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NBA, non basta LeBron contro Curry e la dinastia Warriors

King James gioca nonostante l'infortunio ma Golden State è a un altro livello mentre l'addio a Cleveland è sempre più probabile.

Foto via Facebook

30 Team, 1 Goal è il motto NBA. Il goal ovvero il titolo di Campioni, per il secondo anno consecutivo è andato ai Golden State Warriors che hanno battuto i Cleveland Cavaliers nella quarta edizione delle finali tra una delle squadre più forte di ogni epoca e il team del giocatore piu forte – ca va sans dire LeBron James – degli ultimi 20 anni. I Golden State Warriors si sono così assicurati lo status di “dinastia” NBA dopo aver vinto l’altra notte gara 4 delle finali schiacciando con un netto 4-0 gli avversari vincendo così il loro terzo titolo in quattro anni.

L’ultimo atto in finale tra le due rivali è stata in assoluto il più sbilanciato e ha sancito la grandezza della squadra di Ockland (che presto si trasferirà a San Francisco) e del loro modo unico di giocare: un basket stellare, guidato da almeno 4 se non 5 giocatori destinati alla Hall of Fame di cui uno, Kevin Durant è a tutti gli effetti il secondo miglior giocatore della Lega, nonchè MVP di queste Finals. Lo stesso KD spiega l’alchimia vincente di un team fantastico: “Fin dall’inizio volevamo qualcosa più grande di noi e poi penso che amiamo giocare insieme, ci piace condividere e scoprire cose nuove su un campo da basket”. Ma non dimenticatevi dell’altro maschio Alpha dei Warriors: Steph Curry; dopo aver ciccato in gara 3 (mentre Durantula ne metteva 43) nell’ultima partita ha segnato 37 punti con tiri spettacolari e sempre al limite, oramai il suo marchio di fabbrica.

Dall’altra parte i Cavs avevano la squadra più debole e la meno pronta a livello mentale e di “inteligenza” cestitica, sono stati letteralmente portati in finali da Lebron James autore di un mese – quello dei play-off – sovraumano sia a livello di numeri sia per la capacità di definire una partita da solo (come solo uno nella storia sapeva fare, MJ) lo ha fatto contro gli Indiana Pacers, lo ha ripetuto contro i Toronto Raptors, lo ha rifatto in finale di Conference East contro i Boston Celtics ma non ce l’ha fatta contro la minaccia che i Warriors possedevano: semplicemente un sacco di inteligenza e di potenza di fuoco in più.

James tra l’altro ha rivelato che ha giocato le ultime tre partite con un grave infortunio alla mano: rotta. Se l’è autoinflitta subito dopo l’incredibile sconfitta di gara 1, forse la sua più grande prestazione (51 punti) in una gara di Finale (ricordiamo che il King era alla sua ottava OTTAVA finale consecutiva) rovinata in pochi – tuttora incomprensibili – secondi da uno dei suoi fieri scudieri, JR Smith.

Finisce qui un’altra stagione NBA, forse una delle più belle degli ultimi anni, molto equilibrata e certamente spettacolare, con tanti nuovi team ad east e a ovest che si sono dati battaglia, con una squadra nettamente e meritatamente più forte delle altre e con un personaggio come LeBron nettamente più forte di tutti gli altri. Ma l’NBA state certi che non andrà in vacanza, proprio LeBron sarà il protagonista assoluto delle prossime settimane, perché è quasi certa la sua partenza da Cleveland, la sua terra e a cui ha regalato un titolo nel 2016 ma che evidentemente non può dargli la possibilità di competere contro la Dinastia dei Warriors; così come 8 anni fa si rese conto che i San Antonio Spurs e i Boston Celtics erano troppo forti e scelse di andare a vincere a Miami, quest’anno sembra palesarsi lo stesso scenario e così la telenovela è già iniziata e i fans di Philadelphia, Boston, San Antonio, Houston, Lakers e – udite udite Warriors – scalpitano irrequieti.

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