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Professor Kobe, un giorno con il neo pensionato campione Nba

Un giorno con Mamba, ora impegnato in un progetto con Nike. E che da grande sogna di fare il regista
Kobe Bryant - Foto Andrea Bastoni

Kobe Bryant - Foto Andrea Bastoni

L’appuntamento è al mattino presto alla cattedrale milanese della Nike. La mail che era stata inviata alla redazione con settimane di anticipo conteneva un meticoloso running order degli appuntamenti della giornata e l’obbligo di presentarsi solo calzando scarpe col baffo. Eccoci così – come in una distopia profetica di Frank Ocean, Nikes – alla beatificazione brandizzata della divinità della pallacanestro, Kobe Bryant: fresco di addio al basket professionistico, KB è in Italia per – così sta scritto sulla cartella stampa – una tappa del Mamba Mentality Tour. Tradotto: some fuckin’ businnes. Ci troviamo di fronte a un’ingegnosa mossa di marketing di una multinazionale che, per promuovere i suoi nuovi prodotti, ingaggia il king del carisma, neo-pensionato, per spiegare come avere una mentalità vincente per diventare il giocatore più forte del Pianeta.

Un po’ guru alla Osho, un po’ abile venditore stile The Big Kahuna, Kobe si presenta addirittura in anticipo – avvolto da una nube dorata di coolness – all’intervista in esclusiva con RS. Sorride con lo stesso mix di naturalezza e tecnica che aveva nel tiro in sospensione, la sua ficaggine ultraterrena ha la capacità tanto di mettere i suoi interlocutori a proprio agio quanto di paralizzarli per l’ansia. Appena si presenta, cado in una specie di trance mistica, potremmo essere in una fumeria d’oppio cambogiana invece che alla Nike, e quando inizia a parlare nel suo perfetto italiano (Bryant è cresciuto qui, dove il padre Joe giocò sette anni tra Reggio Calabria, Pistoia e Rieti) capisco subito che uno come Kobe non si fa intervistare davvero. Quindi, quella che state per leggere non è l’intervista a KB, ma al Mamba, a tutti quelli che sognano di segnare una bomba da tre allo scadere del quarto tempo, ai collezionisti di sogni e di sneakers.

Kobe Bryant, qui indossa la collezione NIKE SPORTSWEAR FA16 – Foto Andrea Bastoni

 

Che effetto ti fa tornare qui?
Ho imparato a giocare in Italia, la vostra pallacanestro mi ha insegnato tutto. Ed è qui che è nata la Mamba Mentality, osservando le partite di calcio: sul campo a undici si gioca in sequenze di tre – pàm-pàm-pàm (Kobe mima con le dita un’azione di passaggi e tiro), mentre il basket americano è fatto a sequenze di due. Quando giocavo a calcio qui, provavo sempre a immaginare quello che sarebbe successo dopo due o tre passaggi, così una volta tornato in America avevo una visione più ampia e a lungo termine dei miei compagni circa quello che sarebbe successo sul parquet del match: la differenza era enorme, non riesco neanche a descriverla esattamente, ma è stata la mia fortuna.

Ci sono altri pezzi di Italia nella mentalità Mamba?
Sicuramente la creatività e l’immaginazione: sono cresciuto qui studiando l’arte di Leonardo da Vinci, Michelangelo e Brunelleschi, con i professori che mi chiedevano cosa stessi provando e pensando alla vista di quelle opere. Ero piccolo e non sapevo davvero quello che stavo imparando, però adesso ho capito che la forza del mio gioco arriva da lì, dal farsi domande – se faccio questo invece di quello cosa succede? – e immaginare cose.

Alla fine, la Mamba Mentality è una sorta di manifesto sull’importanza della scuola e dell’educazione…
Sì, esatto. La nostra mente si deve sempre fare delle domande e l’unico allenatore che la può aiutare è la scuola. Ci sono cinque concetti per definire la Mamba Mentality: 1) Passione; 2) Ossessione, l’attenzione per i dettagli; 3) Voglia di competere e vincere; 4) Resilienza, la capacità di resistere alle avversità; 5) Non avere paura, vincere l’ansia. Sono concetti semplici, ma per metterli in pratica è necessario andare a scuola.

Kobe Bryant, qui indossa la collezione NIKE SPORTSWEAR FA16 – Foto Andrea Bastoni

 

(Provo a fargli una domanda ironica, ma già so che la prenderà seriamente, nda) Ti piacerebbe fare il prof?
Lo faccio già, non in maniera convenzionale. Insegno tra scarpe e palloni, con i film, con quello che scrivo, con i clinics che organizzo: parlo di basket, ma in realtà non sto parlando solo di basket. I ragazzi vengono da me per imparare la pallacanestro, ma io gli voglio fornire un “metodo” che serva per tutto, anche per diventare un artista o un cantante: essere determinati, curare ogni più piccolo particolare, sul campo e nella vita.

Flea, il bassista dei Red Hot Chili Peppers (che ha suonato l’inno americano prima dell’ultima partita di Kobe con i Los Angeles Lakers, ndr) ti ha paragonato a musicisti come John Coltrane e Charlie Parker…
Io e Coltrane in comune abbiamo la stessa devozione per l’arte che pratichiamo. Coltrane si è esercitato con metodo più di 15 anni prima di scrivere il pezzo che oggi ogni di noi riconosce, A Love Supreme: in piccolo ho fatto la stessa cosa, iniziando a giocare all’età di 2 anni e allenandomi ogni giorno. Dai 2 ai 37 (KB ha compiuto 38 anni lo scorso 23 agosto, ndr), mi sono esercitato con impegno, senza sosta.

Sta per nascere tua figlia, una baby mamba. Non mi dire che avrai la stessa devozione anche nel cambiare i pannolini…
Certo, un punto fondamentale della Mamba Mentality è essere concentrati solo su ciò che si sta facendo: se sto cambiando un pannolino sporco, mi concentro su quello.

Ora che ti sei ritirato dal basket professionistico non ti è venuta voglia di svaccare un po’, tipo stare sul divano con un barattolo di gelato a guardare la tv?

Non posso, la mia mente sta sempre lavorando (Kobe schiocca nervosamente le dita come a svegliare anche una sola cellula pigra del suo organismo, ndr), deve stare in movimento. Se mi sveglio alla mattina senza niente da fare, senza un obiettivo, mi sento perso.

Kobe Bryant, qui indossa la collezione NIKE SPORTSWEAR FA16 – Foto Andrea Bastoni

 

C’è una musica che accompagna questo tuo perenne movimento?
La musica mi accompagna, di tutti i tipi: può essere rock, punk, jazz, non importa. L’importante è che devo sentire che chi la suona ci ha messo tutto se stesso, deve darmi la sensazione che valga la pena ascoltarlo.

Sei molto attento alle parole che usi per comunicare i tuoi pensieri: sono semplici e dirette. C’è qualcuno da cui hai preso ispirazione?

Il cinema e i registi sono una grande fonte d’ispirazione. L’immaginario creato da JJ Abrams e Steven Spielberg è potente e crea mondi di significato nuovi.

Non dirmi che vuoi fare il regista?
Hai indovinato. Col progetto Mamba in piccolo lo sto già facendo, ora vorrei pensare più in grande. So che fare il regista è difficilissimo e ho grande rispetto di questo lavoro: io posso pensare alle storie, immaginarle, poi costruirò un team di gente eccezionale per realizzarle al meglio.

Davvero ti senti un artista?
Mi piace pensarmi e definirmi così.

L’intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di settembre.
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