Champions League: i quarti di finale visti dagli spogliatoi di Barcellona

I bianconeri ci hanno portato a vedere Barcellona – Juventus. Prima di piazzarci (di nuovo) tutti davanti alla tv, ecco cosa ci è successo

Barcellona è una città che di rincorse impossibili ne ha viste parecchie: c’è quella di Joan Gaspart – ex-presidente del Barcellona – che nel 1965 si è scapicollato per prestare i suoi pantaloni a John Lennon, impegnato con i Beatles in quello che sarà il loro unico concerto nella città catalana. C’è quella di Giulia y los Tellarinis, che nel 2007 hanno lanciato una copia del loro disco nella hall dell’Hotel Arts, dove alloggiava Woody Allen. Il regista, colpito dal gesto, decide di inserire due brani della band – Barcelona e La Ley del Retiro -, nella colonna sonora del film che stava girando, Vicky Cristina Barcelona.

C’è quella dei tifosi riuniti al concerto dei Manel per festeggiare il compleanno di Pep Guardiola e “costringerlo” a firmare il rinnovo del contratto – la richiesta fu fatta direttamente dal palcoscenico. E poi, ovviamente, c’è la rincorsa sportiva dell’anno, quella remuntada conquistata ai danni di un PSG incomprensibile, stregato dai 90.000 del Camp Nou e da una notte che sembrava aver “condannato” i catalani alla vittoria dell’ennesima coppa dalle grandi orecchie.

È lì, nello stadio più capiente d’Europa, che siamo diretti. L’occasione è quella del ritorno dei quarti di finale di Champions League: Barcellona – Juventus. I catalani sono chiamati a ripetere l’impresa, rimontando tre gol alla squadra campione d’Italia famosa soprattutto per la sua tenuta difensiva.

Siamo volati a Barcellona proprio con i bianconeri, su un volo di linea su cui sono saliti in maniera ordinata. Il primo è Leonardo Bonucci e la sua è solo una di molte facce serie, concentrate. Durante il breve tragitto che ci ha portato a Barcellona, infatti, non ho potuto far altro che pensare a questo: la Juventus è una squadra seria, anche troppo.

Persino i sudamericani, che si dice siano l’anima caciarona di un po’ tutti gli spogliatoi europei, si concedono al massimo un paio di occhiali da sole appariscenti. A qualcuno cade il cellulare e Mandzukic lo restituisce con un dolcissimo colpo di sinistro. Stipati uno sull’altro in seconda classe, i giocatori della Juventus sembrano una scolaresca un po’ sovradimensionata.

La Jeep Renegade su cui abbiamo esplorato le strade di Barcellona. Foto di Mattia Zoppellaro

Le nostre strade si sono separate poco dopo l’atterraggio: loro dovranno preparare gli ultimi dettagli della partita, noi saremo impegnati in un giro per la Ciutat Vella (la città vecchia) a bordo di una delicatissima Jeep Renegade bianconera, accompagnati da una selezione musicale curata da alcuni giocatori juventini.

I pochi tifosi del Barça che si sono avvicinati incuriositi all’auto si sono ritrovati ad ascoltare Propuesta Indecente di Romeo Santos, e nessuno se l’è presa più di tanto. Ci è andata bene. «Rispetto alla settimana prima della partita con il PSG l’atmosfera è molto più normale. Prima di quella sera tutta la città era addobbata con i colori del Barça, stavolta sembra che neanche loro ci credano più di tanto», mi dice Matteo, un ragazzo italiano che vive e lavora qui da anni.

La città, infatti, sembra un po’ indifferente. A parte qualche striscione appeso alle finestre – “Paura mai, rispetto sempre – ma non troppo”-, non sembra una giornata da Champions League.

Un tifoso blaugrana fuori dal bar La Masia. Foto di Mattia Zoppellaro

Siamo partiti da quello che una volta era chiamato il barrio xino, la zona più a ovest della città vecchia: Raval. Questo quartiere, un tempo sovraffollato e con una brutta fama, è resuscitato nel corso degli anni ’90, soprattutto dopo la costruzione del MACBA, il museo di arte contemporanea.

La zona ha mantenuto molto delle sue origini umili, ora mescolate con gallerie d’arte, locali e attività tutte diverse tra di loro: qui convivono pakistani, indiani, arabi e sud americani. Le vie di Raval hanno un fascino particolare, fumoso, pieno di colori. La sera, incastrati nei vicoli del quartiere, è facile imbattersi in locali come il Big Bang, un piccolo club dove si alternano jazz, rock, serate open mic e musica tradizionale.

Attraversare le stradine intorno a Placa de Catalunya con una macchina di queste dimensioni non è stato facilissimo, e un tifoso ha minacciato di tirarci addosso il carrello su cui trasportava alcune casse. Siamo al bar La Masia, luogo di ritrovo di moltissimi tifosi del Barcellona. Qui l’atmosfera è di prepartita costante.

«Questa sarà una partita difficile, ma vinceremo 5-0», mi ha detto Iago, un tifoso presissimo dalla lettura de El Mundo Deportivo, il quotidiano sportivo più antico di Spagna. Il titolo? Podemos! «La nostra è una squadra di rockstar, soprattutto Neymar. Siamo anche felici di ritrovare Dani Alves, ho visto che ha baciato il simbolo della squadra».

Il Born – la seconda tappa segnata sul nostro programma – è un quartiere labirintico. Qui si tenevano tutti i tornei medievali e le feste popolari. Zona di viaggiatori e di scambi, oggi è un quartiere pieno di vita, addobbato da botteghe di piccoli artisti e locali di tutti i tipi. Ci siamo diretti verso il Mercat del Born, ex-mercato rionale trasformato in centro culturale cittadino. Qui, nel cuore di una delle zone più futuriste della città, sono conservati i resti della Barcellona del 700, una città che non c’è più.

Il Mercat del Born, foto di Mattia Zoppellaro

Prima di dirigerci al Camp Nou, decidiamo di attraversare il lungomare della Barceloneta, dove abbiamo trovato un’atmosfera più colorata. Qui ci sono moltissimi tifosi e si possono sentire i primi cori. Questa zona di pescatori è stata trasformata nel paradiso del turista: oltre ai ristoranti con vista, all’acquario e ai vari locali, però, sono sopravvissute vecchie strade da villaggio sospese nel passato.

Dal lungomare ci siamo diretti verso lo stadio. Mancano ormai poche ore all’inizio della partita, e Barcellona adesso è ricoperta di bandiere blaugrana e invasa dai tifosi in cammino verso il terreno di gioco. «Questa squadra ha fatto davvero di tutto, ma non mi sembra che ci credano davvero», mi dice Isidoro, un programmatore spagnolo in città per vedere la partita.

Una volta entrati al Camp Nou, però, tutti i dubbi sulle convinzioni catalane sono spariti. L’impatto visivo – e acustico – dei colori, dei tamburi e dei cori convincerebbe chiunque a fare qualsiasi cosa. Alla prima accelerazione palla al piede di Messi lo stadio ha avuto un mancamento, come se il terreno di gioco si fosse improvvisamente inclinato per agevolare la corsa del campione argentino. Purtroppo per i catalani, però, le giocate di Messi e Neymar non riescono mai a concretizzarsi. La difesa della Juventus è forte, e nonostante in qualche occasione abbia scricchiolato, il risultato è rimasto inchiodato sullo 0-0.

Un dettaglio della Jeep Renegade su cui abbiamo esplorato la città. Foto di Mattia Zoppellaro

«Li stanno salutando, questo è una specie di addio», mi dice Isidoro intorno al 15′ del secondo tempo. Nonostante il sostegno dei tifosi fosse impressionante, infatti, la partita non si è mai sbloccata. Alcuni giocatori del Barcellona hanno lasciato il campo visibilmente commossi, colpiti dal calore di un pubblico che ha trasformato l’amarezza dell’eliminazione in una celebrazione dei suoi campioni.

Durante il volo di ritorno, per fortuna, la Juventus si è concessa persino qualche cuscinata. In fondo tornare dal Camp Nou a reti bianche non è cosa da poco. L’umore è decisamente alto, anche se è evidente che i festeggiamenti veri e propri siano stati la notte prima. Qualcuno concede delle foto, qualcun altro si ferma a scambiare due parole.

Viene da chiedersi come si faccia a preparare partite così. Lo chiedo a un giocatore della Juventus: «Eh, diciamo che ho dormito poco», mi risponde. E come si festeggia? «Eh, diciamo che ho dormito poco».