La Serie A non doveva fermarsi per Astori

Quello che è successo domenica è l'ennesima conferma che il calcio è un mondo per cui valgono sempre regole a parte.

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Davide Astori l’ho conosciuto. Giocava nella Cremonese, inizio 2008, ero a Cremona per seguire un’inchiesta e di lui se ne diceva già un gran bene. Lo volevano in A e da free-lance – un eufemismo che usiamo in Italia per definire i precari sfruttati e mal pagati -, vedendolo al bar parlare di calcio come (e con) un tifoso qualsiasi, gli chiesi un’intervista. Giovane, bello, in rampa di lancio, pensai che potesse essere ottimo da “vendere”. Finí che parlammo un’ora e lo accompagnai al campo. Mentre si allenava mi colpiva il suo sorriso: quello nostro, di quando giochiamo a pallone. Faceva gruppo, ma soprattutto si divertiva e giocava. Nel senso bambino del termine. Da qualche parte ho ancora la sua maglia d’allenamento. Uno d’altri tempi Davide, uno alla Scirea a quanto sento dai miei amici fiorentini: amava e viveva la città con la discrezione e la passione degli uomini veri. Voglio sia chiara la mia stima per l’uomo e il dolore per la perdita. Perché ora affermeró qualcosa che ai militanti dell’indignazione in servizio permanente effettivo farà accapponare la pelle.

Il campionato di calcio non andava fermato.

E conferma quanto sia ipocrita questo mondo per cui valgono sempre regole a parte. Non tireró fuori l’arma retorica dell'”avrebbe preferito così”, anche se tutti i campioni, gli artisti, gli intrattenitori preferirebbero che la loro memoria fosse celebrata dalla propria passione, dal massimo dell’impegni dei compagni e dalla bellezza di ciò che hanno sempre amato. No, il campionato non si doveva fermare perché continuiamo a trattare il pallone come un cortile in cui non valgono leggi e regole che vigono altrove.

In una fabbrica in cui muore un operaio, nel sonno o peggio per una morte bianca, ci si ferma? Andate a controllare, forse avviene per un’ora, più spesso per un minuto. E non avete neanche idea di quanto sia devastante per dei compagni di lavoro, di quelli in cui ci si sporca le mani, perdere uno della propria squadra. Eppure loro non stanno due ore spalla a spalla, tra esercizi fisici e partitelle. Ci stanno otto ore, più straordinari non pagati. Non si doveva fermare il calcio professionistico perché uno come Astori non avrebbe mai voluto che migliaia di tifosi perdessero denaro e giornate per ricordarlo. Tante curve avevano preparato striscioni per lui e noi siamo sicuri che li avrebbe preferiti sventolanti in stadi pieni.

Non si doveva fermare il calcio perché a pagare saranno i giocatori. Le 7 partite verranno recuperate a inizio aprile, con un turno infrasettimanale. Se parlate con molti cardiologi – lo abbiamo fatto – vi diranno che sì, quell’infarto era impossibile da prevedere, ma che allo stesso tempo i corpi umani sono macchine che vanno tutelate e mantenute. E che se in Spagna e in Italia succedono queste tragedie é anche perché i calendari ingolfati impediscono a questi sportivi, a questi agonisti di recuperare da fatiche, infortuni e affini con i tempi e i modi giusti. E noi che facciamo? Stressiamo ulteriormente molti colleghi del calciatore prematuramente scomparso. Ovvio.

Vero che alcuni di loro, che ci hanno giocato nelle squadre di club o in nazionale, hanno chiesto di non scendere in campo perché troppo sconvolti: ma vi risulta che in casi simili ci siano lavoratori di altri settori che possano incidere su queste decisioni? E che in caso si fermino, fanno sí che accada anche per tutti gli altri?

Non si doveva fermare il calcio, infine, perché altre volte non è accaduto. L’11 settembre non si fermò la Champions (lo fece poi, ma solo per il blocco aereo), l’aggressione mortale a Ciro Esposito non fece rinviare la finale di Coppa Italia. Perché allora, con cinismo, si capì che c’erano troppi soldi e l’impossibilità di recuperare il match dietro l’angolo. Una cosa sono Benevento-Verona e Torino-Crotone, altra una coppa europea (che infatti stasera non si prende un turno di riposo, pur potendo) o una finale. E il derby di Milano, ad oggi il meno interessante, troverà nella nuova collocazione un ottimo slot televisivo-commerciale: solitario, a maggio, molto monetizzabile.

Se fossimo tutti meno politicamente corretti, avremmo chiesto a questi milionari di destinare l’uno per cento dei loro ricavi per alimentare la ricerca sulle malattie cardiache, avremmo destinato gli incassi di tutti gli stadi per un fondo per Vittoria Astori e Francesca Fioretti, l’orfana e la vedova, e magari per riempire scuole e strutture sportive giovanili di macchinari e medici, al fine di monitorare meglio i nostri atleti fin da giovani. Avremmo infine chiesto a ognuno dei ragazzi che lo avevano conosciuto di raccontarlo, allo stadio, prima dall’inizio della partita. Per far capire a tutti che il calcio é solo un gioco e che la vita é altro.

E invece abbiamo fermato tutto per un giro e di Davide, del suo sorriso, del suo esempio rimarrà una maglia ritirata a Cagliari e Firenze, la numero 13, e un ricordo sbiadito. Al prossimo rigore discusso dimenticheremo un altro rigore, il suo.

Ma il calcio é questo, un circo. In cui non si è giocato per dimenticare. In cui si è voluto ricordare a tutti che le nostre regole lì non valgono. E perché sono e siamo degli ipocriti, così tanto che per sentirvi meglio preferirete insultarmi.
Davide, semplicemente, meritava di più.

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