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? A Toronto per l’All Star Game

Dal 12 al 14 febbraio è andato in scena l'all-star weekend, per la prima volta fuori dai confini degli Stati Uniti. Il programma prevedeva tre giorni tra gare e contest vari, ma soprattutto un sacco di spettacolo e divertimento

Toronto, il volo di Aaron Gordon - Photo di Jesse D. Garrabrant/NBAE via Getty

Per la prima volta nella storia l’NBA All-Star Game – la partita-show in cui si affrontano i migliori giocatori del più figo campionato di basket del mondo – si tiene fuori dagli Stati Uniti, a Toronto, Ontario, Canada. A Toronto ci giocano i Raptors, una squadra molto in ascesa (è seconda in classifica nella Eastern Conference) e molto, molto hype: Drake è il loro “ambasciatore globale”. Cosa volesse dire essere “ambasciatore globale” di una squadra di basket non lo si era ben capito fino a che la NBA non ha deciso di assegnare l’All-Star Game appunto a Toronto. Il rappettaro sdolcinato, nonché local hero, è molto felice e non mancherà di farlo notare nella lunga 4 giorni dedicata allo spettacolone.

Arrivo a Toronto e la Tv annuncia che lo “scudo-di-vento artico” (arctic wind-shield) porterà la temperatura a –37 gradi. La città è immobile, docilmente apocalittica, smaltata da un velo di gelo sottilissimo di un bianco semitrasparente e traslucido. Dominano ovunque il rosso e il blu dell’NBA. L’All-Star Game è un evento universale, quasi galattico direi. Insomma va ben oltre lo sport. Del resto negli Stati Uniti lo sport ha una dimensione più ampia – pop, direi – che da noi non c’è. Io continuo a preferire una partita della FA Cup inglese, in cui una grande squadra va a giocare su un campetto di quarta divisione e rischia di prenderle, sotto la pioggia, con i riflettori che a stento fanno il loro lavoro. Ma le due diversissime culture sportive sono complementari, e a noi piace la diversità. Per questo, quando l’NBA mi ha invitato qui, ho accettato di corsa – sollevando peraltro malcelate invidie da buona parte dei miei amici, molto più esperti di basket di me. La mia linea difensiva è stata che proprio qui sta il fascino dello sport americano: è una cosa per tutti, la sua dimensione extrasportiva è importante quanto quella sportiva e quindi che non mi rompessero le scatole. A Toronto vado io e pazienza se non so a memoria la media punti di Stephen Curry.

Spike Lee  e Drake insieme all’arbitro Dan Crawford - Foto di Jesse D. Garrabrant/NBAE via Getty Images

Spike Lee e Drake insieme all’arbitro Dan Crawford – Foto di Jesse D. Garrabrant/NBAE via Getty Images

Senza il freddo non esisterebbe il basket
Il freddo è un ottimo motivo per decidere di giocare a basket, anche se la maggior parte di noi il basket l’ha giocato nei mitici playground all’aperto delle nostre città. Fu proprio il freddo a far nascere il basket; senza di esso James Naismith, nel dicembre del 1891 non avrebbe avuto l’idea geniale che avrebbe risolto il problema che affliggeva gli atleti americani nei college: come tenersi in forma durante la pausa invernale. James mise due cestini agli estremi opposti della palestra buttò giù le prime basiche regole del gioco, et voilà. La prima partita venne giocata con un pallone da calcio, nove contro nove, con due ceste al posto dei canestri. Gli americani avrebbero avuto il loro terzo sport.

Sono passati 125 anni e Naismith compare come un ologramma nella affollata conferenza stampa del mattino. Ci sono tutti i giocatori e pure Popovich (il coach del team West), ma i giornalisti – per la maggior parte asiatici – vogliono solo parlare con Kobe. Le dichiarazioni, se vi interessate di basket, le avrete già lette. Io vi dico solo che si presenta dicendo “Buongiorno” in italiano e si lamenta subito del freddo. Un fratello insomma. Vorrei solidarizzare più da vicino con lui, ma dovrei scavalcare metà della popolazione cinese, quindi desisto e lo guardo mentre pazientemente risponde alle domande in inglese e in spagnolo.

A Toronto la sanno lunga, comunque. Hanno costruito una città sotterranea – non è l’unica al mondo, ma è impressionante. Ogni edificio del centro è collegato agli altri attraverso percorsi che diventano, per evoluzione naturale tardo-capitalista, un enorme shopping mall. Puoi camminare per ore in camicia, fottendotene del gelo lì fuori. Buona idea. Un pelo claustrofobico se poi dormi al 32esimo piano di un hotel le cui finestre ovviamente non si aprono. Ma puro istinto di sopravvivenza da frontiera americana. Si arriva anche all’Air Canada Centre, l’Arena dove si gioca il match, senza dover uscire all’aria aperta; del resto, le autorità hanno lanciato l’allarme: non passate più di 10 minuti all’aperto, potrebbe essere pericoloso. I corridoi della città sotterranea sono lindi e pinti. Non c’è una scritta, una cartaccia, un homeless. Pavimenti di marmo e divanoni di pelle. Io e il gruppo di europei con cui affronto questa avventura siamo basiti. Ci chiediamo che fine farebbe a Londra, Milano o Berlino questa galleria chic aperta al pubblico 24/7.

Pump, pump the jam, pump it up!

Il primo giorno c’è la partita tra la gente-famosa-che-crede-di-saper-giocare-a-basket. Divisi in due squadre: Team Canada e Team USA. Cose notevoli: Drake allena il team Canada con tanto di lavagnetta in mano, Win Butler degli Arcade Fire sa giocare a basket, Spike Lee applaude sotto gli occhialoni più grandi di lui – lo farà ininterrottamente per 4 giorni, come un bambino felice in una specie di neverending Disneyland for niggazz. Altro che Oscar! Ah, poi ci sono le cheerleader: un esercito di Spice Girls in tutine colorate, sculettano allegre, e mettono allegria. Ci si trasferisce all’Arena principale per il match tra le Rising Star – giovani NBA alla prima o seconda stagione. Una specie di prova generale del vero All-Star Game. Il contorno, scoprirò due giorni dopo, è identico. Ci sono tutti gli ingredienti dello show. Il tale che balla forsennato inquadrato dalle telecamere, mandando il pubblico in visibilio. Un bambino biondo – si chiama Giovanni Mazza – suona il violino, mentre un gruppo di stuntman si lancia a canestro usando tappeti elastici. Poi la partita. Quel che si nota è che (ok, sto per dire una cosa da intenditore di basket) i giovani dell’NBA hanno solo due modi per fare punti: tirare da tre o schiacciare. D’accordo, è l’All-Star Game, ma di recente in Usa si è aperta una discussione interessante su Stephen Curry e la sua mostruosa percentuale nel tiro da tre punti. Sta rovinando il gioco, ha detto qualcuno? Io non lo so. È vero che si vede sempre più spesso gente fare due passi indietro per tirare da tre e mancare il bersaglio quando potrebbero incassare due punti comodi, ma è anche vero che la cosa si esaurirà facilmente, quando sarà evidente che di Curry ce n’è uno solo. A fine primo tempo, all’improvviso il circo: un gruppo di simpatici ciccioni obesi cantano e ballano, le mascotte (pupazzoni di due metri) sparano magliette sul pubblico con un cannone, una banda di percussionisti prende la scena, il tutto con la musica in sottofondo che pompa e la voce dell’entertainer che descrive l’indescrivibile. Poi parte Pump, pump the jam, pump it up. Sono un uomo felice, in mezzo a una folla felice. Arriva pure Silento e canta un pezzo, prima che i pupazzoni mascotte si mettano a ballare sulle note di Hello di Adele, buttandosi per terra come svenuti, protetti dai loro costumi morbidosi. E poi il mio momento preferito: arriva Red Panda, una signora probabilmente cinese che girando su un monociclo probabilmente cinese fa acrobazie con delle ciotole probabilmente cinesi. Red Panda riscuote moltissimo successo tra noi “inviati” – qualcuno sogna una vita con lei. L’effetto generale è esilarante. Finisce il Rising Star Game e torniamo nella illuminata città sotterranea guidati da centinaia di canadesi gentili, che tengono in mano cartelli che indicano ogni possibile direzione per ogni possibile spettatore. Mi aspetto di vederne uno che indica Capo Horn o Santa Teresa di Gallura. La cosa più incredibile è la facilità dell’esperienza dello spettatore. Puoi mangiare senza fare code, farti un giro nell’arena se vuoi sgranchirti le gambe, puoi veder passare i giocatori tranquilli e beati in mezzo alla gente che è incredibilmente rispettosa. Una mega-riunione di famiglia.

Il giorno dopo la temperatura sale – si arriva a -23 gradi e con essa sale anche l’adrenalina. C’è la serata dei contest. Lascio perdere i dettagli, mi concentrerò sulla gara delle schiacciate, che vi assicuro, vista dal vero, è una cosa spaventosa. Zach LaVine e Aaron Gordon si sfidano per più di mezz’ora. In giuria Magic Johnson e Shaquille O’Neal fanno le facce assurde di quelli che pensano “Oh my God” ogni volta che uno dei due schiacciatori la combina grossa. Nessuno supera l’altro, il livello si alza sempre di più finché Gordon non fa una cosa semplicemente pazzesca (cercatevela sul canale NBA di YouTube) acchiappando una palla piazzata sulla testa di una mascotte e, lassù in cielo, la fa passare dietro le gambe (non tra le gambe, dietro le gambe) prima di schiacciare. La folla reagisce come se avesse visto un alieno, e in effetti, quello che ho visto ha ben poco di umano. Zach LaVine risponde con una specie di Air Jordan: stacca da terra all’altezza del tiro libero e la butta dentro volando verso il tabellone. Non avrà l’eleganza di MJ (il Dio del basket) ma, gesùssanto, che roba. Vince Zach. Visibilio generale. Io tifavo per Aaron, anche perché si era presentato in campo in smoking.

Win Butler degli Arcade Fire, vincitore del premio come MPV alla gara delle celebrities - Foto di Ron Turenne/NBAE via Getty Images

Win Butler degli Arcade Fire, vincitore del premio come MPV alla gara delle celebrities – Foto di Ron Turenne/NBAE via Getty Images

Matchday
Ok ci siamo. Eccitazione a palla nella folla multicolore dell’Air Canada Centre. Drake si piazza sul palco e fa uno speech, ma mannaggia a lui non canta – e non si capisce perché non canti. Sarebbe stata una gran figata: a casa sua, Toronto, durante l’All-Star Game, il rapper baskettaro non canta? Misteri dello showbiz americano – la folla dovrà sorbirsi uno Sting d’annata nell’intervallo, che per carità, fa il suo sporco mestiere con un bel medley di successi, ma vuoi mettere col figlio prediletto della città, che è venuto su Starting from the bottom e ora è in capo al mondo (e ai Raptors?). Gli hanno pure dato le chiavi della città, ma niente, lui non canta. Gironzola per il campo e il bordo campo salutando tutti come si fa tra grandi star americane (ci si stringe la mano, ci si avvicina all’altro e ci si dà un affettuoso colpetto di torso). Le All-Star vengono chiamate una a una nel proscenio, boati per i due Raptors, ma è solo quando esce Kobe – all’ultimo dei suoi 18 All-Star Game – che il pubblico impazzisce davvero. Kobe ha sempre la faccia beata del santone super cool che è. Non sembra nemmeno emozionato, solo felice. Quella cosa americana per cui uno è grato al mondo. Beato lui.

Long live basketball
Nessuno difende – qualcuno dice che la difesa più efficace vista in questi giorni è stata quella del figlio di Chris Paul proprio contro Kobe nel prepartita. Vince chi la mette dentro più volte, nessun altro criterio applicato. Ma c’è un momento, un momento solo, che si stacca dagli altri: Kobe prende palla, si mette di spalle, fa un fadeaway (ovvero si allontana, si gira all’improvviso e tira in sospensione). Classic basketball. La palla gira intorno al ferro per tipo 20 secondi, togliendo il fiato a tutti. Poi entra, perché deve entrare, e perché gli happy ending da queste parti sanno come costruirseli. Nel frattempo Westbrook gioca per davvero, fa il culo a tutti e infatti poi vince l’MVP.
All’intervallo ecco Red Panda (ci sei mancata, Red Panda) col suo monociclo. A seguire, arriva The Incredible Zladek. Fa una pila di sedie altissime e ci sale sopra, mettendosi in equilibrio in cima. Fiato sospeso. Ce la fa, è ancora vivo. Gregg Popovich è molto contento di questo, anche perché Zladek, come scoprirò poi, è suo cugino. Partono video live sul pubblico di quelli che mi fanno impazzire. Prima cercano gente che balla (vince un ciccione che si sfila almeno 20 magliette, una sopra l’altra e meno male che non arriva alla fine). La kiss cam – ovvero le telecamere inquadrano delle coppie che una volta inquadrate si devono baciare. Miei preferiti: due tipi che si guardano basiti e lei che dice indicando il suo “compagno”: “He’s gay”. Poi lo bacia. Evviva. Last but not least, lip sync: ovvero mettono su una canzone famosa e la gente fa una specie di playback. Lo fanno con i giocatori. Fantastico. Mio preferito: Curry che canta Adele. Hello from the other siiiiide… Molto ridere.
Si torna a giocare, vince il West, come sapete, con un punteggio vicino ai 200 punti. Tutti felici. Arriva Michael Jordan (finalmente) e dà l’appuntamento all’anno prossimo a Charlotte. Ovazione. Nei megavideo – che si fa fatica a non guardare, tanto sono giganti e bellissimi – scorrono immagini della sua carriera. MJ rimane sempre MJ, niente da fare.
Riaffronto la città sotterranea ripensando all’inizio della serata, quando hanno cantato gli inni. L’inno americano è una pop song. Vincerebbe Sanremo facile. Il segreto è tutto lì.

Long live basketball (e Red Panda, of course).

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di marzo.
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