Stephen Curry e il problema di avere i superpoteri

Una performance spettacolare contro Portland ha fatto vedere un'altra faccia di Curry. Quella che preferiamo
Stephen Curry con i suoi due trofei di MVP. Foto: NBA

Stephen Curry con i suoi due trofei di MVP. Foto: NBA


L’eccellenza, tristemente, non è un fatto così importante.

La rincorsa dei Golden State Warriors allo storico record dei Chicago Bulls è stata più che altro un evento che tutti noi abbiamo cercato di capire come avrebbero potuto fallire e se potesse essere un peso nella loro altra rincorsa, quella al titolo. Quando hanno infilato la 73esima vittoria, durante l’ultima gara della stagione, abbiamo preferito guardare Kobe Bryant uccidere gli dei del tempo e infilare 60 punti con 50 tiri presi nella notte del suo canto del cigno.

In termini di risultati, l’eccellenza è eccellenza, senza dubbio. La tautologia significa che le 73 vittorie dei Warriors in stagione, il campionato vinto l’anno scorso e il doppio MVP portato a casa da Steph Curry – il secondo, martedì, con una storica votazione unanime – sono fatti sicuri e immutabili. Questi sono fatti. Ma a noi, come pubblico, piace vedere un po’ di sudore, piace vedere l’eccellenza confrontarsi con le avversità.

Quel tipo di grandezza e di sicurezza di sè che Curry ha messo in campo durante gli ultimi anni corre costantemente il rischio di diventare invisibile, di spingere l’asticella così in alto che potremmo iniziare a dimenticare che ci sia un’asticella, pensando che sia semplicemente qualcosa dell’altro mondo. Curry è per quattro volte nelle prime sette posizioni in termini di stagioni con il maggior numero di tiri da tre realizzati e il suo record di triple di quest’anno (402) vuol dire + 116 rispetto all’anno scorso. Nel 1988, l’anno di nascita di Curry, la media della lega era di 130 tiri da tre realizzati. A squadra.

È sorprendente, ma la posizione di Curry come leader di una missione di tutte le squadre della lega ad attaccare dietro la riga da 3 punti può farlo allontanare da noi, anche se servizi fotografici sulla sua adorabile e perfetta famiglia sui magazine per tutte le età cercano di umanizzarlo. La verità su di noi, però, è che non vogliamo qualcosa di adorabile e perfetto. Vogliamo il sangue, il circo, le difficoltà. L’infortunio di Curry e il suo successivo ritorno nella vittoria ai supplementari dei Warriors contro i Portland Trail Blazers dell’altra sera ci hanno dato entrambe le cose, ampiamente.

Ad essere rigidi, i Warriors sembrano non aver bisogno davvero di Curry, almeno non quanto gli Oklahoma City Thunders hanno bisogno di Kevin Durant, Russell Westbrook e (un po’ meno) Serge Ibaka, visto che i loro infortuni hanno mandato all’aria le speranze di andare avanti nei playoff durante le ultime stagioni dei Thunders. Dopo l’infortunio di Curry nella serie contro gli Houston Rockets, i Rockets non solo non hanno vinto una partita, ma non hanno vinto nemmeno un quarto contro i Golden State Warriors privati del loro miglior uomo. Questo potrebbe dire di più su Houston che su Curry, ma i Warriors hanno portato avanti la loro strategia “avanti il prossimo” nella serie contro i Blazers: i tiri di Klay Thompson assieme allo spazio dato a Draymond Green come generatore di gioco avevano portato la squadra sul 2-1 prima del match dell’altra sera.

E se non ci fosse stata l’espulsione di Shaun Livingston, la prima della sua carriera, con 1:36 da giocare nel secondo quarto, i Warriors, già in recupero da -16 a -6, avrebbero potuto andare sul 3-1 senza che Curry fosse un fattore. Ha sbagliato i primi nove tentativi da 3 punti. È sembrato frustrato con se stesso e con il suo tiro e non con la solita, annoiata faccia da “perché questo video è così lento, pago un sacco per la mia connessione”. Era una faccia più cattiva, da “404 file not found”. Quella ventata di frustrazione umana e di mortalità era tutto quello di cui avevamo bisogno per voler incollarci alla TV ad ammirare un glorioso quarto quarto e un successivo supplementare.



Curry ha spezzato un pareggio a quota 100 con la sua prima tripla della gara a 4:35 dalla fine del quarto periodo e improvvisamente non è più stato il James Bond agile e smilzo di Roger Moore o Pierce Brosnan, come nella regular season. Si è trasformato nel duro e cattivo James Bond di Daniel Craig. Si è trasformato in Jason Bourne che si ricorda di conoscere il Krav Maga.

Nei supplementari, Curry ne ha messi 6 su 7 (con un 3 su 3 da oltre l’arco), segnando 17 dei 21 punti dei Warriors e infrangendo un nuovo record per il maggior numero di punti in un supplementare, sia di regular season che di playoff. Damian Lillard ce l’ha messa tutta per spingersi il più in alto possibile, dopo essere stato ignorato nell’All-Star Game, e ha provato a battere i Warriors senza Curry proprio con il gioco di Curry, fatto di incredibili stepback, cambi di direzione e abilità di tiro dalla lunga distanza. Ma non ha potuto fare niente per fermare l’attacco. Lillard è uno squisito giocatore offensivo, ma l’altra sera sarebbe stato necessario accoltellare Curry per fermarlo.

Curry probabilmente si è risvegliato indolenzito oggi, umano, dopo aver sognato di volare. Non puoi prenderti una pausa (forzata) di due settimane e tornare in quel modo senza nessun problema. Per lui, probabilmente è una roba che fa schifo, ma che lo farà semplicemente tornare al lavoro, quel lavoro che fa quando non si mostra a noi. E noi, invece, vorremmo tantissimo conoscere quel lavoro, vorremmo vedere Curry sudare e lamentarsi come ha fatto per tre quarti l’altra sera. Ci aiuterebbe a capire meglio le sue vittorie. Trasformerebbe le 73 partite vinti, i due MVP awards, lo scorso campionato e forse il prossimo in qualcosa di più immutabile, di più permanente. Di più convincente.

Facendoli diventare traguardi difficili e complessi da raggiungere.