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Paolo Maldini: «Questi nove anni di pausa me li hanno fatti pagare tutti»

Intervista esclusiva al dirigente ed ex bandiera del Milan, uomo del giorno dopo la proposta dell'amministratore delegato Gazidis di affidargli l'area tecnica rossonera. Una lunga chiacchierata sui motivi del suo ritorno in scena, il calcio oggi e (un po') anche il suo domani

Paolo Maldini ha 50 anni. Ha giocato oltre 600 partite nel Milan e si è ritirato nel 2009

Foto fi Marco Canoniero/LightRocket via Getty Images

«È la fine di un anno di tensione, ma sapevo che sarebbe stato così. Quindi ora sono tranquillo». Non è possibile stabilire se Paolo Maldini dica il vero fino in fondo. La sua espressione serena, per parafrasare (parecchio) un famoso aforisma di Sergio Leone su Clint Eastwood, assomiglia molto a quella preoccupata. E a qualunque altra. Scalfirlo non è affatto semplice. «Chi sa cosa farò da grande», dice, ridendo e respingendo con disinvoltura il nostro secondo assalto – ben poco convinto – per estorcergli qualche risposta sul suo futuro in rossonero.

La scorsa estate, a dieci anni dal suo ritiro dal calcio giocato e all’indomani del cambio societario, Maldini veniva nominato direttore sviluppo strategico dell’area sport del Milan, club a cui aveva consacrato tutta la sua carriera. La stagione è stata caratterizzata da luci e ombre, a conti fatti più le prime delle seconde (per chi scrive). Eppure nelle scorse ore sono arrivate le dimissioni dell’allenatore Rino Gattuso, poi quelle di Leonardo, ex DG milanista, con cui l’ex capitano ha lavorato in coppia tutto l’anno.

Per molti l’addio di Maldini era questione di giorni. Invece, nuovo colpo di scena, questa mattina sulla Gazzetta dello Sport l’amministratore delegato Ivan Gazidis gli ha proposto l’affidamento dell’intera area tecnica, una promozione mica da poco. «Tra pochi giorni le cose saranno definite», spiega, dando un sorso parsimonioso al bicchiere d’acqua.

Siamo seduti nella stanza di uno showroom del centro di Milano, fuori i giornalisti cercano di capire come titolare le attendiste parole pronunciate poco prima. Poco prima Maldini aveva preso parte alla conferenza stampa in cui sono stati presentati i numeri di Dazn, la piattaforma di streaming sportivo che ha esordito in Italia quest’anno – con il botto: 2.600 eventi live trasmessi da agosto a oggi e 81 milioni di ore di contenuti visti in totale. La bandiera rossonera è ambassador del brand, un ruolo a cui – e questa volta niente speculazioni – non ha intenzione di rinunciare.

Quindi, com’è andata? Pentito di essere “tornato”?
Be’, diciamo che questi nove anni di pausa me li hanno fatti pagare tutti (ride). Sarà che io so affrontare il lavoro – e ne ho fatti solo due nella mia vita, prima il calciatore e ora il dirigente – solo così, ma devo dire che ho trovato questa esperienza molto impegnativa. Decisamente di più rispetto alla carriera da atleta. Quando giocavo, finiti gli allenamenti avevo tempo per stare con la mia famiglia. Il dirigente, invece, non stacca mai con la testa. E il telefono suona in ogni momento.

Non che giocarsi una finale di Champions o dei Mondiali, però, fosse meno stressante…
Certo, ma quella è una cosa “naturale”. Per chi è “nato calciatore”, come me, la vita da dirigente è molto più stressante. Anche perché questo è un lavoro di rapporti, che di per sé comportano una certa fatica, mentre prima dovevo solo pensare a giocare a calcio.

Una cosa bella e una insopportabile di questa prima stagione dietro una scrivania.
Be’, diciamo che stare in ufficio non è mai stato l’obiettivo della mia vita. Tornare a Milanello e partecipare alla vita della squadra, invece, è stato molto bello.

E con i tifosi come è andata?
Io credo che quello che uno ha fatto sul campo rimanga sempre, soprattutto in un posto in cui vige un forte senso di appartenenza come il Milan. E questo mi ha aiutato. Però il tifoso si aspetta sempre di tornare ai fasti di un tempo, è esigente per definizione. E poi non è che un buon calciatore sia automaticamente un buon dirigente.

Pensi di aver preso più fanculi da calciatore o da dirigente?
Da calciatore, quale che sia il risultato che tu hai ottenuto, un vaffanculo te lo prenderai sempre (ride). Diciamo che è un po’ nell’anima del tifoso, spero che questa cosa cambi.

Cosa hai fatto negli ultimi nove anni?
Qualcosa ho fatto (ride), anche se sono un tipo riservato. Solo che di questi tempi sembra che se non comunichi una cosa, non l’hai fatta. Mi sono interessato a tante cose, ho dedicato del tempo ai miei figli in un momento fondamentale della loro crescita, sono stato all’estero, ho viaggiato. Anche da calciatore la vita per me non è mai stata solo calcio, e questo sicuramente mi ha aiutato al momento in cui ho detto basta. Quello non è mai un passaggio semplice per un atleta, visto che ti trovi all’improvviso a dover gestire da te un’esistenza che era sempre stata gestita da altri.

Come hai vissuto senza i riflettori?
L’anonimato è sempre stata la mia ambizione (ride). Speravo che a un certo punto la fama calasse e io potessi vivere una vita pienamente “normale”. Andare a Roma a farmi una vacanzina con i miei. Per chi ha fatto per anni una vita come la mia, anche solo andare a bere un caffè con un amico è qualcosa di nuovo e piacevole. Per me questa tranquillità ha sempre rappresentato uno status a cui ambire. Invece, anche se rispetto a tanti colleghi sono riuscito a ritagliarmi degli spazi personali, queste cose non me le sono mai potute permettere. Tutta colpa di Italia 90 (ride).

In che senso?
Da allora la mia fama si è decuplicata. Anche se non c’erano ancora l’HD e le telecamere ovunque, come adesso, quelle partite furono seguite da tutti, in tutto il mondo. Da allora ho cominciato a fare le vacanze negli Stati Uniti…

E allora perché l’anno scorso hai deciso di “ricominciare”?
Forse perché erano passati nove anni, parecchi no?! (ride)

Perché hai deciso di collaborare con Dazn?
Quando mi hanno proposto la cosa, non l’avevo mai sentito nominare. Ma anche se ho 50 anni, mi piacciono le cose nuove. E sono un appassionato di tecnologia, sarà per via del fatto che ho un figlio di 22 e uno di 18 anni. Lui fa davvero impressione: allo stesso tempo guarda la tele, ascolta uno youtuber che gli parla dal tablet e smanetta sullo smartphone.

Come valuti la stagione d’esordio della piattaforma?
Io credo che questa sia prima di tutto un’occasione per l’Italia per sviluppare infrastrutture che altrove già hanno. La passione per il calcio degli italiani può portare a un’accelerazione in questo ambito, evitando i tempi biblici che troppo spesso ci caratterizzano. Il futuro è questa cosa qua, piaccia oppure no.

Non hai nostalgia del “tuo” calcio?
In generale non è il mio approccio alla vita. Una volta, però, quest’anno mi sono arrabbiato, perché a un’ora e mezza da una partita del Milan ho trovato quattro nostri giocatori che guardavano il Superclasico River-Boca sul telefono. Su Dazn, per altro (ride). Non bisogna farsi “invadere” dalla tecnologia.

Oggi lo stadio non è più il centro di gravità del pallone, i diritti tv comandano su tutto o quasi. Pensi sia un’evoluzione o un’involuzione?
Penso che sia un processo irreversibile, che va accompagnato. Penso che un club con 120 anni di storia come il Milan debba guardare al futuro, ma avere sempre delle spie accese che ti ricordano da dove si viene. Come in Inghilterra, dove hanno stadi ultra-moderni e che allo stesso tempo vibrano di tradizione.

Cosa ti piace del calcio italiano oggi, e cosa proprio no?

Parto da quello che non mi piace: gli stadi sono vecchi e vanno adeguati, perché fruire un match in una struttura degli anni ’50 o degli anni 2000 è completamente diverso. Invece mi sono piaciute alcune cose che ho visto in campo, il coraggio nel gioco che hanno dimostrato club “minori” come l’Empoli in questo finale di stagione. Non è un caso se oggi le nostre nazionali giovanili sono finalmente competitive.

San Siro è perfetto così?
San Siro è perfetto per chi ci gioca, il pubblico lì a due passi dà qualcosa di unico. Per chi guarda, invece, servirebbe un’esperienza migliore, ma questo si fa solo con uno stadio di proprietà.

Giochista o risultatista?
Un dibattito sentito tante volte, da Boniperti in poi. Diciamo che tutti si ricordano delle vittorie, ma chi riesce ad ottenerle tramite il bel gioco raggiunge un livello superiore. Ma sono esperienze che si contano sulle dita di una mano nella storia dello sport.

Nell’ultimo mese continuo a trovare online celebrazioni di anniversari di titoli (o sconfitte, ma solo nel caso di Istanbul) dei tuoi Milan. Tu hai i cerchietti rossi sull’agenda?
Maggio è sempre così. Ma non è che oggi abbiamo più memoria di un tempo, solo che ci sono i social a ricordarci le cose. Ci squilla il telefono e leggiamo “oggi sono 30 anni da Milan-Steaua”. Meno male, sulle date ho sempre fatto un po’ fatica.

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