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Pozzecco: «Sono diventato l’allenatore che avrei voluto da giocatore»

Nella biografia ‘Clamoroso’, l’ex play racconta tutto, vittorie e sconfitte, euforia e difficoltà, le feste, il sogno di diventare padre. Qui racconta com’è nato il libro, il rapporto con i giocatori, il clima della Dinamo

Gianmarco Pozzecco

Foto: Matteo Ciambelli/NurPhoto via Getty Images

Clamoroso, il libro di Gianmarco Pozzecco edito da Mondadori, è un romanzo di formazione: il Gian Burrasca del basket italiano cresce fino a diventare un uomo adulto che gira per casa in vestaglia, accarezza il gatto e sogna di diventare padre. Leggetevelo se vi è piaciuta l’Instagram TV di Bobo Vieri dopo il lockdown, perché racconta un’epoca passata fatta di talento, spensieratezza e risate. E leggetelo per provare a capire l’anima viva del basket italiano, il suo passato e il suo presente: «Ho voluto scriverlo perché quel Pozzecco non esiste più, da quando nove anni fa ho incontrato la donna della mia vita», dice.

Il lancio puntava a smentire la diceria che più lo fa imbestialire: il Poz si ubriacava – ha voluto precisare – ma odia la droga e non si è mai drogato. Gli aneddoti più piccanti ci riportano al glamour anni 2000, con la relazione con Maurizia Cacciatori o Samantha de Grenet, e soprattutto le scorribande in discoteca, all’Hollywood o al Tocqueville, dove spegnevano la musica per salutarlo. C’è quella volta che il suo compagno di squadra Andrea Meneghin disegnò un cannone sulla gigantografia che il Cardinal Martini avrebbe ricevuto sul palco della sua festa di compleanno. C’è il racconto della festa dopo l’argento alle Olimpiadi di Atene quando, finiti i cocktail per fare i gavettoni, il Poz si mise ad aprire il rubinetto che sta dietro la braghetta per innaffiare i campioni argentini. O quando durante il time-out firmò un autografo a una tifosa e poi si giustificò con l’allenatore: «Ma ha visto quanto era figa?». E anche cose recentissime, tipo la gara di tiri da tre da ubriachi con il suo Filip Krušlin (che ora è riuscito a portare a Sassari), finita con lo spogliarello integrale.

Ma non è di tutto questo che abbiamo parlato con il Poz. Sarebbe stato scontato. Abbiamo parlato di come è possibile cambiare, migliorarsi, senza snaturarsi o scendere a compromessi con le proprie convinzioni. Che è poi il motivo per cui l’Italia del basket lo ha amato e lo ama alla follia – e una minoranza non lo sopporta – e per cui quella sera del 2008 ad Avellino segnò la fine di un’epoca, e probabilmente l’inizio della decadenza della palla a spicchi nostrana. Durante la sua ultima stagione a Capo d’Orlando, in ogni palazzetto in cui metteva piede per l’ultima volta, il Poz veniva salutato da una standing ovation, e a lui scappava qualche lacrima. Ci mise un po’ prima di cominciare ad allenare, poi soffrì maledettamente la frustrazione di non poter incidere sulla partita, incappando in cocenti delusioni a Varese e Bologna. Il ritiro a Formentera con la sua Tania, l’esperienza da assistente a Zagabria, quindi la leggerezza e i successi vissuti a Sassari hanno chiuso il cerchio: in quattro anni Gianmarco Pozzecco ha raccontato al suo amico Filippo Venturi la sua storia, come si fa quando si fanno finalmente i conti con la propria vita: «Ci abbiamo messo così tanto perché durante i miei momenti di difficoltà o delusione non ho voluto parlare, come quando ero alla Fortitudo e avremmo potuto vederci ogni giorno perché lui vive a Bologna. Volevo trasmettere positività, perché quando sto di merda preferisco rimanere solo, ed è quando sto da dio che devo stare in compagnia e condividere la mia vita con gli altri. La pallacanestro mi ha fatto stare da dio».

La lettura di Clamoroso è un’altalena di emozioni, si passa dalla auto-esaltazione all’auto-flagellazione, dalla serenità alla collera, da uno stile pacato al racconto invasato di una vittoria o di una serata a Montecarlo, dalle gioie ai rimpianti. Si comprende che capire del tutto il Poz non è neppure necessario né auspicabile. Sta di fatto che la maturità a cui ci ha abituato in questi ultimi anni è preponderante, perché il Poz non cerca vendetta, non si toglie sassolini dalle scarpe e ora ama anche gli allenatori che l’hanno fatto soffrire e messo fuori squadra: Carlo Recalcati, Jasmin Repeša, e soprattutto Boscia Tanjevic. «Ho fatto errori con cui ora ho fatto pace», dice. «Ora lavoro perché giocatori come Curtis Jerrells, con cui l’anno scorso parlai per diverse ore dopo averlo tagliato, tra qualche anno pensino esattamente quello che io penso ora di Tanjevic». La metamorfosi del Poz è stata naturale, inconsapevole, necessaria: «Tutto è cominciato quando ho incontrato Tania, con cui ora vorrei avere un figlio e vorrei sposarmi. Mia madre un tempo ammirava i panorami e io gli chiedevo cosa cazzo gliene fregasse. Ora invece guardo case, mi piacerebbe comprarne una, anche perché quella di Formentera mandai i miei a sceglierla. Quando torno a casa dall’allenamento prima vado da Tania, poi da Coco, il mio gatto. O forse a volte vado prima da lui. Prima non lo cagavo e adesso lo accarezzo in continuazione. Ho giocato con i Lego fino a 39 anni ed era ora che cambiassi stile di vita».

La copertina di ‘Clamoroso’

Poz, durante il lockdown Bobo Vieri ci ha regalato su Instagram il revival di un’epoca in cui calciatori o cestisti si divertivano, facevano mattina in discoteca e allo stesso tempo facevano sognare i tifosi. Un’epoca in cui le sorprese erano possibili, dalla Sampdoria di Boskov alla Varese di Recalcati e Pozzecco. Tu a Vieri non hai voluto raccontare nulla, ma lo hai fatto in questo libro. Perché quell’epoca non esiste più?
Vieri ha una personalità travolgente, e quella sera mi ha semplicemente obbligato a partecipare! Io durante lockdown non ero di certo di buonumore, ma ne ho approfittato per rileggere e correggere questo libro. Quell’epoca non esiste più perché quando ero ragazzino il giocatore più forte del mondo era Maradona, uno che non si allenava ma faceva sempre vincere le partite, e i compagni lo amavano lo stesso. Oppure c’era Platini che fumava nello spogliatoglio e spiegava ai suoi compagni che lui poteva, gli altri no. Oggi c’è una concezione ‘comunista’ dello sport dove tutti devono essere uguali, soldatini al servizio dell’allenatore, e il calciatore simbolo è Cristiano Ronaldo, probabilmente il più grande stakanovista di tutti i tempi. Il talento non basta più per vincere, se non sei allenato in un certo modo. Io invece ai miei giocatori dico: siete tutti miei figli, ma non siete tutti uguali.

Ha detto di essere diventato l’allenatore che avrebbe voluto avere da giocatore. Ma lei Pozzecco in squadra lo avrebbe voluto?
La mia relazione con i giocatori si riassume con una parola: collaborazione. Li vedo goliardici, sorridenti, e spiego loro che solo se a questo aggiungono il massimo impegno in allenamento e in partita sarò la persona più felice del mondo. Nel libro spiego che le 22 vittorie di fila della Dinamo nel 2019 senza i festeggiamenti probabilmente non ci sarebbero state, perché alla fine che senso ha una vittoria se non la si celebra? Con alcune decisioni li sorprendo, e a loro mostro che sono pronto a buttarmi sul fuoco per difenderli, e ci guadagno in termini di complicità. Anche con qualche fallo tecnico di troppo. Il Pozzecco di allora non c’entra nulla con quest’epoca, mi permettevano tante cose perché facevo vincere le partite. Se avessi oggi un giocatore che da solo ci fa vincere le partite proverei a fare accettare agli altri che a quel giocatore qualcosa si può concedere, come fece Phil Jackson nei Bulls quando lasciò Rodman libero di farsi quattro giorni a Las Vegas.

Nel suo libro ci sono parole al miele per Spissu, Dyshawn Pierre, Polonara… Ma qual è il giocatore che un giorno vorrebbe trovarsi tra le mani?
Marco Spissu, come Stefano Attruia ai suoi tempi e poi io ai miei, è semplicemente il miglior playmaker italiano. Non c’è giorno in cui non vada da lui e gli dica: Tu non hai neanche lontanamente idea di quanto sei forte. Ha raggiunto la Nazionale e gioca titolare in una squadra di vertice, e potrebbe accontentarsi. Invece secondo me può ancora migliorare e giocare in Eurolega, e i sardi finiranno per accettarlo perché saranno orgogliosi di averlo visto crescere. Se dovessi scegliere un giocatore da allenatore direi Alexey Shved (Khimki Mosca, ndr), con cui mi allenavo quando era ragazzino. Aveva 16 anni, non parlava inglese e parlavamo a gesti, ma voleva che gli facessi guidare la macchina. Un pirla! È diventato un giocatore dominante, talmente forte da non prestare attenzione a quello che dicono gli altri. Mi piacerebbe aiutarlo a capire che è importante avere un buon rapporto con l’allenatore, cosa che io compresi solo l’ultimo anno della mia carriera grazie a Meo Sacchetti. Sarei felice di aiutarlo a raggiungere i livelli di costanza e vittorie che merita.

La Dinamo produce da tre anni il gioco più bello e corale del campionato. Il clima costruito con i giocatori non ha eguali in altri club. Se il Poz rinuncia alle sfuriate a bordo campo e in conferenza stampa, come quella dopo la sconfitta dopo gara 5 di finale scudetto a Venezia, non rischierebbe di diventare il miglior allenatore italiano?
Io quella scenata la rifarei domani. Forse ho sbagliato i tempi, perché è successo dopo una sconfitta e potevo parlare prima. Forse a volte sbaglio i toni. Ma non sopporto la cultura italiana della raccomandazione, dell’aiuto, della corruzione, della scorciatoia. Perché devono esserci dirigenti che cercano di influire sui risultati delle partite con puttanate infondate? Anche dopo la nostra ultima vittoria a Pesaro, qualcuno ha detto che abbiamo tirato troppi tiri liberi. A me questa cosa fa imbestialire. Ed è proprio questo che non voglio cambiare, come scrivo, forse contraddicendomi, alla fine del libro: non voglio cambiare la mia cultura sportiva, il mio modo di vivere il basket e i rapporti umani con empatia, non rinuncio alla convinzione che la furberia nel basket non esista: esiste solo quello che succede in campo tra dieci giocatori. Se gli altri pensano di poter condizionare la partita con mezzi poco sportivi vado fuori di testa, e sarei il primo a non rivolgere più la parola al mio ex presidente Toto Bulgheroni se scoprissi che nel ’99 vincemmo lo scudetto perché aveva pagato gli arbitri. Io nelle dichiarazioni parlo solo della mia squadra, con l’obiettivo di caricare i miei giocatori. Il mio obiettivo – anche se mi farebbe piacere – non è diventare il miglior allenatore italiano, ma fare in modo che i miei giocatori giochino bene a pallacanestro e stiano bene tra loro.

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