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Le nostre atlete bistrattate trovano la loro rivincita. Peccato sia solo virtuale

La serie di videogame Nba 2K includerà le 12 squadre femminili di basket. Perché le nostre campionesse stravincono, e poi tornano a essere ignorate. E perché sarebbe ora di adeguare una legge vecchia 38 anni

La nazionale di basket femminile under 20

La svolta per il riconoscimento del professionismo delle atlete potrebbe arrivare da un canestro che non esiste, segnato dalla sagoma di una campionessa che è stata “scannerizzata” col motion capture dall’altra parte del mondo. Per la prima volta nei suoi vent’anni di storia, infatti, la popolarissima serie di videogame Nba 2K includerà al suo interno le 12 squadre femminili di basket (quelle che giocano nella Wnba). Il debutto avverrà con l’edizione Nba 2K20, che uscirà a settembre. E sarà in grande stile.

Mike Wang, direttore del gameplay della serie, ha detto che in passato il suo team aveva già pensato di includere le donne. Ma voleva farlo “nel modo giusto”, non solo per dare un contentino a chi da anni chiedeva le atlete nel videogioco. Voleva cogliere e riportare nel gameplay le diverse sfumature dei movimenti delle donne, che vengono fuori soprattutto al momento del salto e del tiro a canestro. Per questo, oltre a fare il rendering digitale di tutte le giocatrici Wnba, i suoi collaboratori utilizzeranno le tecniche di motion capturing sulle campionesse, per catturare le loro azioni, i movimenti, lo stile, le esultanze e persino le smorfie di disapprovazione dopo un canestro sbagliato. Per farle diventare “autentiche”.

Le prime testimonial sono Candace Parker dei Los Angeles Sparks (eletta due volte giocatrice dell’anno) e Breanna Stewart, dei Seattle Storm, invitate a sottoporsi alla “digitalizzazione di se stesse”. La prima ha raccontato che l’introduzione delle donne nel videogioco rappresenta una promozione senza precedenti per la Wnba e un grande passo verso l’equiparazione degli stipendi tra atlete e atleti (attualmente le cestiste Usa guadagnano in media 75 mila dollari a stagione, neanche un decimo rispetto ai colleghi maschi): “Chi non ha mai visto una nostra partita adesso potrà giocare con noi, assieme a noi. Potrà conoscerci, e magari inizierà a guardarci”.

Il gioco potrebbe avere lo stesso effetto anche in Italia, dove sia la serie che il basket restano popolarissimi. Proprio la settimana scorsa, le Azzurre hanno conquistato l’oro al campionato europeo Under 20, aggiungendo un altro successo femminile tutto italiano, dopo quello della nazionale di pallavolo under 18 (campione del mondo), delle varie Sofia Goggia, Federica Pellegrini, Elisa Di Francisca, e dopo la finale tutta italiana di Champions League di volley tra Novara e Conegliano. Le ragazze stravincono, ci fanno sentire orgogliosi di essere italiani nel mondo, e poi tornano a essere ignorate. Bravissime eppure dilettanti. Campionesse ma tutt’altro che professioniste.

L’origine ufficiale del loro “stallo” è tutto nella legge 91 del 1981. La “Legge sul professionismo sportivo” (è nota così) è stato il primo e ultimo intervento dello Stato italiano per disciplinare i rapporti di lavoro tra le società e gli sportivi. Più che stabilire male, non stabiliva niente. Definiva in maniera generale il professionismo e lasciava alle federazioni dei singoli sport la scelta di aderire o no al Coni. Risultato: a oggi in Italia non c’è una definizione precisa di dilettantismo. Le federazioni che hanno riconosciuto il professionismo al loro interno sono appena quattro (quelle di calcio, basket, golf e ciclismo), ma lo riconoscono solo per gli uomini.

Tutte le atlete italiane, comprese le campionesse del mondo e gli ori olimpici, sono dilettanti: non hanno possibilità di essere inquadrate come lavoratrici; non hanno contratti di lavoro con stipendi mensili, contributi previdenziali, tfr, assicurazione o possibilità di contrattazioni collettive. Quasi tutte le campionesse italiane si arrangiano facendo parte dei corpi militari, che provvedono ad assumerle con un contratto a tempo indeterminato in cambio del prestigio conferito al corpo stesso dai loro successi. Sofia Goggia è ufficialmente un finanziere; Federica Pellegrini è una guardia penitenziaria; Bebe Vio una poliziotta…

Negli ultimi anni qualcosa si è mosso, grazie ad alcune iniziative di revisione della legge 91 e all’entusiasmo popolare nato attorno alle imprese delle atlete italiane, da ultima quella delle calciatrici azzurre ai mondiali di Francia. Adesso, uno sprone potrebbe venire dai videogame e dalla rappresentazione della parte femminile di quegli sport. Giochi virtuali, conseguenze realissime.

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