Ora le cose sono cambiate. E abbiamo bisogno di Mario Balotelli

L'attaccante, che da sempre tira fuori il peggior razzismo degli italiani, torna a invocare lo Ius Soli e si becca gli sfottò del ministro degli Interni. Sarà anche un calciatore bizzoso e un po' ignorante, ma oggi la sua è una voce fuori dal coro. E molto preziosa

Lui è quello della maglia dell’Inter gettata a terra – irriconoscente -, quello delle risse e delle espulsioni – violento -, delle sigarette in discoteca – poco professionale -, delle freccette lanciate contro i giovani compagni – ingestibile -, e delle frequentazioni pericolose – gli “amici” di Scampia, ma anche Pio & Amedeo. Che un tipo così – aggiungeteci pure un po’ di immancabile “lombrosismo” nel commentare la pinna caudale che ha sulla testa – diventi un maître à penser dice molto dei nostri tempi. Tempi grami, forse, ma sono quelli in cui ci è dato esistere. E commentare.

Le ultime parole del fu Turbo Mario sono di questa mattina, e ancora una volta il Balotelli “politico” fa discutere ancora di più di quello calcistico (già di per sé particolarmente “divisivo”). “Io sono nato in Italia, ho vissuto in Italia, avevo studiato in Italia e il fatto di non esser considerato italiano fino a 18 anni ha rappresentato la parte peggiore della mia vita. E in questo senso la legge italiana dovrebbe fare qualcosa”, ha detto l’attaccante, nelle ultime due stagioni al Nizza.

Parole che fanno seguito a quelle pronunciate dopo la comparsa dello striscione “Il mio capitano è di sangue italiano”, durante il match contro l’Arabia Saudita – “Siamo nel 2018 ragazzi basta! Svegliatevi!”, ha postato su Instagram -, e riguardo all’ipotesi che fosse nominato capitano contro l’Olanda: “Sarebbe un bel segnale per gli immigrati africani rappresentare il mio Paese da originario africano e capitano”.

La fascia, poi, non è finita al suo braccio, vanificando la possibilità di affiancare a Sara Gama – volto simbolo della Juventus e della nazionale femminile, di padre congolese e madre triestina – un altro capitano di sangue africano in azzurro. Che si tratti di figli di immigrati – le cosiddette seconde generazioni -, figli di coppie miste oppure altro farebbe una bella differenza, in teoria, ma di questi tempi andare per il sottile non è una grande idea. Soprattutto quando si parla di simboli.

Su una cosa Balotelli si è chiamato fuori. “Il nuovo governo? Non sono ancora un politico, quando lo sarò risponderò”, ha detto. Ci mancherebbe altro, visto che nemmeno i politici “di professione” vorrebbero più esserlo. Le regole del gioco sono cambiate da tempo, e persino scrivere queste due righe appare fuori dai tempi. Per altro, nella palingenesi della politica e della sua comunicazione, l’Italia ha avuto un ruolo pionieristico, con la figura di Silvio Berlusconi. Poi sono arrivati i Trump, i Farage, e, su scala locale, gli ex GF nelle stanze dei bottoni e Barbara D’Urso al posto di Enzo Biagi.

Che Balotelli – e non Cirino Pomicino – parli di politica, dunque, è perfettamente normale, perché la “scienza” è stata resa alla portata di tutti. Basta avere un po’ di spirito guerriero – e voglia di prendersi degli insulti – e puoi dire la tua. E va bene così. In Italia non sono rimasti in tanti a farlo: a differenza di altre latitudini persino i rapper rimangono molto cauti su certe questioni. A Balotelli, che ama sentirsi un po’ Django e detesta i servi Stephen, la voglia di lottare su ogni terreno non è mai mancata. Che la esprima a modo suo dovrebbe essere un Plus, in un’epoca in cui chiunque osi infilare due congiuntivi in fila diventa radical chic e buonista. E invece no, l’attivismo di Balotelli non può essere tollerato.

A Un giorno da pecora Maurizio Gasparri ha detto che la sola idea di consegnare la fascia all’ex Man City sarebbe stata un atto di razzismo al contrario, perché avrebbe significato premiare le sue origini, a dispetto di italiani con meriti sportivi maggiori. Che Balotelli abbia buttato nel cesso potenzialità enormi non c’è dubbio, che abbia fatto delle cazzate nemmeno, ma che la cosa debba interessare a un politico rimane l’aspetto più difficile da comprendere. Eppure qui siamo. E il peccato originale di mister “Why Always Me?” è sempre e solo uno, che si faccia finta di buttarla in altri campi (dalla svogliatezza in campo allo stile poco consono) fa persino un po’ pena. Quelli come Balotelli tirano da sempre fuori il peggio degli italiani.

Ora a “nobilitare” il Balotelli editorialista politico ci si è messo anche il suo “nemico numero uno” storico, Matteo Salvini. “Lo Ius Soli non è una priorità né mia, né degli italiani. Buon lavoro, e divertiti dietro al pallone”. Come si evince, il linguaggio dell’inquilino del Viminale non è molto più sofisticato di quello di un 60/100 alla maturità privata. E a nessuno pare insolito.

Oggi temi come quello posto da Balotelli sono minoranza nel Paese, il voto lo ha dimostrato fin troppo chiaramente e il governo ne è la conseguenza istituzionale. Un tempo quelli che sostenevano il contrario – chi aveva il “coraggio” di dichiararsi contro l’accoglienza e l’integrazione -, potevano dirsi controcorrente, nemici del politicamente corretto imperante. Oggi sono la maggioranza, dettano i temi in agenda e il vocabolario. Avremo sempre più bisogno di voci fuori dal coro, e tra tanti novelli afoni meno male che c’è Mario Balotelli. Sì, quello con la cresta.

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