Nba, il nostro viaggio verso i playoff

Siamo stati un mese negli Stati Uniti, tra le arene e i campioni che da stasera si sfideranno nel post season, da LeBron James a Marco Belinelli.

Per iniziare questo viaggio è bene partire da un numero: 330. Lo vedo tatuato sull’avambraccio dell’uomo che mi sta di fronte, sorridente: si chiama LeBron James, vincitore di tre titoli Nba. Poche ore prima ero nella palestra in cui lui ha iniziato a giocare, a Akron, città dell’Ohio che per prefisso, guarda caso, ha due volte il 3 e uno 0. Ora siamo a Cleveland, non distante, dove LeBron ha iniziato la sua carriera Nba 15 anni fa, e dove l’ha resa ancora più leggendaria riportando a casa un titolo che mancava da… sempre.

Damn!?!, stavo parlando con uno degli sportivi più importanti della storia, non voglio incagliarmi nel classico dibattito “who’s the better?”, intendo solo dire: LeBron è LeBron, è nell’Olimpo dello sport, puntoebbasta. LeBron lo avevo già visto dal vivo qualche anno prima, ricordo che lo guardavo allibito dalla sua struttura fisica e soprattutto dal fatto che era li – davanti a decine di “cronisti” e addetti ai lavori che non gli toglievano gli occhi di dosso – a prepararsi tranquillamente per la partita in programma.

Cinque anni dopo ho ritrovato LeBron negli spogliatori dei Cavs, e questa volta mi è parso diverso, più tranquillo, più adulto, magari aveva solo i cazzi suoi. Negli spogliatoi dell’arena di Cleveland le persone erano poche, nessuna ressa di giornalisti e televisioni, così mentre stavo proprio parlando con il suo vicino di armadietto Josè Calderon, molto probabilmente l’unico europeo presente insieme a me nella stanza, ‘Bron si è materializzato iniziando a prepararsi per la partita, la stessa routine di sempre, stavolta non ci sono le casse che pompano J. Cole, come l’altra volta che l’ho incontrato, e lui è meno lontano, anzi stavolta è al mio fianco, maestoso, concentrato ma gentile e sorridente. Come sempre, anche se la stagione dei suoi Cavs è stata sull’ottovolante e la regular season è terminata con un non trascendentale quarto posto a Est, per la vittoria finale bisognerà fare i conti con lui.

Ai playoff ci saranno, e ormai non fa notizia da un pezzo, i New York Knicks. La città più famosa d’America e il basket continuano il loro rapporto conflittuale. Vivere l’esperienza di una gara al Madison Square Garden dal vivo, però, è qualcosa di unico. “The most famous arena” ha un’atmosfera unica, con l’immancabile hip hop a palla. Anche gli odori sembrano non essere gi stessi di altri posti: è un tempio in cui tutti giocano con onore. A volte anche la derelitta squadra di casa riesce a fare qualcosa di buono, per fortuna io vedo i derelitti Knicks sfidare una delle pretendenti al titolo di campione, i Boston Celtics.

Ai biancoverdi nei play off mancherà la star Kyrie Irving, ma ad Est sono temuti al pari dei Toronto Raptors, primi in stagione regolare che affronteranno gli Washington Wizards, i quali hanno conquistato l’ultima delle otto caselle disponibili della griglia nella parte atlantica del tabellone. Gli Wizards hanno una buona squadra, con un buon sistema, e sono abituati a competere nei play off, che sono un altro mondo, in termini di energia, intensità, drama, tensione rispetto alla stagione regolare.

Un loro punto di forza è la Capitol One Arena, situata a poche centania di metri dalla Casa Bianca e a pochi passi dal quartiere genereale dell’FBI. La Wizards House è un catino bollente, con gi spalti vicini al campo e una capacità del pubblico di capire il gioco che ti dice che il basket è di casa. Non a caso a pochi chilometri da qui è nata una stella come Kevin Durant, e oltre Downtown, oltre Dupont Circle, c’è l’Università di Georgetown, dove ha calcato il parquet uno dei più incredibili giocatori della storia, Allen Iverson.

Quest’anno i playoff a Est sono tutti da godere, di livello e equilibrati, dopo alcuni anni in cui il livellamento verso il basso delle squadre aveva praticamente creato una voragine con le iper competitive corazzate dell’ovest. Quest’anno no, nella stagione con più spettatori degli ultimi anni, che ha visto l’esplosione social (+400% di followers) e global della Lega, ad est abbiamo visto unirsi alla forza di Boston e Toronto, una delle squadre che ho seguito (3 volte) da vicino in queste settimane e che ha fortemente contribuito alla reinassance della east coast: i Philadelphia 76rs.

Un team storico, che, dopo anni di sventure, ha iniziato un processo (da qui il motto “Trust The Process“) fondato principalmente sulle “young guns” Joel Embiid e Ben Simmons. Il primo è un simpatico ragazzo del Senegal, è giovanissimo, è decisamente uno dei volti più catchy della Lega e – lo puoi vedere da pochi passi come sul suo super attivo profilo Instagram – una persona molto divertente, uno che a un ora dall’inizio della partita mangia hamburger mentre seduto sul lettino posto a bordo campo studia sul laptop le mosse degli avversari. In campo è dominante e con margini di miglioramento, al pari del rookie Ben Simmons, un vero talento, una forza della natura, una delle punte di diamante della nuova generazione, che rappresenterà l’NBA negli anni a venire.

Incontro Ben negli spogliatoi riservati agli ospiti della Capitol One Arena, mentre è intento a sistemare il suo armadietto. Parla volentieri del nuovo compagno di squadra, uno che i lettori di Rolling Stone conoscono molto bene: Marco Belinelli: «Marco è un grande giocatore, è uno che sa creare spazio e che sa come si giocano partite di alto livello come quelle che ci aspettano nei playoff. Ma soprattutto è un grandissimo tiratore e un uomo squadra». Un’investitura confermata dal campo: nelle ultime giornate Marco è stato decisivo e ha segnato quasi 20 punti di media, con una percentuale altissima di realizzazioni.

Pochi giorni dopo ho incontrato di nuovo i 76rs a Cleveland e Marco, poco prima di scendere in campo in una delle prime apparizioni con la nuova maglia, mi ha raccontato dell’importanza della gestione mentale e fisica per rimanere ad alti livelli.Questa la sua routine quotidiana: «Sveglia verso le 8.30 del mattino, colazione, vado in palestra, a pranzo sto leggero con un piatto di pasta in bianco, olio e parmigiano. Un riposino e arrivo all’arena verso le 17, un po’ di stretching e lavoro per le caviglie e poi via in campo per il riscaldamento. Programmare ed essere costanti è fondamentale, sembra una cazzata ma è dura tenere certi ritmi e buone abitudini soprattutto durante i playoff».

Marco, oramai veterano NBA, sa quanto contino anche altri aspetti, tra cui le strutture e i palazzetti: «Io ho giocato in 9 squadre NBA, ho visto uno po’ tutti gli ambienti in questi 11 anni e devo dire che Toronto è il posto più bello per giocare: il pubblico è caldissimo, come in nessun altro posto. Anche qui a Cleveland è una bella bolgia e questa Arena è davvero accogliente».

In effeti il palazzetto di Cleveland è un gioiello di innovazione, con tanto di “camere” per permettere ai non vedenti e non udenti di seguire la partita, un “jumbotron” (il tabellone segnapunti), che è forse il più grande del circolo NBA, un pubblico misto nei “colori” e nelle capacità economiche, lontano da quello di New York, molto più simile a quello di Philadelphia o di Washington, davvero interessato alla partita e capace di scaldarsi, senza crogiolarsi nell’atmosfera “entertainment” della maggior parte delle partite NBA. Con una venerazione – come è ovvio che sia – per Re James.

Per concludere viene inevitabile tornare a lui e alla sua squadra: per tanti i Cavs rimangono i favoriti ad est e torneranno in finale per l’ennesima sfida contro i Golden State Warriors. Anche se non sarà semplice. Cleveland se la vedrà al primo turno – in un “classico” NBA – contro gli Indiana Pacers e punterà dritto alla finalissima. Se ci dovesse riuscire, per James sarebbe l’ottava finale consecutiva, record difficilmente eguagliabile, che è parte di un percorso di prestazioni incredibili maturate in questi anni: pochi giorni prima di averlo incontrato nella locker room aveva superato il muro – unico nella storia – dei 30000 punti, 8000 rimbalzi e 8000 assist. «Tanti di questi record li scopro grazie ai media, ma sono belle soddisfazioni, ed è un bel riconoscimento essere menzionato insieme ad altri grandi leggende come Michael Jordan. Visto il punto in cui sono della mia carriera, mi interessa solo continuare a giocare a questi livelli ancora per tanto». Un avviso a tutte le future pretendenti al titolo di Campione NBA.