Nuova Scuola Italia: Riccardo Saponara e Alessio Romagnoli

Abbiamo parlato con due giovani calciatori, dell'Empoli e del Milan, che stanno scrivendo il futuro del calcio italiano
Riccardo Saponara e Alessio Romagnoli. Foto di Niccolò Parsenziani. Abiti Nike Sportwear

Riccardo Saponara e Alessio Romagnoli. Foto di Niccolò Parsenziani. Abiti Nike Sportwear


Dopo la sbornia di Germania 2006, esattamente dieci anni fa, il calcio italiano si è trovato risucchiato in un vuoto cosmico. Una crisi economica che ha tagliato le gambe, ma ancora di più una crisi di talenti che nessuno si sarebbe mai aspettato. I poster appesi in camera sono ancora quelli di chi è andato a Berlino e non c’è più stato nessuna formazione ricordata a memoria come Buffon-Zambrotta-Cannavaro-Materazzi-Grosso. E i risultati hanno parlato da soli (non li ricordiamo qui, nessuno di noi ha voglia di ricordarseli). Ma c’è una luce in fondo al tunnel, a quanto pare. La Serie A si sta ripopolando di facce e di nomi che sembrano disegnare una nuova speranza. Ne abbiamo presi due, Alessio Romagnoli e Riccardo Saponara, che con le maglie del Milan e dell’Empoli si stanno togliendo parecchie soddisfazioni, pur essendo diversissimi tra di loro. E ci siamo seduti con loro un pomeriggio, per farci spiegare cosa vuol dire giocare a calcio oggi, come è meglio muoversi tra provincia, big e estero. E se il movimento italiano ha qualche possibilità di riprendersi. Magari proprio grazie a loro.

I PRIMI CALCI
Tutt’e due i ragazzi sono figli degli anni ’90, del 1991 Saponara e del 1995 Romagnoli. Vuol dire che nell’anno dell’infamia e della lode del calcio italiano (il 2006, ed è inutile dire perché infamia e perché lode) avevano 15 e 11 anni. E proprio a 15 anni, Saponara ha deciso di mettersi a giocare a calcio, o almeno di provare a fare sul serio. «Sono stato catapultato nel professionismo, con il Ravenna, prendendo l’ultimo treno disponibile. Fino a qualche anno prima mi dividevo tra calcio e basket. D’istinto mi sono buttato sul primo, quando se ne è presentata la possibilità», racconta Saponara. «Non avevo la minima idea di poter diventare qualcuno, di fare di questo il mio lavoro».
A 11 anni, invece, Alessio Romagnoli aveva già i colori giallorossi dipinti addosso, quelli che l’hanno accompagnato prima del passaggio milionario in casa Milan di quest’estate. Era un predestinato, per un motivo preciso. «Spaccavo a pallonate tutto quello che trovavo a casa, a 3 anni mio padre mi ha detto: “Vabbè, questo vorrà giocare a calcio”, e mi ha portato al San Giacomo Nettuno, squadra di una parrocchia della mia città, Nettuno appunto. A 9 anni, durante una partita, mi ha visto Ivano Stefanelli, che con Bruno Conti dirige il settore giovanile della Roma. E mi ha portato in città».

PROVINCIA, CITTÀ, ED ESTERO
Sono due mondi e due avventure diversi, quelli di Romagnoli e Saponara. Opposti, praticamente. Il primo è stato adottato dalla Roma subito, in una grandissima società. L’altro si è ambientato benissimo in provincia. «Eravamo in tantissimi alla Roma, siamo cresciuti tutti insieme. Poi, come succede sempre, qualcuno è arrivato, qualcun altro no», dice il difensore del Milan. Ed è proprio quello che racconta Saponara, dalla parte opposta. «Penso che in Italia ci siano squadre che per loro natura debbano investire in modo minuzioso e fare scelte mirate. Magari puntando tutto su un giocatore, come l’Empoli ha fatto con me. Quando vai in squadre più grandi ci sono più soldi, quindi il margine di errore può essere più alto. Se non cresci tu, puoi essere rimpiazzato con un altro».

Saranno questioni di budget, di disponibilità o di idee. Ma se nelle grandi realtà sei uno tra tanti, che ce la può fare o no, in provincia sei l’uno. Nel senso che ci sei tu e basta. «Ho fatto anche un provino per l’Inter, che è andato bene», continua il centrocampista, «ma ho preferito Empoli: per un ragazzo come me era una realtà molto più adatta». Ma è anche vero che le società più grandi hanno qualcosa in più da offrire, ovviamente. «Crescendo in una realtà così devi essere bravo ad assorbire il più possibile, perché ti danno tanto, hai tantissime possibilità che devi saper cogliere», dice Romagnoli. E quella tendenza che tutti gli italiani giovani e forti sembravano seguire qualche anno fa, cioè scappare all’estero, vale ancora? «Non so se lo facessero per soldi o per quale altra motivazione», risponde il difensore del Milan, «ma andare fuori dall’Italia, a 14, 15 anni, da solo… Non porta niente di positivo a un calciatore, dal mio punto di vista».

L’ITALIA, ADESSO
E ora? Romagnoli e Saponara potrebbero anche ammettere che sentono il peso delle responsabilità. Quando si pensa a chi salverà il calcio in Italia, sono loro i nomi che escono più spesso. Si continua a dire: “Le big investono sui giovani”, “Ci sono più italiani adesso in Serie A”, tutti i giornali sportivi strillano la ripresa del calcio tricolore. Ma è così davvero?
«Secondo me ci stiamo riprendendo alla grande», dice Romagnoli, «la nazionale maggiore è fortissima in questo momento. Ci sono tanti campioni affermati e tanti giovani. È vero, le società ci stanno credendo di più, anche quelle di prima fascia. Penso, oltre a noi due, a Bernardeschi, Cataldi, Benassi… Siamo tutti ragazzi che stanno sfruttando al meglio le occasioni che ci vengono date».
Vero, anche a livello di club le cose vanno meglio. «Il livello è salito, sicuramente, anche il fatto che la Juve sia arrivata in finale di Champions League è un attestato di crescita», commenta il centrocampista dell’Empoli. «Il campionato si sta livellando con quelli europei, anche se, rispetto a noi, sono lontani economicamente».

È normale che in un momento di crisi come questo si spingano di più i talenti locali

«Le società sono migliorate tanto», prosegue Romagnoli. «Rispetto a prima ci sono molti più italiani in campo, anche nelle giovanili si può vedere che le cose stanno cambiando». E soprattutto, cambiano a livello alto. «Prima i giovani trovavano spazio solo nelle squadre minori», dice Saponara. «Perché le società più importanti mettevano in campo dei ventenni che magari erano già delle superstar. Tutti stanno cercando di sopperire all’errore. Probabilmente anche per esigenze economiche». La logica non fa una piega. Più soldi, qualche anno fa, significava avere più star mondiali. E quindi meno spazio a disposizione per i talenti locali. «C’è un po’ meno budget», conferma Saponara, «e ovviamente i giovani italiani hanno dei costi minori. È normale che in un momento di crisi come questo si spingano di più i talenti locali». Sommando tutti i fattori, la conclusione è una sola, ed è super ottimista: ci stiamo risollevando. Il sistema è partito, e non si parla solo di italiani. «Tanti campioni arrivano, piuttosto che scappare subito», conclude Romagnoli. Dita incrociate per il doppio appuntamento Europei-Olimpiadi della prossima estate. Che sia davvero l’inizio di un nuovo ciclo?