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Karl-Anthony Towns, totem felino

È la nuova superstella dell'Nba, in fissa con Drake, Kanye, playground e balli di coppia. L'abbiamo incontrato durante il suo soggiorno italiano.
Photo by Matthew Stockman/Getty Images

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«Tutti mi chiamano Kat, e io amo i felini. Leoni, tigri, giaguari: tutti i parenti del gatto (Cat in inglese, nda)». Mentre lo dice, Towns, 22 anni, giocherella con la collana d’oro che gli penzola sul petto, gli occhi negli occhi del re della foresta raffigurato sul monile. Dall’alto dei suoi 213 centimetri, forse, ha senso considerarlo un grande micio selvatico.

Kat (acronimo di Karl-Anthony Towns, ndr) è seduto su un divanetto bianco, le interminabili gambe allungate sotto a un tavolino. È giunto quasi al termine del suo soggiorno italiano, in cui si è innamorato «di Ravello, nella costiera amalfitana», ed è stato a Roma. Infine la gita a Milano e il ruolo di ambasciatore di Crossover, mostra che racconta l’impatto sulla cultura pop della Nba.

Con i fan ha parlato di tutto, anche di musica. «In questi giorni sto macinando i nuovi dischi di Drake e Kanye, adoro G-Eazy, Mac Miller e J. Cole. Ma anche Sam Smith e il folk alla Passenger. Ascolto canzoni tutto il giorno: chi è salito in macchina con me lo sa», ride il centro dei Minnesota T’Wolves. Come molti atleti Nba, Towns è anche un grande appassionato di abiti e accessori. «Le mode vanno e vengono, io cerco di costruirmi uno stile personale. Che sia al contempo cool e ricercato, personale e non troppo serioso». Per questo lo si può vedere con jeans, una maglietta nera e Nike ai piedi (numero 55!) – come in questo momento –, oppure con addosso le t-shirt Balenciaga più costose. «E tanta roba italiana. Adoro Dolce, Fendi e Gucci. E uno stilista di Los Angeles, Amiri, una figata». L’altra passione sono i videogame. «Nba 2K, ovviamente, e Call of Duty. E giochi online».

La sua relazione con la palla a spicchi è iniziata da bambino, e proseguita sui campetti di NY: «Ho giocato contro ogni tipo di avversario, e imparato a farmi rispettare. Non dimenticherò mai le sfide a Rucker Park (leggendario playground di Harlem, ndr)». Ha un forte attaccamento alle radici, che lo ha portato a scegliere la nazionale della madre, la Repubblica Dominicana. «È il posto del mio cuore, rappresenta tutto, per me». Lì ha imparato la bachata. «Come faccio a ballare con questo fisico? Be’, un po’ di gioco di gambe lo possiedo».

In autunno Towns inizierà la sua quarta stagione con i Minnesota, da giovane superstar della lega: «Ma alla fine è solo una questione di vittorie. Il mio obiettivo è crescere come squadra, acquisire credibilità e lo status di grande». Prima, però, Minny, tornata ai playoff dopo 14 anni di assenza, deve tornare competitiva: «Solo così possiamo diventare una reale avversaria dei Warriors».

Quello che non è in discussione è il suo ruolo da protagonista del futuro di una lega che va sempre più a caccia di lunghi in grado di attaccare il canestro: «Oggi, come dimostra il draft, i big men vanno forte. Sono fiero di fare parte di questa nuova ondata che sta cambiando il basket».

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