre ero in prigione, i miei diritti sono stati rispettati. Le leggi sono state osservate e io ho percepito tutta l’umanità del mio paese. In tribunale mi sono comportata male, e ho pubblicato commenti negativi su internet. Ho rilasciato interviste ai media stranieri. Mi vergogno di quello che ho fatto, e per questo oggi chiedo perdono». A parlare è Wang Yu, un avvocato specializzato in diritti civili in Cina, in diretta sulla televisione pubblica. Wang è considerata un nemico dello stato, e per tutta la vita ha difeso i dissidenti politici del regime. Poi, nel 2015, la sua carriera è finita. Prima le autorità hanno smesso di rinnovarle il permesso di lavoro, poi l’hanno prelevata da casa nel pieno della notte e l’hanno portata in una prigione segreta. È stata torturata, fisicamente e psicologicamente, e l’unica via d’uscita era confessare davanti alle telecamere di CCTV, la televisione pubblica cinese. Dopo 13 mesi, Wang Yu ha ceduto.

«Tutto il testo della confessione è stato scritto da altri per me», dice l’avvocato, uno dei tanti dissidenti e attivisti costretti dal regime a pentirsi in diretta televisiva nelle ore di maggiore audience. È un meccanismo ben rodato, istituzionalizzato dal potere di Pechino, per mettere alla gogna chi contesta l’autorità. La storia di Wang Yu è raccontata nel nuovo documentario di ARTE, tutto dedicato alle confessioni forzate dei dissidenti cinesi.

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