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Golden State, cosa vuoi fare?

I Warriors si stanno riposando per difendere la loro corona? Oppure vogliono infrangere il record di vittorie dei Bulls? Perché non entrambi?

L'interrogativo dei Warriors può essere risolto facilmente

«I record si infrangono. I campionati durano per sempre».

Questo è quello che ha detto il coach dei Golden State Warriors, Steve Kerr, lo scorso sabato, dopo che il team si riprendeva dalla sconfitta contro i Boston Celtics, la loro ottava della stagione. È stata la sua prima sconfitta casalinga su 54 partite. Se siete fan di qualsiasi squadra NBA che non siano i Warriors o gli Spurs – e, in particolare, se la vostra squadra non è neanche lontanamente vicina ai playoff – provate a immaginare per un attimo di perdere la prima gara in casa dopo 76 partite di stagione.

Adesso smettete di immaginare quella nebbiosa, surreale, serata di fine estate che state visualizzando e continuiamo.

È anche possibile che Kerr abbia detto questo perché ci crede davvero. È possibile che l’abbia detto perché pensa che i suoi giocatori abbiano bisogno di sentirlo. Ma è anche possibile che Kerr non creda a una singola parola – perché non dovrebbe. Questo discorso della superiorità degli anelli rispetto ai record è, in questo caso specifico, un’enorme cazzata.

Dopo aver battuto i Portland Trail Blazers domenica notte, i Warriors si sono trovati a quota 69 vittorie, e questo non è semplicemente un buon risultato: li rende una delle sole quattro squadre nella storia a vincere 69 o più partite in stagione. Draymond Green ha realizzato 13 triple-doppie in questa stagione. Steph Curry ha concluso sei partite segnando nove o più triple. Nessun altro giocatore nella storia ne può vantare più di cinque in CARRIERA. Quello che sta facendo Golden State questa stagione è storico e ha bisogno di qualcosa di più che un semplice campionato.

Dopo tutto, ci sono stati 66 campioni NBA, ma c’è un solo team che ha vinto 72 partite in stagione, e quelli sono i Chicago Bulls del 1995-96. Dopo aver perso al supplementare contro i Minnesota Timberwolves l’altra notte (una sconfitta che, incidentalmente, ha fermato a quota 114 la striscia di partite vinte dopo essere stati in vantaggio di 15 o più punti all’intervallo), c’è solo un modo per infrangere il record dei Bulls per i Warriors. Ed è vincere le ultime quattro partite.

In queste affronteranno due volte i San Antonio Spurs e i Memphis Grizzlies, sia in casa che in trasferta, e questo è dove il dolce mantra di Kerr sul fatto di concentrarsi sugli obiettivi più importanti si allinea con le partite che devono ancora affrontare. Scontarsi con due altri team da playoff – uno in particolare il loro probabile avversario alle Western Conference Finals – sia a casa propria che in trasferta è l’opportunità perfetta per entrare in forma playoff. Dopo la sconfitta dell’altra sera, Draymond Green ha ammesso che la squadra è stata distratta dalle attenzioni riservate al record delle 73 vittorie e che, una stagione da 82 partite, è una cosa che «ti annoia».

Kerr ha sostenuto che non sono impegnati a infrangere il record dei Bulls, ma Green qui dice che, con l’attenzione dei media esclusivamente su quello, è inevitabile pensarci. Kerr vuole che si concentrino su quello che succederà nella postseason, mentre Green parla della noia in stagione regolare. Prima delle sconfitte con i Celtics e Timberwolves, queste differenti prospettive erano in contrasto l’una con l’altra, ma la necessità di avere un quattro vittorie nelle prossime gare, contro due team da playoff, le sta in qualche modo unendo.

Il più grande problema con il modo in cui la gente ha visto l’allungo dei Warriors è il fatto che potessero scambiare con una sorta di baratto il record delle vittorie con la conquista del campionato. Rinunceresti alle 73 vittorie, o anche le 72, per avere la certezza di vincere il campionato? Sì. Pensandoci meno di quanto ci mette Curry a tirare.

Ma non è così che funziona. Golden State potrebbe sotterrare l’ascia di guerra, far riposare i suoi giocatori, fare 2-2, finire con 71 vittorie e non vincere il campionato. Oppure potrebbe accelerare, andare sul 4-0 abbattendo gli Spurs e i Grizzlies e, di nuovo, non vincere il campionato. Non c’è un do ut des tra vittorie e anelli. C’è, invece, una sorta di area grigia che prevede un impegno equilibrato nell’immediato futuro per una ricompensa più grande un domani – senza nessun nesso apparente tra una cosa e l’altra – che è dove noi stessi passiamo la maggior parte delle nostre vite. Possiamo controllare i parametri di alcune cose, ma quelle davvero importanti (colloqui, primi appuntamenti, vacanze, matrimoni, nascite) potrebbero anche beneficiare di tutta questa preparazione, ma non ne sono in alcun modo vincolati.

Kerr e i suoi giocatori senza dubbio hanno combattuto a lungo per arrivare a questo equilibrio durante la volata finale. Come trovi un compromesso? Come puoi essere consapevole dell’essere a un passo dal raggiungere un risultato storico e allo stesso modo soppesare e considerare l’obiettivo finale, che comunque arriverebbe dopo un percorso complicato e tortuoso? In questo senso, le recenti sconfitte contro Boston e Minnesota potrebbero essere un dono, una forza rinvigorente che non permetterà al team di andare 3-1 o 2-2 e comunque finire nei libri dei record.

Tecnicamente, Kerr ha ragione: i campionati durano per sempre. Ma potrebbero anche non vincere più partite ora, e il risultato finale è comunque tutt’altro che scontato. Come questi Golden State Warriors saranno ricordati non lo possono decidere loro. Sono, sostanzialmente, non quelli che scriveranno la storia ma, con il traguardo delle 73 vittorie a un passo da loro, potranno almeno essere quelli che la faranno.

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