Riccardo Riccò: «Il doping è ovunque nel ciclismo, ed è sempre più pericoloso»

È stato la grande promessa delle due ruote italiane, poi la squalifica, la vita a rischio per una trasfusione. Oggi fa il gelataio alle Canarie e si racconta, a partire da un Tour che arriva sugli Champs-Elysees tra mille polemiche

Solo col doping non vinci. Senza doping nemmeno. È una delle regoli più importanti del gruppo durante una corsa a tappe, per come è riportata in Cuore di Cobra, la biografia di Riccardo Riccò (Piemme edizioni, scritta con Dario Ricci). Emiliano, classe 1983, è stato una delle promesse più scintillanti del ciclismo italiano, prima di diventarne il grande appestato. Professionista dal 2006, due anni dopo, a 24 anni vince due tappe al Giro e altrettante, incredibili, al Tour de France: il suo scatto sul Col d’Aspin fa scomodare il paragone con Marco Pantani. Pochi giorni dopo è trovato positivo all’Epo e viene fermato. La sua carriera deraglia, fino al terribile 6 febbraio 2011, giorno in cui rischia la vita per una autotrasfusione di sangue che teneva in frigo. È squalificato dal Tribunale Nazionale Antidoping per 12 anni, una sentenza record. Teoricamente potrà tornare a gareggiare nel 2024, quando avrà quasi 40 anni.

Riccò diventa presto l’appestato del nostro ciclismo, uno sport in cui tanti sbagliano, spesso sono beccati e, di norma, hanno un’altra chance. Non lui, ricoperto, anche per la gravità di ciò che ha fatto, di uno stigma senza precedenti. Oggi vive con la moglie a Tenerife, e accetta di parlare di se stesso e del suo libro, un atto di accusa feroce verso il sistema del professionismo su due ruote, in cui, secondo Riccò, tutti si dopano, e semplicemente va bene così. Una rivalsa nei confronti di un mondo che lo ha estromesso? Forse, non possiamo saperlo. Sicuramente una voce interessante e fuori dal giro, così come quella di Danilo De Luca, che ha fatto alcuni degli stessi suoi errori e ha subito un simile trattamento, raccontato in un altro bel libro, Bestie da vittoria.

Con Riccò è l’occasione per parlare di un Tour de France semplicemente assurdo, che va a concludersi oggi con la vittoria di Thomas, tra proteste e lacrimogeni, incidenti spettacolari e molto pericolosi, polemiche di ogni sorta.

Cosa combina oggi Riccardo Riccò?

Ho un bar gelateria a Palm-Mar, a Tenerife, dove mi sono trasferito da quattro anni. La mattina ogni giorno produco il mio gelato artigianale, italiano. Ormai siamo al terzo anno di attività: stare aperti così a lungo su quest’isola vuole dire che praticamente sei un superstellato.

Ma è vero che vendi gelato per i cani?

È una specie di yogurt bianco, senza lattosio né zucchero, che non fa male intestino cani. Non sei il primo a stupirsene, l’altro giorno è venuta una tv spagnola a fare un servizio sui nostri prodotti. Un sacco di gente viene a prendere il gelato solo per il cane, e non lo mangiano loro.

Dall’Italia sei fuggito?

Ma no, io amo l’Italia. Solo che, non potendo più correre in bici e non essendo capace a stare sotto padrone per via del mio carattere, dovevo aprire una attività mia. A livello lavorativo nel nostro Paese è un momento duro, qua la pressione fiscale è molto più bassa. Se hai la fortuna che l’attività parte, poi ci campi. Così ho ascoltato il consiglio di un amico, che si era trasferito a Tenerife e diceva che era un buon momento per gli investimenti. Un altro amico mi ha insegnato a fare il gelato, ed eccomi qua.

Vai ancora in bici?

Nel tempo libero cerco di tenermi allenato. D’estate molto poco, però, perché per fortuna si lavora un sacco.

Stai seguendo il Tour? Che sta succedendo? Paiono tutti impazziti.

Cerco di guardarlo sempre, e più o meno ci riesco. Sì, ci sono stati parecchi casini. Ma mi pare che in tutto il mondo succedono cose strane ultimamente (Ride). Qua alle Canarie dicono che il troppo caldo fa male, sarà quello…

Che ne pensi di Froome, che era stato squalificato per doping e poi reintegrato. Fino al terzo posto.

Non mi piace come corridore, stilisticamente mi fa schifo. Riconosco che ha fatto delle cose straordinarie, penso alla sua impresa quest’anno al Giro. C’è chi lo paragona a Armstrong, ma non regge. L’americano è sempre andato forte, da quando aveva 20 anni. Lui è saltato fuori dal nulla a 30 anni o giù di lì, e io non ci credo a queste storie. Finché lo lasciano correre, per l’amor di Dio, ha ragione lui.

Nel libro scrivi che non è umanamente possibile correre 200 chilometri al giorno, con ogni condizione meteo, per tre settimane. Il trucco c’è per forza.

Confermo. Di certo non è possibile oggi vincere una grande corsa a tappe senza doping.

Il doping è anche colpa dell’organizzazione delle grandi corsi, dei loro tracciati massacranti?

No, questa è una cazzata. I corridori lo prenderebbero anche se la corsa fosse tutta pianeggiante. Il doping c’è, punto, come la droga nella società.

Qua, però, fa parte del sistema, da quello che dici.

Questo è un tema complesso. Il fatto è che c’è sempre una nuova sostanza, sempre più difficile da rilevare. Quando dicono che il doping è sempre un passo avanti rispetto all’antidoping, dicono una grande verità.

Sono passati 20 anni dal folle Tour vinto da Marco Pantani, con gli arresti tra gli atleti. Come sono cambiate le cose da allora?

Sono già passati vent’anni, cazzo. E dieci da quando vinto io, boia se sono vecchio! Ai miei tempi posso dire che ne succedevano di tutti i colori, mentre a quelli di Pantani, paradossalmente, le cose andavano meglio, con il limite di 50 di ematocrito per tutti. Allora tutti usavano l’Epo, e in qualche modo erano alla pari. Ora c’è un ventaglio larghissimo di sostanze: chi usa la genetica va inevitabilmente molto più forte di uno che utilizza doping meno sofisticati. Non c’è paragone. Oggi chi ha più soldi e conoscenze migliori è troppo avvantaggiato, e questo crea squilibrio.

Il doping di oggi è meno pericoloso rispetto a quello per cui tu hai rischiato la vita?

Oggi è molto più pericoloso. Usano sostanze in sperimentazione, non ancora sul mercato, di cui non si sanno gli effetti collaterali. Prima c’era un filo di competenza in più sulle sostanze, mi pare.

Che sostanze si usano oggi?

So che vanno ancora tanto le trasfusioni, e poi ci sono sostanze sempre nuove. Ogni tanto qualcuno mi racconta, ma non mi ricordo nemmeno i nomi: non è più il mio lavoro.

Ci si dopa a tutti i livelli?

Gli amatori sono i peggiori, perché non sono controllati. Sono delle mine vaganti, con il loro doping fai da te. So che dalla juniores qualche ragazzino inizia già a farne uso, e poi ci sono dilettanti, che sono alla sbaraglio. Paradossalmente c’è più doping nel dilettantismo che nel professionismo.

Che ricordi hai dei tuoi giorni di gloria al Tour?

Ci penso spesso, a luglio viene quasi da sé farlo. La seconda tappa vinta nel 2008, una cosa incredibile. Una scarica di adrenalina pazzesca. Lo dico sempre a mia moglie: “Non si può descrivere quell’emozione, nessuna sostanza dà una botta così”.



Del giorno in cui stavi per morire, invece, cosa ricordi?

Non ci penso. Anche se ora tu me lo hai appena fatto ricordare.

Davvero vuoi tornare a correre, a 40 anni?

Mi piacerebbe tornare a correre il Tour, con la testa di adesso e l’allenamento di allora. Sono maturato, ora farei paura. Ma va bene, è andata così. Non demordo invece con l’idea di tornare dopo la squalifica e provare a giocarmi una classica, magari il Lombardia.

Pensi che troverai qualcuno disposto a farti correre, dopo tutto quello che è successo?

Ho tante persone nel ciclismo che mi vogliono ancora bene. Sanno che allora ero un ragazzino, che non ha saputo gestire una onda enorme di fama improvvisa.

Mediaticamente sei stato ucciso.

Sì, mi hanno bastonato abbastanza forte. Ultimamente, con Armstrong e altri casi, sono diventato uno dei tanti, mi sono liberato di un po’ di pressione. Penso di essere stato un po’ un capro espiatorio, quello sì.

Chi ti piace oggi nel ciclismo?

Valverde mi è sempre piaciuto, anche quando correva contro di me. Nibali non mi emoziona, ma più passa il tempo e più lo apprezzo. Aru, anche se stilisticamente non lo amo, mi piace perché attacca, dà spettacolo.

Cosa rispondi a chi dice “non seguo più il ciclismo perché è tutto falso”?

Qui a Tenerife abito in una colonia belga. Al tifoso belga, vero malato di ciclismo, non frega un cazzo del doping, quello italiano, invece, ti giudica sempre, poi fa le serate di cocaina. Coerenza zero.

Che gelato ci offri se veniamo a trovarti?

Crema e banana, quelle delle Canarie sono strepitose.