Rolling Mondiale: i risultati esatti delle partite di oggi

La sostituzione della statua dedicata a Cristiano Ronaldo, la squadra più depressa del Mondiale - ovvero l’Arabia Saudita - e la probabile vittoria della Spagna, anche se noi tifiamo Iran.

Portogallo-Marocco

La chiave di lettura di questa partita non può essere che una: la rimozione della statua dedicata a Cristiano Ronaldo nell’aeroporto dell’isola di Madeira, dove il campione è nato – tanto orribile da essere sublime, inaugurata lo scorso anno tra mille dileggi sui social e ora sostituita per espresso volere della famiglia di CR7 con una versione più sobria, ma con molta meno personalità – e le conseguenze di tale gesto avventato sul prosieguo dell’avventura mondiale dei portoghesi. Perché noi temiamo che l’incredibile esordio del bomber, la tripletta contro la Spagna, possa venire ora turbato dalla distruzione di questo amuleto. Negli ambienti giusti, quelli cui il senso di appartenenza si suggerisce sfiorando un lobo o puntando un dito verso l’alto, si sussurra infatti che Emanuel Santos, lo scultore madeirense che si è autodefinito “il Cristiano Ronaldo della scultura”, avesse nascosto nel cuore dell’incompreso capolavoro bronzeo alcune ciocche di capelli del campione (sottratte da un altarino presso la casa a Funchal di Filomena Aveiro, nonna paterna di CR7) immortalando così la materia organica del giocatore al fine di conservarne per sempre l’irripetibile valore, in vista di future ere di vacche magre per i lusitani (calcisticamente parlando). L’offesa subita dalla statua e dal suo creatore, quindi – sempre secondo i Venerabili di cui sopra – rischia ora di rimescolare il fluido dell’universo e far calare su Cristiano Ronaldo una macumba che non si vedeva dai tempi dei rigori sbagliati di Donadoni e Serena a Italia ’90. Quindi qualcuno, non noi, ipotizza a sorpresa la vittoria del Marocco per uno striminzito 0-1, gol di testa su calcio piazzato del solito Benatia. Noi ci guardiamo bene dal contraddire questa profezia.

Uruguay-Arabia Saudita

La squadra più depressa del Mondiale (l’Arabia Saudita, dopo le cinque pappine subite dalla Russia) incontra una tra quelle che ha più speranze di passare il girone, l’Uruguay, dopo il gol fortunoso al 90° di Gimenez contro l’Egitto. Se nella prima partita l’Uruguay non aveva brillato (soprattutto Suarez), ora i ragazzi allenati da Oscar Washington Tabarez devono cercare di convincere con un gioco degno di una squadra che, dopotutto, è sempre bi-campione del mondo (e anche solo per l’immagine struggente di El Maestro Tabarez, fragile fisicamente ma ancora grintoso, che si appoggia a una stampella a causa della neuropatia che lo affligge, vorremmo vedere l’Uruguay arrivare in fondo a questo mondiale). Tutto questo, se pensiamo che la realtà sia un luogo dove vincono i buoni sentimenti. Ma c’è anche la possibilità che Vladimir Putin, per destabilizzare ulteriormente il mondo occidentale (dando per conquistata l’attuale scena politica italiana), abbia somministrato un agente nervino quando ha stretto la mano al principe saudita Bin Salman, in occasione del gol di Gazinsky nella partita inaugurale del torneo. Non si tratterebbe della solita tossina, tuttavia, ma di un nuovo ritrovato di ingegneria genetica russa che, trasmesso alla squadra dall’ignaro principe, ha reso la compagine araba fisicamente fortissima, una sorta di Razione K al cubo invisibile all’antidoping, creata allo scopo di fare vincere il Mondiale all’Arabia Saudita umiliando Germania e Francia, le favorite, e gettare così l’Occidente nello sconforto e nell’ulteriore divisione. Quindi, per quanto amiamo Tabarez, il risultato più probabile è 4-0 per i sauditi. L’inizio di una galoppata inarrestabile, ma ne riparliamo agli ottavi.

Iran-Spagna

In questo mondiale dove le big stentano e le medium possono sognare, noi ci siamo appassionati alle storie dei giocatori dell’Iran, che un recente speciale di Marca ci ha fatto scoprire (della Spagna si sa già tutto, e comunque qui a Rolling Stone, per DNA, tifiamo sempre per gli underdog). Il più notevole è senza dubbio Alireza Beinvarand, cresciuto nella regione montuosa del Lorestan. Oggi è campione d’Iran con il Persepolis, ma da piccolo ha dovuto lottare per giocare a calcio: il padre, pastore, voleva che seguisse le sue orme, e rompeva spesso i guanti da portiere del figlio. Ma Beinvarand non si è perso d’animo, ha messo da parte il denaro sufficiente ed è partito per Teheran dove, tra un allenamento e l’altro presso una piccola società di calcio, ha vissuto come un senzatetto, poi ha lavorato come spazzino, come pizzaiolo e in un autolavaggio, prima di diventare calciatore professionista. È il nostro preferito. Menzione d’onore anche per Reza Ghoochannejhad, l’intellettuale della squadra: sa suonare il violino, parla sette lingue (con diverse sfumature di fluency, sospettiamo) e odia i social. Detto ciò, è probabile che a vincere sarà la più banale Spagna, perché nel mondo del calcio la poesia, checché se ne dica, non ha vita facile: 2-0 per loro, gol di Isco e Jordi Alba.