‘DOC – Nelle tue mani 2’, il diario di Alberto Malanchino: la versione di Gabriel | Rolling Stone Italia
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‘DOC – Nelle tue mani 2’, il diario di Alberto Malanchino: la versione di Gabriel

L'attore che interpreta il dottor Kidane, al centro degli episodi di ieri sera, racconta in esclusiva i retroscena del suo personaggio e le reazioni del pubblico alla sua storyline. E promette colpi di scena sino alla fine

Alberto Malanchino nei panni di Gabriel Kidane

Foto: LuxVide


Ammetto che è stato difficile non spifferare cosa sarebbe successo a Gabriel (tentativo di suicidio compreso), perché da una parte ho sempre avuto i cecchini della casa di produzione con i fucili puntati (scherzo) e dall’altra c’era ovviamente grandissima attesa su di lui, è sempre stato un personaggio un po’ enigmatico, non si capiva dove volesse andare. Prima c’è stata la questione del ritorno in Etiopia, poi l’amore, lo sturm und drang con Elisa, fino ad arrivare a questa sorta di triangolo bizzarro con Don Massimo (interpretato dal bravissimo Lorenzo Frediani, di cui sono fiero di essere amico: abbiamo fatto entrambi la Paolo Grassi anche se in anni diversi e ci conosciamo da tanto, una bella matrioska di conoscenze all’interno del set).

È stato proprio tosto creare il personaggio quest’anno, ma quella difficoltà è stata anche la sua bellezza: il suo arco narrativo si è sviluppato in un modo molto forte e tridimensionale, ho fatto anche un incontro con un terapeuta per parlare delle ferite di Gabriel, per cercare di restituire al meglio le crisi e gli attacchi di panico che caratterizzano il personaggio fin dall’inizio della stagione.

La gente si è sbizzarrita in tutti i modi possibili: c’era chi pensava che gli attacchi di panico fossero una conseguenza della pandemia, chi uno strascico del rapporto con Elisa, c’era qualcuno convinto che fossero frutto del timore di tornare in Etiopia. Di fatto si scopre che la goccia che ha fatto traboccare il vaso, il catalizzatore di eventi, è stata la morte della sua promessa sposa. Insomma, tutte le ipotesi del pubblico erano corrette, magari erano soltanto parziali rispetto al quadro d’insieme. Poi mi fanno sorridere quando mi scrivono, anche sotto i post social che non c’entrano nulla con DOC, di non tornare a casa. Ormai è diventata una questione nazionale, mi continuano a chiedere: “Ma è vero che rimani?”. Vuol dire che il personaggio è stato davvero apprezzato.

Quando è uscito il mini trailer della puntata di ieri, già mi dicevano: “Quell’inquadratura dove stai al telefono con gli occhi tutti lucidi non mi convince”. L’ultima volta che sono stato a Roma per un altro lavoro, ero in un ristorante e c’erano due persone dietro di me. Uno mi fa: “Ahò, grande Gabriel! Senti, ma non è che me fai qualche cazzata? Possiamo sta’ tranquilli, sì?”.

Negli ultimi episodi si è visto anche questo passaggio oscuro nella mente di Gabriel: quando ha dovuto fare l’ultimo tampone è un po’ come se avesse anteposto le sue paure a prese di posizione e di rispetto nei confronti del camice. È una sorta di altro mistero, chissà se verrà svelato, lo scopriremo nei prossimi episodi. In fondo cos’è successo davvero a Gabriel dobbiamo ancora capirlo, questo è solo l’inizio della fine o la fine dell’inizio, decidete voi.

Alberto Malanchino (Gabriel Kidane) e Simona tabasco (Elisa Russo). Foto: LuxVide

E arriviamo all’altro immancabile capitolone: la storia con Elisa. Gli amici mi rimproverano: “E mollaglielo un limone a ‘sta ragazza, dài, che pare ti fai!”. E io rispondo: “Ma dovete dirlo agli sceneggiatori, non a me!”. C’è questo tira e molla fin dalla prima stagione: effettivamente tra i due Gabriel sembra essere quello più fragile. È come se avesse paura di legarsi, attaccarsi a qualcuno. E se analizziamo il personaggio ci sta perché – e questa è una sfumatura che viene citata una volta nella prima stagione – sua sorella non c’è più, molti suoi amici sono morti durante la tratta, ha subìto delle violenze, si è lasciato tante persone dietro, è venuto meno a patti con se stesso e con la sua famiglia…

Gabriel poi è forse il personaggio che ha più questioni aperte: l’Etiopia, Elisa, gli attacchi di panico, la questione del tampone. Mi hanno fatto fare veramente il pazzo, l’attore. E sono contentissimo di questa seconda stagione. Non che non lo fossi della prima, però lì si trattava di un’esplorazione un po’ per tutti. Qui invece ho potuto fare un sacco di discorsi con gli sceneggiatori e con i registi, c’era una voglia incredibile di mettere in gioco il personaggio di Kidane, che è stato apprezzato da tantissimi, ha ricevuto dei feedback incredibili.

Noi facciamo una cosa che è fintamente reale, siamo in una serie e parliamo di medici in un arco narrativo dove il Covid non è al centro, ma comunque è presente. E raccontare un dottore che sta affrontando le proprie fragilità interiori ha un grande significato. Nella prima stagione Gabriel aveva delle cicatrici più fisiche, che erano visibili – come la schiena martoriata –, quest’anno è tutto più deep, più conscious. Penso che in questo ci si siano rivisti medici e operatori sanitari che mi hanno scritto, spiegandomi che non si parla tanto di quell’aspetto, dello strascico mentale che comporta il Covid, di quello che ha lasciato dentro.

In generale credo che in Italia, rispetto a una decina di anni fa, siamo andati un po’ avanti su certi temi, però esiste ancora un grande tabù, un alone di mistero intorno a quello che riguarda la terapia e gli attacchi di panico, vengono sempre visti come una parvenza di fragilità oppure un’ammissione di debolezza. Accettare di avere un problema e cercare di risolverlo, anche con un professionista che ci aiuti a scoprire altre parti di noi, è l’atto di forza più grande per una persona.

Ma ora basta, non vi dirò altro. Bocca cucita su questa stagione fighissima, che sennò è un attimo fare spoiler. Perché sì, ci saranno altri colpi di scena. Fino alla fine.