Marco Belinelli, cuore di mamma

Dopo una stagione NBA che lo ha consacrato, Belinelli è pronto a ripartire dal suo primo anello, cioè dagli Spurs.

Foto di Matteo Marchi


L’intervista a Marco Belinelli è stata realizzata prima della firma per i San Antonio Spurs.

«L’ultimo tattoo che ho fatto è sulla coscia, uno squalo che tiene in bocca un samurai». I signori del mare sono la sua grande passione – «assieme ai dinosauri: non vedo l’ora che esca Jurassic World» –, mentre il guerriero giapponese è «il simbolo di chi lotta fino all’ultimo respiro». È questa l’icona con cui Marco Belinelli ha mandato in archivio la sua undicesima stagione NBA.

La prima colata di inchiostro risale al 2014, in occasione del titolo con gli Spurs. Da quel momento ci ha preso gusto, e sul suo corpo sono sbucati un cappello piumato – in memoria del nonno Antonio –, la scritta “40017” – il Cap della sua San Giovanni in Persiceto –, le date di nascita dei genitori. Ora il leggendario soldato orientale, a celebrare la nuova traiettoria presa dalla sua impredicibile carriera. «Atlanta, dove ho iniziato la stagione, non è stata una mia scelta. Mi sono trovato bene, ma avevo bisogno di nuove emozioni. Ho scelto Philadelphia dopo i messaggi di Embiid, Simmons, mi hanno convinto con i loro “Trust the Process”».

Foto di Matteo Marchi

È il motto dei 76ers, che dopo anni difficili hanno messo assieme 52 vittorie e sono tornati ai playoff. «Sono rinato, ho ritrovato felicità e amore per il basket», racconta, mentre gesticola senza sosta. Ha chiuso l’esperienza in Pennsylvania con 13 punti di media e prestazioni di raro splendore. Il cammino si è fermato in semifinale di Conference contro Boston, nonostante un suo canestro pazzesco all’ultimo secondo, che ha mandato gara 3 all’overtime. «Appena ho lasciato andare la palla sapevo che sarebbe entrata, ma sapevo anche che era da due. Un giocatore ha le misure del campo in testa, certe cose le sa. Ho ricevuto un sacco di complimenti, Instagram è impazzito, ma non è servito a un cazzo. Abbiamo perso, e io ci sto ancora male». Per questo, a meno di 48 ore dall’eliminazione a opera dei Celtics, era già su un volo per l’Italia. «Altrimenti avrei continuato a pensarci, invece ho bisogno di ripartire».

A prenderlo in aeroporto c’erano la fidanzata Martina e i suoi. «Mamma ha già messo da parte la sua maglia: nella mia vecchia camera le tiene tutte in fila, una per squadra. Quando torno nello spogliatoio dopo le partite trovo sempre un suo WhatsApp con un cuoricino. 82 partite più playoff, e non manca mai. Da lei sono le 5 di mattina, non so come faccia. Se le guarda tutte, forse ha una specie di sveglia interiore».

Altrettanto fondamentali i suoi amici, anche se sono finiti i tempi del clan bolognese on the road. «Non siamo più sbarbi. Un tempo dormivamo in cinque in una stanza, facevamo i festini. Ora ognuno ha la sua vita, c’è chi lavora in Nike, chi alle onoranze funebri (ride, ndr), chi fa carrelli elevatori. Ci rifacciamo con le cazzate in chat». Per prima cosa, una volta atterrato, ha recuperato un po’ di arretrati. «A casa c’erano tagliatelle al prosciutto e al ragù, già pronte in tavola». La passione per il cibo non l’hai mai abbandonato, come dimostra la “deriva da food blogger” che hanno preso i suoi social. «Devo stare attento a quello che mangio, ma si vive una volta sola: non si può rinunciare a tutto».

Foto di Matteo Marchi

Quando sbarcò per la prima volta a Golden State esagerò con i cookies, e fece un casino. «Non sapevo cos’erano, dicevo “cazzo, buoni”. Ho messo su chili e sono stato multato». Il problema è che ora Internet lo marca stretto. «Sui social mi escono ogni due secondi foto di cotolette. Da bolognese in America mi mancano, come i tortellini. Du maron».

Difficile trovarli a Philadelphia. «La metto al livello di San Francisco e Chicago, tra i posti in cui ho vissuto. Sono stato tre volte alla scalinata di Rocky, mi gasava un sacco». Si alza in piedi e dà un occhiata fuori dalla finestra della nostra redazione, al quattordicesimo piano della Rolling Stone Tower. «Chiaro che l’America è un’altra cosa, le dimensioni sono diverse», ammette. «Anche se mica è tutta uguale. San Antonio è un posto tranquillo: se non hai una famiglia e non ti piace il rodeo, rischi di annoiarti. Io amo l’Italia, e Bologna. Tra Milano e Roma? La prima è tipo LA, la seconda più NY».

Marco Belinelli non è mai stato forte e richiesto come oggi, ma è bene cominciare a pensare al dopo. «Continuerò a viaggiare tra gli Stati Uniti e l’Emilia. Ho investimenti importanti a Miami, una città che mi fa impazzire». Fino alla rivelazione shock. «Bobo Vieri vive in un mio appartamento. Un inquilino perfetto, mai un problema». Il Cap di casa, però, rimane sempre lo stesso. «A San Giovanni vado in piazza, me ne sto tra la mia gente. Sto bene. Chi era l’abitante più famoso, prima di me? Non lo so, cercate su Wikipedia».

Foto di Matteo Marchi

Probabilmente Vito, comico freak passato da Moana Pozzi a Ligabue. Soprassediamo. Belinelli giocherella con il suo anello di metallo nero. Il suo primo canestro, in maglia Warriors, fu una tripla su assist del “barone” Davis. Riesce a immaginarsi l’ultimo? «Su passaggio di Chris Paul. Prima di conoscerlo, a New Orleans, mi chiedevo di continuo se fossi un giocatore Nba. Lui mi ha detto parole importanti, da lì non mi sono più guardato indietro».

In questi anni ha stretto legami importanti, nonostante i background differenti di molti compagni. «Sono uno che difficilmente entra in conflitto. Se hai 7 figli con 7 donne diverse – è capitato – o la lingua tatuata, sono cavoli tuoi». E poi l’apparenza inganna. «Stephen Jackson (celebre per essere stato fermato per una sparatoria davanti a uno strip club, ndr) è una persona squisita. Come il mio compagno J.J. Reddick: ci siamo guardati in cagnesco per tutta la carriera, ma è super». Per trovarne uno irrimediabilmente stronzo bisogna guardare in panchina. «George Karl l’ho odiato. È difficile cambiare in corsa il feeling con un coach, capisci subito come andrà a finire».

Ora è tempo di liberarsi di un po’ di tossine. «Quest’estate farò un po’ di mare e lavorerò sul fisico». L’obiettivo è mantenere una vetta conquistata con tanta fatica, e la nazionale: «Il mio grande rammarico. Siamo in tempo, però dobbiamo diventare squadra». Oggi per Belinelli non avere più nulla da dimostrare «è una bella sensazione. Ma non me ne faccio nulla, io devo dare sempre tutto quello che ho». E lo farà tornando nel luogo del primo anello, dai San Antonio Spurs.

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