Home Sport

Ho preso un caffè con Trezeguet e ho visto il calcio del futuro

Siamo stati alla presentazione della partnership tra Juventus e Lavazza. C’era anche il campione francese: «Lavorare con sponsor di qualità è fondamentale per la crescita del brand. Bisogna adattarsi, muoversi, crescere»

Nella trama di Under the Dome, science fiction scritta da Stephen King, una città del Maine si risveglia intrappolata dentro una cupola trasparente. Nessuno sa come sia apparsa, nessuno riesce a rimuoverla. I cittadini possono arrivare fino a dove cala la cupola, hanno la possibilità di guardare fuori ed essere a loro volta guardati, ma non riescono in alcun modo ad attraversarla e a ricongiungersi con il mondo esterno. Seguendo le regole della narrativa distopica che lo stesso King ha contribuito a redigere, in questo contesto critico gli abitanti della cittadina mostrano le proprie peggiori irrazionalità. Non vi sembra una splendida metafora del pensiero comune sul mondo del calcio? Un esercito di personalità capricciose e sovra stipendiate che vivono in una bolla al di fuori del mondo e che noi possiamo solo guardare. Funziona, vero? Solo che la realtà non è così semplice.

La scorsa mattina mi sono risvegliato dentro la Nuvola Lavazza a Torino. L’unica volta in cui ci ero entrato era un’alba novembrina in cui avevo ingerito ampie dosi di caffè per potermi godere il set di chiusura di Floating Points per Club 2 Club. Questa volta ci arrivo come invitato alla presentazione della partnership tra Lavazza e Juventus, nuova sinergia tra due storiche realtà torinesi con ambizioni internazionali. Rispetto a quell’alba, in cui ero arrivato in piena foga agonistica dopo una notte di ballo, sono sicuramente più lucido. Dal Maine a Torino, dalle aragoste al caffè, eccomi a guardare dentro la cupola del calcio contemporaneo, appoggiandoci l’orecchio per sentirne le vibrazioni.

Da tifoso del gioco del pallone, quello che più mi colpisce è il cambiamento nella comunicazione da parte dei top club, e oggi ne è un esempio chiaro. La Nuvola nasconde la calda giornata di sole con luci soffuse, i rappresentanti delle due società si muovono agiati in abiti eleganti mentre il pranzo per gli invitati è adibito all’interno di Condividere, il ristorante stellato guidato dallo chef Federico Zanasi all’interno della Nuvola. Finiti i tempi del tè caldo all’intervallo. Durante la presentazione di questa nuova partnership, emerge anche uno spostamento linguistico; non si parla più solamente di Juventus, ma di brand Juventus, di marchio Juventus. Lasciato agli annali il vocabolario di Gianni Mura, i club calcistici sono diventati aziende. L’evoluzione di questo universo è il tema del mio scambio con una leggenda del pallone, David Trezeguet, ex calciatore della Juventus nonché miglior marcatore straniero della storia del club, ora Brand Ambassador aziendale. «Ho intrapreso il mio ruolo di Brand Ambassador in un momento di fondamentali cambiamenti nel mondo Juventus. Era in atto il rebranding e il club stava iniziando ad espandersi a livello mondiale, soprattutto in territori come America e Asia. Mi sembra evidente che il calcio europeo sia andato verso nuovi continenti in cui economizzare grazie a tornei, sponsor, diritti televisivi. A livello societario, la costruzione dello stadio di proprietà e il rebranding sono stati momenti fondamentali in ottica di una crescita globale. Tanto quanto la partnership con sponsor di qualità che ti possono permettere di fare un ulteriore step. Bisogna adattarsi, muoversi, crescere. Credo che la Juve stia dettando la strada giusta; affermarsi nel panorama italiano per ambire ai palcoscenici mondiali».

La cupola è erroneamente pensata, da parte di un certo pubblico, come una palla di vetro costruita per immortale l’estasi dell’eden originale. Ma questo pensiero è figlio di un ingenuo passatismo. La cupola è un sistema a sé, ma contenuto in un ambiente più ampio. È nel corso della storia, non ne è rimossa o sospesa. Pensare che il mondo del calcio sia scevro da investimenti, imprenditori e politica è illogico. Il tanto magico Milan degli olandesi, emblema di un calcio che fu, è un nostalgico ricordo berlusconiano; Adamo ed Eva avevano morso la mela parecchi anni fa.

Camminando nella semioscurità sexy ed elegante della Nuvola, incespico nella retorica sussurrata di alcuni ombrosi giornalisti, quella del «giocano novanta minuti a settimana e guadagnano milioni». La cupola attira e ammalia, ma al contempo disperde invidia e nervosismo nell’ambiente circostante. Pone quesiti etici e sciatterie da bar dello sport, crea un vociare perpetuo intorno a sé. «È vero che il calcio è cambiato in questo senso. Il calciatore non è più o, almeno, non è più soltanto il campo. Oggi è condiviso in diverse aree. Penso ad esempio all’utilizzo dei social, è una grande differenza rispetto ai miei tempi. I calciatori possono condividere molto di più, anche a livello personale, ovunque nel mondo. Questo è positivo, se viene fatto nel modo corretto». Trezeguet si congeda, richiamato dall’addetta stampa del team, non prima di ammettermi che il goal più importante della sua carriera è probabilmente quello contro l’Italia nella finale dell’Europeo del 2020. David, ti voglio bene, ma così mi fai male.

Un altro discorso è invece quello collegato al calcio femminile. Da sempre in lotta per la propria emancipazione sportiva e politica, il movimento del calcio femminile ha ottenuto grandi traguardi negli ultimi tre anni. La nascita della squadra femminile della Juventus è stata la spinta per incasellare una serie di traguardi come le 40 mila presenze all’Allianz Stadium di Torino per Juventus Women – Fiorentina e il successo mediatico dei Mondiali femminili del 2019. In completo Trussardi (altro partner Juventus), la capitana della squadra femminile e della nazionale italiana Sara Gama mi aggiorna sul percorso del movimento, «si è finalmente deciso che nel 2022/2023 ci verrà conferito lo status di professionismo [lo sport femminile in Italia è ancora rilegato al dilettantismo, ndr] e dobbiamo prepararci bene per quel passaggio. Aiuterà tutto il sistema. Le ragazze avranno più tutele e i club potranno essere più competitivi anche a livello internazionale. Si arriverà ad una parità di status con il calcio maschile, non a livello economico ma a livello di tutele. Ricordiamoci che il calcio maschile ha più di cento anni di sviluppo mentre quello femminile è relativamente giovane. È chiaro che una parità verrà raggiunta ma ci vorrà tempo, ora è il momento di bruciare alcune tappe per recuperare parte del tempo perduto. Siamo positive».

Il calcio è poesia di corpi e movimenti. È un gioco semplice, in cui basta una palla. Se vogliamo ritrovarne la purezza dei primi giorni, ci basta camminare in un parco in un sabato pomeriggio soleggiato per vedere orde di ragazzini (e spero – a breve – molte ragazzine) rincorrersi per il possesso di quella sfera magica. Ma non possiamo chiedere questa purezza innocente ad uno sport che genera, solo in Italia, 4,7 miliardi di euro (una delle 10 principali industrie italiane) e che ha 4,6 milioni di praticanti garantendo quasi 250 mila posti di lavoro. Immaginare un calcio estraneo alle regole e agli interessi economici, politici, sociali è fuori dal mondo. A volte bisogna pur essere realisti. Il calcio è cambiato, ma anche noi. Non è che siamo noi tifosi dentro ad una cupola?

Nell’incertezza della mia posizione prendo un altro caffè per vedere se si forma una patina di condensa nell’aria. Ma quando succederà, sarò davvero sicuro di sapere se sono dentro o fuori la cupola?