Stephen Curry, alla ricerca della partita perfetta

È il più forte dell’Nba. I suoi Golden State Warriors stanno battendo ogni record. Ma lui la fa facile: «Alla fine è sempre solo questione di fare canestro»
«Posso anche aver segnato 50 punti, ma se ho perso più di tre palloni, non va bene». Foto: Noah Graham/NBAE via Getty Images

«Posso anche aver segnato 50 punti, ma se ho perso più di tre palloni, non va bene». Foto: Noah Graham/NBAE via Getty Images


Ci sono volte in cui non ce la fai a stare lì a guardare la tv. Vorresti spegnerla e girarti dall’altra parte dicendo che no, questo non può farlo. Non può tirare, passare, penetrare così. È facile definire Stephen Curry uno spot per la pallacanestro. Attualmente, guida la classifica dei migliori realizzatori dell’NBA con oltre 30 punti di media. E la cosa ancora più importante è che il suo team, i Golden State Warriors, ha iniziato la stagione con 24 vittorie consecutive, un record per l’NBA.

Quella voglia istintiva di spegnere la tv arriva essenzialmente da due cose: dalla facilità con cui Curry gioca a livello altissimo. E dalla facilità con cui Curry gioca a livello altissimo nonostante il suo fisico “normale”. Steph Curry-uno di noi, verrebbe da cantare. Eppure lui è lì. A infrangere record su record. A sfornare partite pazzesche. Qual è il tuo segreto, ce lo puoi dire? «Non sono la persona fisicamente più prestante della lega, è vero»», dice Curry, ancora con il fiato corto dopo un allenamento con la sua squadra. «Ma il punto è che sul campo devi sapere fare un sacco di cose. Palleggiare con entrambe le mani, tirare da fuori, arrivare sotto canestro. Devi fare il tuo dovere in difesa e devi avere cuore. Questa è la cosa più importante che riusciamo a dimostrare di partita in partita, con la nostra tenacia. Non importa se quello di fianco a me è più alto, più grosso o più veloce. Se ho la passione, se ho il cuore di sfidarlo, il più delle volte sono io a vincere». Hai capito, il piccolo Steph? 191 centimetri (che non sono pochi, certamente, ma lo diventano su un campo di pallacanestro) che trasudano passione. E voglia di vincere. «Cerco di essere un perfezionista», prosegue, asciugandosi il sudore. «So di non essere perfetto sul campo e nemmeno nella vita. Ma provo a seguire degli esempi sempre più alti. A volte finisco una partita con statistiche incredibili, ma la prima cosa che vado a guardare sono quante palle ho perso. Posso anche aver segnato 50 punti, ma se ho perso più di tre palloni, e magari alcuni di questi in malo modo, non va bene. Sono sempre alla ricerca della partita perfetta. No, se te lo stai chiedendo, non l’ho ancora fatta…».

Cosa, scusa? Cosa vuol dire che non c’è ancora stata quella perfetta? «Mi sento un giocatore decisamente migliore rispetto all’anno scorso, questo è vero. Sono molto più efficiente sul campo. I successi dell’anno scorso – il mio premio come MVP e l’anello a fine anno con i Warriors – sono stati un sogno a occhi aperti. Ma ha solo buttato ancora più benzina sul fuoco». Poco ma sicuro. I record infranti sono lì a testimoniare la splendida forma della squadra. Conta fare un record dopo l’altro? O contano di più i risultati finali? «È importante avere degli obiettivi tangibili a cui puntare», spiega Curry. «Possono succedere così tante cose nell’arco delle 82 partite della stagione. Penso che le squadre migliori siano quelle che sanno concentrarsi su ogni singola partita, facendo un passo alla volta». E senza accontentarsi mai. Anche le altre squadre si sono stupite di come la fame di vittorie non si sia spenta nonostante una stagione di fuoco. I Warriors sembrano partiti con più forza dell’anno scorso. Ma non perché le cose siano più semplici, anzi. «C’è più pressione adesso, di sicuro. Abbiamo imparato una cosa importante con il tempo: non importa contro quale team giocheremo, quale sia la posizione in classifica, come stiano andando al momento… Di sicuro faranno la partita della vita. Daranno il tutto per tutto, perché vogliono sconfiggere i campioni. E noi dobbiamo sempre fare qualcosa di più». La ricetta di quel qualcosa di più è da cercare nell’attacco clamorosamente efficace dei Golden State. La gente si sta spaccando la testa, sta teorizzando nuovi sistemi di gioco. Sta parlando di come i Warriors abbiano cambiato il modo di intendere il basket NBA. A Curry interessano queste cose, certo, perché lui è il fulcro di questo cambiamento.

Ma poi si sbottona, con sincerità, e conclude: «Voglio dire, alla fine è sempre solo questione di fare canestro».

Questo articolo è pubblicato in versione integrale su Rolling Stone di gennaio.
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