La grande onda di Leonardo Fioravanti

Abbiamo incontrato il miglior surfista italiano per farci raccontare la sua (bellissima) vita tra Australia e Hawaii
Leonardo Fioravanti, nato a Roma l'8 dicembre 1997. Blazer TAGLIATORE; giacca con cappuccio K-WAY; muta QUICKSILVER; anelli: GUCCI

Leonardo Fioravanti, nato a Roma l'8 dicembre 1997. Blazer TAGLIATORE; giacca con cappuccio K-WAY; muta QUICKSILVER; anelli: GUCCI


«Possiamo farla io e te, da soli? Preferirei… Vorrei fosse una chiacchierata tra noi, se non è un problema…». Non è una cosa che capita spesso, vedere un personaggio, al di là della sua importanza, che chiede all’ufficio stampa di allontanarsi prima dell’intervista. Ma Leonardo Fioravanti è così. Biondino angelico, con la faccia da bravo ragazzo, ma che nasconde un coraggio e una disinvoltura notevoli.

È il nome più importante del surf made in Italy: lo scorso ottobre, per dire, in una tappa della World League ha sconfitto il mito Kelly Slater – ovvero il surfista americano che ha vinto più titoli e contest individuali in assoluto – e non era neanche la prima volta che succedeva, visto che già ad aprile in Australia gli aveva fatto mangiare la schiuma. A dicembre, poi, si è qualificato “per davvero” per la League, ovvero senza sfruttare la Wild Card con cui ha partecipato alla scorsa edizione, diventando così il primo italiano a entrare tra i 32 migliori surfisti di tutto il mondo.

Leonardo ha 20 anni ancora da compiere (è nato l’8 dicembre 1997), una vita surreale, che l’ha portato via da Cerveteri, provincia romana, a 11 anni per inseguire il sogno, ovvero trasformare la sua tavola da surf nella sua scrivania da ufficio. Con la – grande, anzi grandissima – complicità dei suoi genitori, è uno di quelli che ce l’ha fatta. E considerato che, tra qualche anno, il surf arriverà anche alle Olimpiadi, le speranze per lui e per tutti sono di vederlo anche in competizione durante i Giochi per antonomasia.

Incontro Fioravanti a Milano in una delle rarissime volte in cui è di passaggio in Italia. Perché Leonardo è uno che snocciola viaggi in posti tipo isole Hawaii, Marocco e Indonesia con la stessa facilità con cui io parlo delle gite della domenica pomeriggio sul lago d’Orta. Un aspetto che lo fa diventare involontariamente snob, ma anche terribilmente figo. In accappatoio – un dettaglio a uso e consumo di tutte le giovani lettrici che stanno là fuori – ci sediamo in una saletta appartata, tra una foto e l’altra. Mentre ci rimpinzano di quintali di pizza («Ti manca questa quando sei all’estero?», gli chiedo, mentre divora un pezzo dopo l’altro. Lui non risponde, ma strabuzza gli occhi), iniziamo a chiacchierare. Senza interruzioni da parte dell’ufficio stampa.

cappotto GUCCI; muta QUICKSILVER

So come hai iniziato a surfare, c’è scritto da tutte le parti, ma cosa ti ha spinto a iniziare? Non è che uno si sveglia una mattina e decide di salire su una tavola…
Da piccolo andavo al mare vicino a casa mia, in uno stabilimento che si chiama “Ocean Surf”. Sono cresciuto lì praticamente. I proprietari, Ciccio e Pallino, sono amici di famiglia da tanto tempo: sono loro che mi hanno messo sulla tavola, e prima ancora ci hanno fatto salire mio fratello che ha qualche anno in più di me. Ho capito subito che quello era lo stile di vita che faceva per me. Quando c’erano le onde uscivamo, altrimenti stavamo comunque in acqua, che fosse estate oppure inverno, a mollo in riva oppure remando per andare al largo.

Ma cos’è scattato dopo? Che cosa ti ha fatto dire: “Questa sarà la mia vita”?
Non c’è stato un momento preciso in realtà, è stato più che altro un colpo di fulmine. La mia famiglia mi ha sempre aiutato, non ho mai sentito nessuna pressione, non c’era nessuna aspettativa su di me, quindi ho vissuto tutto con molta calma. Mi godevo l’adrenalina che sentivo, quella carica che mi arrivava dal mare. Stare su una tavola per me era la cosa più divertente del mondo. E i miei genitori mi hanno sempre supportato: mia mamma mi veniva a prendere a scuola, diceva alle maestre che dovevo uscire prima perché avevo un appuntamento dal dottore o qualche altro impegno e invece mi portava al mare a fare surf.

Vabbè, è facile così! Avevi una complice fortissima…
Sì, certo. Aveva capito quanta gioia mi dava il mare e aveva imparato che in Italia non c’erano molte onde. Quindi, quando era il giorno giusto e c’erano le onde per me, faceva di tutto per vedermi felice.

Diciamo che sei stato fortunato.
Sì, i miei mi hanno sempre aiutato. Quando avevo 11-12 anni e iniziavo a fare le prime gare, mia mamma ha deciso di seguirmi in giro per il mondo. Praticamente ha lasciato da solo mio fratello che aveva solo 18 anni. Ma è stato lui il primo a capire cosa stava succedendo e a dirle di seguirmi. Avevano tutti capito che era giusto così, a costo di fare tanti sacrifici.

Giacca EMPORIO ARMANI; anelli e orologio in acciaio: GUCCI. Foto Giampaolo Vimercati

Facendo questa vita, però, ti sei perso completamente un passaggio importante come l’adolescenza e una scuola normale (ha frequentato una scuola online, facendo esami da privatista e ha preso il diploma in una scuola americana, ndr). Come hai passato quella fase della tua vita?
Non ci penso spesso. Sicuramente la mia vita ha seguito ritmi totalmente diversi da quelli “normali”. Ho lasciato l’Italia e lo stile di vita italiano che ero ancora un bambino, e mi sono abituato ad avere amici ovunque in giro per il mondo. Anche adesso è così, c’è chi sta alle Hawaii, chi in Francia, chi in Australia. Sono cresciuto con loro, a seconda dei momenti. È uno stile di vita diverso da tutti gli altri.

Che ti sta bene, quindi?
Certo! È la vita migliore del mondo! Mi ha scelto lei, ho la consapevolezza di non averla scelta io.

pantaloni SISLEY; anelli e orologio in acciaio: GUCCI. Foto Giampaolo Vimercati

Mi sono documentato un po’ e ho visto che nel surf ci sono praticamente due approcci opposti: c’è chi evita le gare preferendo l’esplorazione, la scoperta di nuovi spot in giro per il mondo e chi, invece, cerca la competizione a tutti i costi e vive in funzione delle gare e dei campionati.Tu in quale tipologia ti collochi?
Per me la competizione è tutto! Sono cresciuto competitivo, ho sempre seguito mio fratello e i suoi amici più grandi, cercando di fare quello che facevano loro. Mi arrabbiavo, se mi battevano anche a biliardo o, che ne so, a ping pong. Sono nato così: o primo o niente. Crescendo, ho imparato anche a perdere, ma se non vinco non riesco a essere felice, per me la vittoria è tutto. Ogni giorno io mi alleno per vincere. Però, come dici tu, c’è anche un’altra parte di questo sport, diciamo che può essere vissuto anche attraverso altri aspetti. Amo girare per i circuiti, amo viaggiare alla ricerca di qualche spot. Magari ho un giorno libero e vado in Marocco oppure in Portogallo, controllo dove ci sono le onde buone e parto. Cerco sempre di incastrare dei piccoli viaggi, anche una toccata e fuga, nella mia agenda.

cerata: MONCLER; anelli e orologio in acciaio: GUCCI. Foto Giampaolo Vimercati

Appunto, la tua agenda. Quanto c’è di programmato? Come sei messo?
Bene! A parte il fatto che non so neanche domani dove starò, va tutto bene! (Ride). Il mio programma sono le gare che devo affrontare e il calendario delle varie competizioni, in base a quello gestisco tutto. Quando rallento un po’, perché non ci sono gare in programma, cerco di viaggiare o comunque di allenarmi il più possibile, anche perché ci sono dei nomi belli grossi con cui confrontarsi nella World League.

Ma hai delle tappe fisse nella tua vita? Hai un posto che potresti definire casa tua?
Diciamo che da maggio fino a ottobre circa sto con mia mamma in Francia, dove abita e, tra una gara e l’altra, torno sempre da lei. Quindi forse è quello il mio punto di riferimento. Il resto dell’anno lo passo tra le Hawaii e l’Australia, più tutti gli spostamenti che ti dicevo.

Come mi spiegavi, sei pieno di amici sparsi in giro per il mondo. Siete una comunità molto legata in questo sport, o è solo apparenza e sotto sotto vi odiate?
Ma no! (Ride). Oddio, magari c’è quello un po’ meno socievole degli altri, che sta un po’ più sulle sue. Ma io sono molto aperto e amico di tutti, soprattutto dei brasiliani, dei portoghesi… Ho avuto la fortuna di imparare le lingue straniere quand’ero più giovane: le volevo parlare bene per potermi integrare al meglio con gli altri. È completamente diverso così. Anche se devi soltanto ordinare qualcosa da mangiare al ristorante, se lo fai nella lingua locale diventa tutto più facile, ti guardano con un occhio diverso, più rilassato. È una sorta di rispetto verso gli altri e di educazione.

A proposito di rispetto, tu fai parte di una generazione che sta arrivando ai livelli più alti del surf e sta piano piano prendendo il posto al vertice di quelli che hanno 40/45 anni. Cosa pensi sia cambiato nell’approccio tra la loro generazione e la tua?
Uhm, secondo me bisogna vedere come sono cambiate le stesse generazioni, più che altro. Per esempio, la generazione dei 40enni si è adattata molto negli ultimi anni, prima era tutto molto più easy in questo mondo, era tutto più libero, c’erano meno regole. Se non conosci il surf, se non lo vivi dall’interno, lo vedi ancora in questo modo.

giacca: STONE ISLAND; muta: QUICKSILVER; anelli e orologio in acciaio; GUCCI.

giacca: STONE ISLAND; muta: QUICKSILVER; anelli e orologio in acciaio; GUCCI. Foto Giampaolo Vimercati

È un po’ la stessa cosa che è successa con lo snowboard…
Esatto. Ora anche il nostro è uno sport di atleti: se non ti alleni, se non fai sacrifici, se non hai un programma duro, non puoi seguire gli impegni del circuito, non puoi battere i migliori. Proprio non riesci a reggere! Io preferisco che sia così, siamo diventati davvero degli atleti completi, il livello si sta alzando talmente in fretta che è necessario allenarsi ogni giorno, uscire ogni giorno per arrivare a competere con i campioni.

Tipo? Chi sono i riferimenti adesso? O meglio, i tuoi avversari?
Ti direi due nomi su tutti: il brasiliano Gabriel Medina e John John Florence, americano. Sono quelli da battere.

Al di là del surf, quando hai tempo fai qualche altro sport?
Sì, gioco anche a golf.

Ecco, questa è una risposta che non mi aspettavo. Non ti facevo tipo da golf. È una passione recente?
No, ho iniziato quando avevo 11 anni con il compagno di mamma, che tra l’altro è anche il manager di Kelly Slater. Anche Kelly gioca da tantissimo tempo.

E come sei messo?
Piano piano sto migliorando, adesso ho un handicap di 17 o 18. Il 31 dicembre scorso ho fatto il mio record, chiudendo a 80, 8 sopra il par.

Solo per curiosità, in che parte del mondo eri quando l’hai fatto?
Alle Hawaii!