Rolling Stone Italia

L’urlo di Daniel Hackett, un ribelle di cui non si può fare a meno

Ha trascinato l’Armani Olimpia Milano al primo scudetto in 18 anni. Ha un'energia da campione , che, ora, può scuotere anche il tuo telefonino.

Se il basket fosse il calcio, Daniel Hackett potrebbe essere il nuovo Francesco Totti. Ma tutti lo trattano come se fosse un capriccioso Balotelli. Ventisette anni, carattere da uomo squadra, nella scorsa stagione ha trascinato l’Olimpia Milano al primo scudetto dal 1996. Quest’anno, invece, ha passato i primi tre mesi di campionato italiano in tribuna, in punizione per essersene andato da un ritiro della Nazionale a metà luglio.

«Volevano farmi allenare, ma io sentivo che il mio fisico non era a posto e ho avuto una reazione di orgoglio», dice lui, che si è beccato le prediche di tutti ed è stato scaricato dai compagni con una lettera firmata dall’intera squadra: “In Nazionale c’è un codice di rispetto che lui ha infranto”, hanno scritto – dopo aver premesso di “non voler essere giudici di nessuno”, nemmeno di quel playmaker con dread e tatuaggi che quando parla di sé dice di essere «un birichino».

Hackett è un incrocio di contraddizioni. Ha il sangue del campione americano (il padre Rudy, ex giocatore professionista negli Usa e in Italia, ora allenatore) e l’accento della mamma Katia, di Imola, rivisto in chiave pesarese. Ha un nome straniero che pronuncia all’italiana – “Daniel”, non “Deniel”. È diventato grande a Los Angeles, ma quando dice “casa” pensa a Pesaro, la città dove è cresciuto. E ha passato un inverno strano: è il playmaker della squadra in cima alla classifica, la EA7 Emporio Armani Olimpia, e sente di non essere mai stato meglio, ma per mesi ha potuto giocare solo nell’Eurolega, la vecchia Coppa dei campioni del basket.

In Italia era in castigo, per colpa della lite in Nazionale. Ha fatto il bravo, ha tenuto la bocca chiusa, ma non ha rinunciato al carattere. «Qual è il mio ruolo? Sono quello che cerca di vincere le partite», mi dice, allargando un sorriso, dopo un allenamento. È seduto su una panca della sala pesi. Parla con calma, tiene a bada le parole. Ma ogni tanto non ce la fa, è più forte di lui. «In campo so fare di tutto, ma soprattutto so mettere a loro agio i miei compagni. A volte li scuoto con un urlo o trovo una parola in più».

Sono quello che cerca di vincere le partite. in campo so fare di tutto e metto a loro agio i miei compagni

Quando hai scoperto di essere carismatico?
A 11 anni un allenatore delle giovanili pesaresi mi aveva detto: “Hai una grande dote di leadership, la svilupperai col tempo”.

E tu?
Mah, non capivo, pensavo che fosse tutto il contrario. Mi incazzavo coi compagni perché mi sembrava che non mi ascoltasse mai nessuno. È una frase che ho capito quando sono tornato a giocare a Pesaro (nel 2010, dopo 7 anni nella squadra della University of Southern California e uno Treviso, ndr). La responsabilità di giocare per la mia città, davanti ai miei tifosi e ai miei amici, mi ha fatto sentire in dovere di essere un leader. Di essere il giocatore della città.

Dred e tatuaggi fanno parte della voglia di essere un’icona?
È la parte ribelle di me che è nata negli Stati Uniti. Sono cose che prima di vivere in California non mi interessavano. Los Angeles mi ha cambiato, mi ha fatto sentire dentro il sangue della cultura nera.

 

Daniel Hackett mostra i suoi tatuaggi da bad boy – Foto di Rocco Toscani

“Son of God”, sulla gola, è l’ultimo tatuaggio?
Sì, l’ho fatto quest’autunno, il periodo più buio della mia carriera.

È il più vistoso.
Ed è quello che ha il significato più forte: essere figlio di Dio, che è l’unica cosa che mi stava aiutando in quel momento. Volevo evidenziare che stavo ritrovando la fede nel Signore.

Cosa vuol dire che stai ritrovando la fede?
Ho sempre avuto un bel rapporto con il Signore, con la potenza che sta sopra di noi. Ma vado raramente in chiesa: la mia è una fede senza definizioni. L’ho sviluppata quando andavo alla high school, che era cattolica, in America. Vado raramente in chiesa. Sono cresciuto credendo che la fede dobbiamo costruircela da soli.

L’hai respirata in famiglia?
Me l’ha trasmessa papà. Lui legge la Bibbia, ha un credo molto personale. Io spesso ho peccato e cerco di confessarlo a chi sta lassù. Per un periodo mi sono perso, ho mollato. Non pregavo, mi lasciavo andare e ho sentito il bisogno di ritrovare la fede e di farmi questo tatuaggio sulla gola. Sai, la lunghezza della stagione porta il tuo corpo a soffrire. L’anno scorso sono stato rallentato da paio di infortuni e nonostante lo scudetto vinto, alla fine, ho perso un po’ di fiducia in me stesso.

È per questo che non volevi allenarti con la Nazionale.
Volevo staccare il giorno dello scudetto e ritrovare i compagni al ritiro di inizio stagione. Avevo finito il 27 giugno e 15 giorni dopo ci chiedevano di allenarci di nuovo.

Perciò te ne sei andato dal ritiro, beccandoti sei mesi di squalifica (poi ridotti a tre).
Diciamo che mi sono allontanato per un caffè, poi tutto è andato a rotoli (ride). Ho avuto una reazione di orgoglio. Non volevo mettere a rischio la mia carriera con troppi allenamenti perché avevo problemi fisici. Così ho fatto la cazzata di prendere e andarmene.

Che cosa è la Nazionale per te?
È sempre stata qualcosa di complicato, non perché non abbia rispetto per la nazione o per la maglia, ma per la mia storia. Non è stato facile crescere da ragazzo di colore in Italia. Le prese in giro, da piccolo, possono essere brutali. E poi gli anni in America mi hanno staccato un po’ dall’Italia. Però penso di aver sempre dato del mio meglio, ho sempre visto la Nazionale come un motivo di orgoglio.

Negli ultimi mesi, però, non hai potuto farne parte.
Ho fatto una cazzata e voglio voltare pagina. Ho già subito la punizione più grande: non poter giocare.

Guardare gli altri dalla tribuna che effetto ti fa?
Mi fermo a riflettere. Penso alla mia carriera, ai miei errori ma anche alle cose buone che ho fatto.

Vieni raccontato come un bad boy.
Ma la mia passione per il gioco non si discute.

È vero che entravi nei campetti fin da piccolo?
Sempre, fin da quando papà allenava a Forlì e io ero piccolissimo. Nell’intervallo entravo in campo e rubavo la palla. Nei campetti è sempre stato così: sono cresciuto provando a giocare con gente più grande di me.

Qual è la cosa che ti dà più soddisfazione nel basket?
La gioia del risultato. La sensazione che hai quando torni nello spogliatoio e capisci che la preparazione della settimana ha pagato.

La scarica che hai dopo.
Sì, vedere i compagni felici nello spogliatoio dà una sensazione più bella di un canestro incredibile. La partita invece la vedo come un film: scorre veloce, non hai tempo di fermarti a capire dove sei. È una successione di schemi, un film che va. Ma nel finale, quando ripensi a tutto, allora sì, te la godi.

Daniel Hackett e l’Armani Olimpia Milano in un momento di raccoglimento prepartita – Foto di Rocco Toscani

Come funziona la preparazione?
hackett Cominci a percepire il clima partita quando ti alleni contro gli schemi avversari, dal giovedì. Poi vai nella città in cui giocherai e il programma è il solito: l’hotel, la cena, i video degli avversari. Al mattino della partita c’è la routine di tiro, la rifinitura sul campo, la gara del tiro da metà campo con scommesse.

La vinci?
Io non tiro mai. Mi tengo fuori dalla scommessina.

Perché? Ti ha portato sfortuna?
Diciamo che non ho mai contante in tasca, dai.

Poi si pranza.
E i giocatori si ammutoliscono. C’è chi ascolta la musica, chi prega. Io ascolto la musica. Non ho una playlist, vado sulla sensazione del momento. Sto su dance e hip hop.

Cosa ascolti di più?
Hip hop americano: Jay Z, Kanye West, Pharrell Williams, J. Cole. Sono ritmi che vanno bene con la pallacanestro. Ho conosciuto Ghemon e Mondo Marcio, con i quali sono diventato molto amico. Mi piace la loro musica. Mi hanno avvicinato al rap italiano di cui non conoscevo veramente nulla.

Come è stato tornare in Italia dopo gli anni in California?
È stata un’avventura. Non facevo un inverno in Italia da 7 anni. Sono passato da una città multietnica e aperta come Los Angeles a Treviso, che è una città stupenda, ma piccola e freddina.

Insomma, ti divertivi di più a Los Angeles?
Mi divertivo di più a Los Angeles.

Ma più passano gli anni e più è difficile che tu torni a giocare negli Stati Uniti. Giusto?
No, nel mio caso sento che la porta per entrare nell’Nba si stia allargando. L’età è un limite, ma la mia maturazione tecnica dimostra che posso giocare in quel mondo.

Hai detto che l’Nba per te è come la lepre per il levriero.
È uno stimolo a dimostrare che sei di un altro pianeta. Che la tua pallacanestro ha avuto il suo sviluppo in Italia e che sei pronto a fare il salto per andare di là. Spero che qualcuno se ne accorga.

Chi se ne deve accorgere?
Qualche allenatore americano.

Cosa ti manca per entrare in Nba?
Non so quale altra evoluzione possa avere il mio gioco. C’è un piccolo ostacolo a livello fisico: un playmaker – che è portatore di palla e impostatore di gioco – alto quasi due metri si trova in grossa difficoltà contro giocatori di 1,75 m che sono dei razzi.

Cosa vuol dire crescere avendo dentro di sé il sangue di un campione?
Non è facile. Mio padre è conosciuto in tutta Italia come un lavoratore incredibile, che ha avuto bei rapporti con tutte le squadre con cui ha giocato.

La gente te ne parla?
Mi fermano e mi dicono: “Tuo padre era così, perché tu invece sei tatuato, birichino, rompicoglioni?”. Io sono cresciuto in modo diverso. Non è stato facile, ma poi è stato bello vedere come Daniel è cresciuto rispetto a come Rudy è stato. Lui è stato bravo a incanalarmi nella direzione giusta e poi a lasciarmi andare. È stato il suo dono più bello.

Quando non giochi vai a giocare in qualche campetto?
A Milano ancora no, a Pesaro sì, fino ai 22 anni ho passato estati intere a giocare al nostro campetto, quello di Cristo Re. Abbiamo una comunità di circa 100 ragazzi che ogni giorno, dalle tre e mezza del pomeriggio sotto il sole fino alle sette e mezza di sera, giocano quattro contro quattro. E giocano, giocano, giocano.

Abbiamo… chi?
Siamo una grande famiglia, abbiamo un sito, una chat su WhatsApp. Ci siamo stretti dopo la morte in un incidente di uno degli amici con cui giocavamo ogni giorno.

Come ti piace giocare al campetto?
Il quattro contro quattro a metà campo è il massimo, perché lo possono giocare tutti, dal nonno di 55 anni che arriva in ciabatte e costume alle ragazze. Basta saper giocare.

Cos’è che ti rilassa?
La pesca. Ma di fiume e di lago – acqua dolce. Le barche non fanno per me, soffro il mal di mare.

E cosa peschi?
Carpe, carassi, cavedani, barbi, pesci gatto. Quando ero piccolo, nel fine settimana, papà allenava e piuttosto che restare a casa da solo con mamma andavo volentieri col Lele, il vicino di casa che mi ha insegnato a pescare.

Poi lo cucini, il pesce?
No, lo pesco e lo rilascio. Pesco solo per la passione di fregare il pesce. Anche quello, in fondo, è un uno contro uno.

Questa intervista è presente sul numero di febbraio.
Leggi l’edizione digitale di Rolling Stone. Basta cliccare sulle icone che trovi qui sotto.

Iscriviti