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Non è un’Olimpiade per donne

Quando va bene, si raccontano più dettagli del tuo sedere che della tua performance, quando va male i meriti se li prende tuo marito. Perché deve essere sempre così difficile parlare delle atlete?
Guendalina Sartori, una delle arciere della squadra italiana alle Olimpiadi di Rio 2016. Foto: Coni

Guendalina Sartori, una delle arciere della squadra italiana alle Olimpiadi di Rio 2016. Foto: Coni

Ogni quattro anni il mondo inizia a occuparsi di sport che non ha mai seguito senza per questo sentirsi in obbligo di mantenere un profilo basso. Per il popolo che ha reso un’arte l’essere “tutti allenatori”, lo sforzo per passare da esperti di calcio a conoscitori del nuoto, della scherma o della ginnastica ritmica è minimo, la soddisfazione è alta, e si fa anche l’opera pia di dare un po’ di attenzione a sport che per i successivi quattro anni tornano relegati nei palazzetti e nelle ultime pagine dei quotidiani sportivi. Ora però tocca parlarne, ed è agosto, fa caldo, un redattore vorrebbe anche fare delle ferie, e invece deve scrivere di tiro con l’arco. Ma cosa ne sa di tiro con l’arco? Niente. È un problema? Macché, qualcosa da dire la si trova sempre. Infatti:

Un inutile e infantile commento sull’aspetto fisico di Guendalina Sartori, Claudia Mandia e Lucilla Boari non solo finisce in un articolo, ma entra nelle 54 battute disponibili per il titolo, perché a quanto pare non c’erano altre informazioni abbastanza rilevanti se non un giudizio sul loro corpo, aspetto che tra l’altro non è di nessuna influenza sulla loro performance (in una gara estremamente avvincente). Non è bastato arrivare alle Olimpiadi, essere armate e avere un’ottima mira per risparmiarsi il commento stupido. Il caso è stato criticato sui social, e l’editore di Quotidiano Sportivo ha licenziato il direttore Giuseppe Tassi.

Altrettanto inutile e più che infantile direi ormonale il titolo di Libero per l’articolo dedicato alla schermitrice Rossella Flamingo e all’argento conquistato nella spada individuale, in cui le viene conferita anche una medaglia d’oro immaginaria per il suo aspetto in bikini, con annessa figura retorica per il suo sedere.

Dopo l’agitazione seguita al primo titolo e il carico aggiunto dal secondo, alcune persone hanno condiviso una gallery di Cosmopolitan che con entusiasmo celebra i “pacchi regalo” (cit.) dei nuotatori alle Olimpiadi, urlando EH PERÒ! e accusando altrettanto sessismo. È alla stregua della gallery in costume di Flamingo, vero, ma ha un’attenuante non da poco: Cosmopolitan è rivista femminile che da sempre tratta in modo frivolo la bellezza di atleti/calciatori e che non ha nessuna volontà di fare giornalismo sportivo, niente a che vedere con Quotidiano Sportivo, che ha la linea editoriale nel nome, e con il quotidiano Libero, anche se la linea editoriale di Libero è un bosco cupo in cui non bisogna addentrarsi soli. E per ogni gallery sui pacchi corrispondono articoli su articoli dedicati alle imprese degli atleti uomini, mentre lo storytelling sulle atlete è minimo anche in occasione delle Olimpiadi, l’unico momento in cui le sportive hanno il loro momento sotto i riflettori – durante l’anno sono all’ombra dell’ombra già gettata sulle discipline diverse dal calcio. In questo senso, ha fatto più un programma come Ginnaste su MTV di tutti i quotidiani sportivi messi insieme.

Aspetto positivo (più o meno) della faccenda? Non è un problema solo italiano.

Dopo il nuovo record mondiale stabilito dalla nuotatrice Katinka Hosszu, il commentatore del canale americano NBC, sull’inquadratura dell’allenatore e marito della nuotatrice, ha detto: «Ed ecco l’uomo responsabile per aver trasformato la moglie in una nuotatrice completamente nuova» (Dan Hicks si è scusato per la frase, dicendo che era un modo per riassumere la storia della nuotatrice con il nuovo allenatore). Il Chicago Tribune in un tweet ha omesso il nome di Corey Cogdell-Unrein, vincitrice della medaglia di bronzo per il tiro a segno, sostituendolo con “moglie di un lineman dei Bears”, sottolineando la relazione più volte nell’articolo. Ma ci sono anche commenti altrettanto gratuiti e svilenti verso le atlete, ad esempio le componenti della squadra di ginnastica artistica americana descritte da un commentatore “potrebbero stare in un centro commerciale”, un caso che potrebbe finire nello studio pubblicato sul Cambridge University Press riguardo il cambiamento di linguaggio tra il commento degli sport maschili e femminili.

Ogni atleta uomo ha la sua competizione da vincere e i suoi meriti e demeriti (pensate a Schwazer: suoi erano i successi, sue le colpe dopo lo scandalo doping), per le atlete la questione sembra farsi più nebulosa: quando ci sono successi, ci sono un allenatore, un fidanzato, un marito da interpellare. Un’atleta spesso non viene trattata come un individuo, ma come una squadra in cui i meriti sono di tanti, anche se nella vasca o sulla pista sono completamente sole. È altrettanto sbagliato pensare agli sportivi come a divinità perfette che senza allenamento e l’influenza di altre persone arrivino a quei risultati, ma alle atlete non è lasciata la libertà di decidere a chi dare il merito della loro performance – è dato in automatico ad altri. E non è una condizione solo delle sportive: qualsiasi donna ha vissuto almeno una situazione lavorativa o privata in cui il merito è stato diluito o annullato – va dato alla squadra, anche quando inesistente, a un supporto famigliare che ti permette di lavorare (madri lavoratrici, make some noise), o magari, come è successo una volta a me, all’“aria”, «perché è lì che stanno le idee, non sono di chi le ha». Certo, succede anche agli uomini, neanche la più veterofemminista pensa che siate così tanto meno sfigati delle donne, diciamo solo che è un po’ più sistematica la faccenda.

Gli esempi virtuosi di racconto delle atlete esistono, ultimo caso il bellissimo articolo interattivo del New York Times sulla ginnasta americana Simone Biles, in cui si descrivono le sue capacità, il programma che ha portato alle Olimpiadi, le caratteristiche che le permettono di raggiungere quegli strabilianti risultati, il lavoro con l’allenatrice e come è riuscita negli anni a evolversi come atleta – senza indugiare sulla vita privata o su altre amenità che poco hanno a che vedere con lo sport. Non sarebbe male se l’uscita di questi articoli fosse più ravvicinata di un’elezione amministrativa.

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