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Perché ‘Ride 4’ è il paradiso degli appassionati di moto 


Dalle prime corse senza pubblico alle curve del Mugello, dal primo esaminatore alla chiamata di Bridgestone, ecco com’è diventare campioni del mondo con il gioco di Milestone

'Ride 4'

Foto press

Giocare a Ride 4 è un’esperienza sublime. Soprattutto per un appassionato di moto, nel senso più ampio e profondo del termine. Nel senso che, a differenza dei titoli più sportivi, più legati al mondo delle competizioni come potrebbe essere MotoGP 2021, lanciato da Milestone proprio qualche giorno fa, si ha la netta sensazione di essere all’interno di un mondo verticale in cui tutto odora di benzina, olio e pneumatico bruciato sull’asfalto.

A differenza del circus più blasonato delle categorie dei prototipi, appunto la MotoGP, in Ride ho potuto guidare dei razzi che difficilmente riuscirei a provare in pista nella realtà. È stato quasi emozionante guidare e vincere in sella alla Ducati Panigale V4 R, riuscendo a beffare all’ultima curva i miei avversari. Tra i più difficili che si possano incontrare sono gli inglesi, ma anche i miei connazionali erano davvero forti. Al Mugello ho rischiato di essere buttato fuori da un avversario completamente vestito di nero, sembrava Ghost Rider, ma tra le mani aveva un’affascinante MV Agusta Brutale. E lui era esattamente come la sua moto. Alla famosa Casanova-Savelli ho dovuto rallentare, lasciarlo andare avanti e accontentarmi del secondo posto. Ero lì, ero completamente immerso nei saliscendi toscani. Punti preziosi, certo, ma avrei voluto accettare la sfida delle spallate e vedere fin dove era disposto ad arrivare.

Ride 4 è un gioco completo, longevo e dettagliato. Ci sono più di 30 tracciati e fino a 170 modelli di moto differenti. Ovviamente provarle tutte è quasi impossibile, ma la grande eterogeneità delle patenti, dei trofei e delle leghe permette al giocatore di divertirsi su più piste, tra le più blasonate, ma anche alcune chicche per veri nerd del motociclismo, e guidare dai mezzi più recenti fino alle grandi moto del passato come la Suzuki GSX1100S Katana del 1981, la MV Agusta 500cc Three di Giacomo Agostini del 1969, l’Harley-Davidson VR1000R del 1994 o ancora la Honda NS 400R del 1985. Uno spettacolo per gli occhi, per la memoria, per la storia di uno sport e di un settore mai abbastanza ammirato e amato.

Tra i circuiti più interessanti e belli da guidare c’è ovviamente il Mugello, Phillip Island e Suzuka, in Giappone, ma sono anche i più famosi, blasonati e guidati nelle competizioni reali. Per questo è stato straordinario poter guidare in piste complicate, strette, difficili, con un asfalto poco drenante e sempre pronto a metterti in difficoltà come ad esempio il Nürburgring in Germania, o il complicatissimo Oulton Park Circuit in Gran Bretagna, ma anche il tecnico tracciato americano, lo Utah International Circuit. Poter guidare in luoghi così lontani, su circuiti incredibile e in sella a mezzi che non avrei mai potuto guidare e portare al limite senza la paura di cadere dopo aver esagerata, senza il timore di potermi fare male o distruggere la moto, ma solo con la passione che pompava adrenalina in tutto il corpo.

È un sogno che si avvera: sono campione del mondo. È stato un percorso difficile, complesso, travagliato, logorante, ma la passione, anzi l’amore per le due ruote ha prevalso sempre. Ho corso in piste grandi come il viottolo di casa, senza pubblico, a volte senza regole, ho girato il mondo patente dopo patente, competizione dopo competizione, categoria dopo categoria, di ogni ordine e disciplina. Quando sul gradino più alto del podio, ti porgono la coppa che sancisce la tua vittoria, pensi a tutto quello che hai passato, che hai visto e vissuto per arrivare fin lì. Per me vincere è stato come lasciare morire una parte di me, quella parte fanciullesca, adolescenziale, quella parte che sognava di arrivare in alto e quando ci sono arrivato ho compiuto la mia metamorfosi. È morta una parte, ma ne è sorta una nuova, quella da pilota affermato, quella da campione, quella da fuoriclasse rispettato in ogni angolo del mondo.

Forse sembro esagerato, ma per chi ama le moto, le corse, lo sport, il racing giocare a Ride 4 per PS5, per tutti questi mesi, equivale ad affrontare una vera carriera. Tutto virtuale, fittizio, astratto e pure è stato come salire davvero in sella e lasciarsi trasportare dalle emozioni, dalle sensazioni, dai brividi che circondano un pilota che deve provare a raggiungere un obiettivo attraverso una moltitudine di difficoltà: errori, cadute, penalità. Le vibrazioni “tridimensionali” del DualSense (il nuovo pad di PS5) restituiscono un effetto pieno. Sulle sconnessioni dell’asfalto, le sportellate con gli avversari, le derapate in frenata in fondo alle staccate sul bagnato. Se chiudi gli occhi hai come l’impressione di avere tra le mani il manubrio, i freni, la manopola dell’acceleratore e la frizione. Una sensazione completa di quello che significa, in tutta la sua profondità, guidare una moto.

Sono partito con tanta volontà, tanta voglia di dimostrare il mio talento, pochi soldi in tasca e nessun tipo di esperienza. Quando strappi di mano dall’esaminatore la prima patente significa che ti si aprono le porte dei trofei. E ce ne sono di tutti i tipi: moto da corsa, classiche, cilindrate per tutti i gusti e andando avanti anche Supermotard e Naked. Più vinci, più guadagni, più ti apri le porte verso nuove leghe, verso nuovi orizzonti.

Quando si sono aperte le sfide di livello internazionale, ho capito che stava diventando davvero il mio lavoro. Ero un vero pilota professionista e di conseguenza mi sono dato una ripulita: solo abbigliamento di marca, Avevo l’imbarazzo della scelta. Caschi omologati, originali, accattivanti. Tuta colorata oppure nera per intimorire la concorrenza, guanti e stivali sicuri e un garage dedicato a tutte le moto che avevo vinto e acquistato per partecipare alle competizioni più assurde delle leghe.

Ma la sensazione di avercela fatta l’ho avuta soltanto con la chiamata da parte di Bridgestone: sono diventato il tester ufficiale di una delle aziende più importanti. È stato in quel momento che ho realizzato che sarei potuto diventare campione del mondo. Gara dopo gara le mie convinzioni aumentavano, la mia esperienza cresceva e la consapevolezza di poter conquistare il titolo più ambito nel mondo delle due ruote era forte.

Non è stato semplice, ma quando, all’ultimo giro, dell’ultima gara a disposizione per diventare campione, sono riuscito a mettere le ruote davanti al britannico, sapevo che ce l’avrei fatta. Da quel sorpasso alla bandiera a scacchi il tempo si è fermato, la mente pensava solo alla curva successiva, alla piega, a dosare il gas e a mettere metri e secondi preziosi dal mio avversario. Quando ho visto l’arrivo mi sono voltato, c’ero solo io. Nient’altro. Ho iniziato singhiozzare, non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Ero appena diventato campione del mondo, dopo un percorso lungo, faticoso, insidioso, complesso. Avevo realizzato il mio sogno.

In conclusione, Ride 4 è un titolo preziosissimo per gli amanti delle moto, ma anche per Milestone. La software house italiana ha potuto sperimentare, divertirsi e arricchire un titolo che già nelle sue precedenti versioni era riuscito a conquistare il pubblico più appassionato. Certo, i titoli delle competizioni esistenti come MotoGP, Supercross o MXGP rimarranno i giochi di punta dell’azienda, ma con Ride, Milestone, ha raggiunto una profondità di conoscenza, caratterizzazione, personalizzazione dell’esperienza di gioco mai conquistata prima. Mi sono sentito davvero campione del mondo.