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‘Rolling Stone’, l’hip hop e la rivolta nera a LA: i primi anni ’90 nella quinta puntata della serie

"Eravamo consapevoli che fosse il movimento più vivace e il più creativo di quegli anni. E che il mondo intorno a noi stava cambiando"

“Nel 1992 molti consideravano l’hip hop un genere marginale, il che è assurdo. Era come raccontare il jazz negli anni ’40, la nascita del be-bop o seguire il rock’n’ roll negli anni ’60. Eravamo consapevoli che fosse il movimento più vivace e il più creativo di quegli anni. E che il mondo intorno a noi stava cambiando” spiega il giornalista Alan Light nella quinta puntata di Rolling Stone – Sesso, Stampa e Rock’n’roll, la docu-serie diretta dal premio Oscar Alex Gibney e dal vincitore dell’Emmy Blair Foster, che ripercorre gli ultimi 50 anni di musica, politica e cultura popolare americana attraverso la prospettiva di una rivista iconica, la nostra.

“L’anno è iniziato è iniziato con la polemica sul video dei Public Enemy, By the time I get to Arizona, in cui il gruppo uccide alcuni politici che rifiutano di istituire un giorno di festa in occasione del compleanno di Martin Luther King”. Ogni evento del ’92 si è svolto all’ombra delle rivolte di aprile a Los Angeles e a giugno il candidato democratico alla presidenza Bill Clinton ha attaccato Sister Souljah per le sue dichiarazioni sui riot, citandola fuori contesto e dipingendola come un’indifendibile razzista.

“L’hip hop di quegli anni era rivoluzionario perché grazie a quelle canzoni i giovani compresero quali erano le dinamiche delle tensioni tra la polizia e la comunità nera di LA prima delle rivolte”, racconta Light. “Ed erano gli unici”.

Rolling Stone – Sesso, Stampa e Rock’n’roll, su Sky Arte ogni mercoledì alle 21.15.

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