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L’addio a Ray Wilkins e il calcio-nostalgia

È morto a Londra a 61 anni Ray Wilkins, calciatore inglese protagonista dell'epopea milanista pre-berlusconiana. Il suo addio commuove perché rimanda al calcio di un tempo fatto di tacchetti acuminati, capelli a spruzzo e maglie di lana: la nostra giovinezza

Era l’aprile di sette anni fa e Ray Wilkins “ruppe l’Internet” britannico ripetendo all’infinito, durante la sua prima telecronaca per il locale Sky Sports, in occasione di una match di Champions tra Real Madrid e Tottenham, “Stay on your feet”. Il suo mantra divenne virale in breve tempo, fu oggetto di meme e mash-up musicali, e addirittura di un improbabile karaoke su YouTube. In realtà Wilkins, estremamente verso tutte le squadre di sua maestà davanti a un microfono e per questo criticato in patria, stava solo dicendo a Peter Crouch, il filiforme attaccante degli Spurs, di non andare in tackle scivolato (raccomandazione ribadita da molti allenatori, sin dai campi di periferia).

Le sue parole, travisate in un inno alla schiena dritta, paradossalmente, raccontano bene il calciatore e l’uomo di sport Wilkins, scomparso ieri a 61 anni. Era stato ricoverato d’urgenza qualche giorno fa in seguito ad un attacco di cuore, ed è morto al St George’s Hospital di Tooting, Londra. Sono stati in tanti, calciatori e allenatori, a ricordarlo nelle ultime ore. Alle 18.30 il Milan è sceso in campo nel derby di Milano con una fascia al braccio per celebrare la sua figura.

La parentesi rossonera è il motivo per cui la scomparsa di Raymond Colin Wilkins ha colpito e commosso anche l’Italia, con un’infinità di omaggi sul web (da parte dei tifosi più agèe). Nato nel sobborgo di Hillingdon, aveva esordito negli anni ’70 con il Chelsea, squadra di cui divenne capitano. Poi la nazionale, di cui fu uno degli uomini simbolo negli anni ’80, il Man United e il passaggio al Milan nel 1984. Era quella la squadra del presidente Farina, che si preparava all’atterraggio modello Apocalypse Now di Silvio Berlusconi sul campionato italiano.

In panchina era tornato Nils Liedholm, assieme a Wilkins dall’Inghilterra era arrivato Mark Hateley, a prendere il posto di un altro leggendario centravanti d’oltremanica, Luther Blissett (e ancor prima dello Squalo Joe Jordan, a conferma della passione della casa per un certo tipo di talenti). La stagione, che vide l’esordio di Paolo Maldini, finì con il quinto posto. Quella degli inglesi nel nostro calcio è una storia di amore e odio: pochi lasciano il segno, molti entrano comunque nei cuori dei tifosi. Wilkins prendeva il testimone di Jimmy Greaves, Gerry Hitchens e altri pionieri: non fece esattamente scintille nella nostra Serie A (ma comunque meglio dell’ectoplasmico Blissett), ma si fece notare per il suo stile di gioco duro, ma leale, fedele al genere del calciatore britannico.

Un giocatore senza mèches in testa (per ovvi motivi), con gli occhi non di rado spiritati verso gli arbitri. Un atleta sui generis (senza scomodare paragoni con altri miti come Paul Gascoigne e George Best), che negli ultimi anni di vita, come ha lui stesso ammesso, ha combattuto contro i demoni dell’alcool (nel 2016 gli era stata ritirata la patente per quattro anni per guida in stato di ebbrezza) e della depressione, e la malattia (una insopportabile colite ulcerosa).

Wilkins rimase al Milan, dove evidentemente non è stato dimenticato, per tre anni, poi la sua carriera è continuata con Psg, Rangers, Qpr e giù fino alle serie minori in Inghilterra. Dal Queens Park Rangers, nonostante i problemi personali, è partita anche la sua carriera da allenatore, che ha legato ancora una volta il suo destino a quello di un (ex) milanista come Carlo Ancelotti, con cui da vice al Chelsea ha vinto una Premier League. L’emozione che accompagna oggi la sua morte è quella di chi non può fare a meno di lasciarsi andare a un filo di commozione pensando a un calcio che fu (e alla propria gioventù). Quella di maglie di lana, tre stranieri in campo, mullet o vaste piazze in testa. E di Ray Wilkins “sempre in piedi”.

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