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Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota

Era il primo maggio 1994 quando, durante il Gran Premio di San Marino, ci lasciava un pilota diventato poi leggenda, simbolo di uno sport e di una nazione intera che da quel giorno non ha mai smesso di ricordarlo

Ventitré anni fa moriva durante il Gran Premio di F1 di San Marino Ayrton Senna. Forse il migliore e il più acclamato pilota di Formula 1 di tutti i tempi. Uno dei personaggi capaci di entrare nell’Olimpo dei grandi dell’umanità giusto sul finire del ‘900, uno sportivo e un punto di riferimento per un’intera generazione di appassionati e di compatrioti brasiliani. Una nazione intera lo ha acclamato e in lui si è identificata in un epoca in cui il boom economico del Brasile era ancora un sogno e prima dei mondiali (’94 e ’02) di calcio vinti dopo oltre 20 anni di cocenti delusioni nelle massime competizioni dello sport del popolo, il calcio, appunto.

Senna è un mito e non solo per la tragica morte al massimo della sua carriera, fu ed è tuttora un role model. nel quartiere “da zona Norte” di San Paolo dove Ayrton Senna da Silva qualcuno ha scritto: “Ovunque noi saremo, il Brasile sentirà sempre la tua presenza, la tua determinazione e il tuo coraggio, come combustibile per portarci in luoghi elevati”. Ayrton Senna è diventato un personaggio globale andando ben oltre i limiti della fama tra i milioni di appassionati di Formula 1, un uomo che non aveva paura di esporsi, di mettersi sempre alla prova, di nutrire rispetto per le persone – avversari compresi – in pista e fuori. Ayrton aveva una fortissima fede in Dio, una fede che non ha mai nascosto, tanto da leggere passi della Bibbia prima delle corse, di dichiarare di aver parlato con Dio la sera prima della sua vittoria a Montecarlo nel 1990: «Vincere a Montecarlo era molto importante, e l’ho spiegato a Dio. Lui sa tutto ciò che ci passa nel cuore, ma è necessario offrirsi attraverso la preghiera, ed è quello che ho fatto».

E allora chissà cosa deve aver detto a Dio durante il fine settimana del Gran Premio di San Marino del 1994, un fine settimana iniziato con un incidente di Rubens Barrichello nelle prove libere e continuato con la morte di Roland Ratzenberger nelle prove ufficiali del sabato. Di sicuro Ayrton meditava di non correre la gara prevista la domenica, ma poi tutti ci ricordiamo cosa successe, del suo incidente alla curva Tamburello e della fine di un’epoca per la Formula 1; da allora ci fu un prima e un dopo Senna, soprattutto dal punto di vista della sicurezza delle gare. E appunto, ci furono le corse, da quella mitologica rimonta sul bagnato nel 1984 al suo esordio nei gran premi dei gran premi, quello di Montecarlo, finito dietro Alain Prost, che negli anni successivi fu il suo più acerrimo nemico. Senna vinse tre titoli mondiali, meno di quelli che avrebbe potuto vincere rimanendo nel circuito della F1.

Senna a mio avviso fu uno degli ultimi eroi di uno sport in cui ancora le capacità umane e la competitività tra vetture non era in buona parte sussunta dall’innovazione tecnologica come accade oggi. Quando Ayrton si consacrò come il più grande – al pari di Fangio o Villeneuve – era un atleta unico per capacità fisiche-aerobiche-mentali e spingeva, sempre. Aveva una capacità unica nel tenere testa ai problemi, allo stress psico-fisico, sembrava quasi a suo agio nelle situazioni più difficili, come sul “bagnato”; per tutti, nel circuito, era “’o mago de la chuva”, il mago della pioggia. Lui in condizioni difficili riusciva a dare sempre il meglio e andare oltre i limiti, basta guardare stralci dei gran premi dell’Estoril del 1985, o quello di Donnington del 1993 e soprattutto la sua prima vittoria in patria, ad Interlagos del 1991, una giornata mitologica iniziata con un testacoda nel primo giro e continuata in una epica sfida contro la fatica e il dolore guidando la macchina con il cambio fermo in sesta marcia per tutta la gara.

Infine tra le sue grandi imprese c’è il giro di qualifica nel gran Premio di Montecarlo, la gara più affascinante e difficile del mondo e di cui Ayrton tuttora detiene il record di (sei) vittorie. Quell’anno dopo aver conquistato la pole position con un giro di un secondo e mezzo più veloce degli avversari, dichiarò che in qualche modo non era in controllo della sua macchina: «Ero in una dimensione diversa, mi spaventava perché ero ben oltre la mia comprensione».

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