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La tranquilla vita americana di Marco Belinelli

È l’unico italiano ad avere vinto un titolo NBA, ha firmato un contratto milionario. Insomma, sarebbe autorizzato a fare la star. Ma a lui interessa solo una cosa: migliorare. E vincere ancora

Marco Belinelli, alla sua nona stagione Nba

Marco Belinelli ha una faccia sola per tutto. La chiama la sua pokerface (titolo anche della sua autobiografia appena uscita per Baldini&Castoldi). Schiaccia a due mani a difesa schierata, perde un pallone chiave, sbaglia un passaggio o tira da otto metri sulla sirena: la faccia è sempre quella. Non alza un sopracciglio, non sgrana gli occhi, non muove un muscolo. In America dicono che somigli a Rocky Balboa. Forse, ma non esteticamente. Lui ha in testa solo la vittoria: da quando palleggiava, piccolissimo, con la maglia della Vis di San Giovanni in Persiceto al contratto da 19 milioni di dollari in 3 anni con i Sacramento Kings, sua nuova squadra, la sesta in NBA. Un’ossessione gli ha permesso di essere il primo italiano a vincere il campionato più bello del mondo con i San Antonio Spurs. Il primo italiano incoronato re di una gara del tiro da tre punti. Ma questa sua fissazione non è bastata per far viaggiare la Nazionale italiana oltre i quarti di finale allo scorso Europeo. Una delusione che ancora brucia. Ma anche questa volta, nessuna reazione. Stessa faccia e “andiamo avanti”.

Mi spiace, Marco, ma dobbiamo partire dalle cose negative. E sai già di cosa parlo…
La Nazionale, sì. Era tempo di vincere, ci credevo davvero, perché questo era un bel gruppo. Dopo la partita con la Turchia (la prima del torneo, persa di due punti, ndr) qualcosa è scattato dentro di noi. Ci siamo parlati tanto, ci siamo legati e abbiamo iniziato a vincere. Uscire ai quarti, però, ci ha lasciato tutti con l’amaro in bocca. Ci credevo veramente tanto.

Era evidente questa roba del gruppo, da fuori sembravate davvero uniti e carichi.
Il gruppo era carico, posso assicurartelo, e questo fa male ancora di più, vero. C’è il rammarico di non essere riusciti a vincere l’Europeo, o comunque a piazzarsi sul podio. Almeno abbiamo avuto la qualificazione al torneo pre-Olimpico. Se non avessimo centrato neanche quell’obiettivo avremmo buttato via due mesi. Siamo ancora tutti giovani, comunque, abbiamo possibilità di fare bene in futuro anche se era ora di concretizzare. Ci riproviamo, sicuro.

Adesso si riparte con l’NBA. E tu con una nuova squadra…
Che vuol dire soprattutto nuovi stimoli e nuove motivazioni per me. I Sacramento Kings sono una squadra che non arriva a qualificarsi per i playoff da dieci anni, tanto tempo. Adesso mi sembra pronta per rifondare e ricominciare la sua corsa. Sono carico, è una nuova sfida in cui sono certo di poter fare bene.

Hai appena firmato un contratto importante, che vuol dire responsabilità. Questa è la tua prima stagione “da grande” quindi?
Sì, penso di sì. L’importante, come sempre, sarà il mio approccio, che mi trovi bene nel posto in cui gioco. I compagni di squadra sono tutti bravi ragazzi, li ho già conosciuti.

E terrai il numero 3…
È il numero che mi ha portato a vincere il titolo NBA. Ne ho cambiati un sacco in carriera, ma a questo sono affezionato. Andiamo avanti con “Beli3”.

Quando è stato il momento in cui sei diventato davvero un giocatore NBA?
Ho capito di esserlo quando giocavo a New Orleans. Lì ho sentito la fiducia di tutti, dei compagni, dello staff, del coach. Da quel momento in poi non mi sono mai guardato indietro. Sono fatto così, penso sempre a migliorarmi e a vincere, il resto non conta.

E questo fatto dell’essere “uno dell’NBA” quanto pesa quando giochi in Nazionale?
Per come sono fatto io, zero. Da un certo punto di vista, è normale che arrivare da quel campionato porti più pressione e quindi più commenti su di me, sia negativi che positivi. Alla fine cerco sempre di mostrare la mia passione e la voglia di vincere. E soprattutto, cerco di mostrare me stesso, come persona.

Lo sapevo già, ma tu sembri davvero uno semplice, legato alla famiglia, agli amici di sempre, al tuo paese…
Assolutamente.

Adesso ti allenerà George Karl, una leggenda vivente, uno che è seduto sulle panchine dell’NBA da quasi 40 anni. Che impressione ti fa?
Sono contento! Ho la possibilità di lavorare con un allenatore mitico, che ha seguito tutte le mie partite agli Europei e con cui sono sicuro ci sarà un ottimo rapporto. Poi ha allenato anche il Gallo (Gallinari, ndr) a Denver, che si è trovato benissimo.

Giochi nei palazzetti che vedevi in tv da bambino, vestendo le maglie che sono state quelle dei tuoi miti…
Cerco di non pensare a queste cose. Punto solo a giocare, a fare quello che amo. E a far appassionare i bambini. Vorrei essere un esempio, questo è il mio obiettivo finale.

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di ottobre.
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