«Andrei in guerra per i miei compagni», l’urlo di Radja Nainggolan

Abbiamo parlato con il desiderio di tutti i tifosi (e di tutte le tifose) di calcio, che ci ha raccontato il suo codice da ninja
Il ninja del centrocampo della Roma

Il ninja del centrocampo della Roma


Ventisette anni, centrocampista tignoso ed elegante, chirurgico persino, capace di sradicare il pallone dai piedi di chiunque, Radja Nainggolan porta la maglia della Roma ed è per tutti “il ninja”. Anche per via del suo aspetto. Nato ad Anversa, madre belga e padre indonesiano scappato in fretta, molto calcio di strada, Radja ha attualmente una cresta variamente colorata sulla testa, e una cinquantina di tatuaggi su tutto il corpo. L’aspetto guerriero lo mette da sempre in buona luce con i tifosi romani, severi guardiani dei propri calciatori alle prese con le mollezze della capitale. Come per quasi tutti i cattivi in campo, non serve aggiungere che è un gran bravo ragazzo.

Quest’estate girava in Rete un filmato: “Nainggolan si scatena a Ibiza”. Che cosa è successo?
Esagerati. È stata una bella serata. Una festa che cominciava in spiaggia e poi si spostava in discoteca.

Tu sei ancora uno di quei “calciatori da discoteca”? Hai moglie e figlia, adesso.
Sì, lo sono ancora. Non ho voglia di stare tutte le sere a casa come altri che fanno solo casa-campo-casa-campo. Penso che nei momenti giusti bisogna godersi la vita e ogni tanto scatenarsi un po’.

Ti hanno mai rimproverato per questo? Dirigenti, tifosi…
No, mai. Forse perché ho scelto i momenti giusti per divertirmi.

Quest’anno sei stato avvistato al concerto di Snoop Dogg e a quello di Stromae.
Quante cose si sanno di me… Stromae l’ho conosciuto partecipando con tutta la Nazionale belga a un suo videoclip, prima del Mondiale 2014. Del concerto di Snoop Dogg ho avuto i biglietti in regalo e ci sono andato.

È la musica che ascolti di solito?
Sì, è piu rilassante rispetto al bum bum della house.

Sei nato ad Anversa, città di moda e musica.
Non ho tanto tempo per tornarci, giusto quando gioco in Nazionale. È una città molto viva, non così diversa da Milano o Roma. Vabbè, fa molto più freddo. Se mi chiedi di dove sono ti dirò sempre di Anversa, perché ci sono cresciuto. Ma penso che ormai il mio futuro sarà in Italia, sono troppo legato a questo Paese.

Quest’estate sei tornato in Indonesia, il Paese di tuo padre.
Mio padre l’ho conosciuto poco, quindi è stata una bella esperienza, sono stato contento di tornarci in tournée con la squadra. C’ero stato anche l’anno scorso, in tre o quattro città, nei posti ricchi e in quelli poveri, con la gente che dorme per strada.

Quando hai cominciato a giocare come Nainggolan?
Ho sempre giocato così. Da piccolo coprivo ruoli più offensivi, perché i ragazzini vogliono fare sempre gol. Ma sono uno che ha lottato sempre per ottenere qualcosa, e non mi sono mai fermato, neanche adesso che gioco in una grande squadra.

In questi anni hai capito se c’è un rapporto tra il modo in cui uno sta in campo e il modo in cui vive fuori dal campo?
Ho capito che finché uno va bene in campo va bene anche fuori. Fuori dal campo io non faccio danni, non faccio male a nessuno. Vivo la mia vita, mi diverto, mi vedono in giro.

Nel calcio la grinta può risolvere tutto?
A me piacciono i giocatori così. Però è sempre importante giocare accanto a giocatori tecnici, bravi, abili.

Allora la grinta è importante nello spogliatoio.
Io sarei uno che va d’accordo con tutti. Ma in campo voglio solo vincere, e ogni tanto può esserci qualche battibecco con chi non mi segue. E tutto finisce lì. Comunque, quando c’è da dire una cosa la dico tranquillamente.

Meglio dirle, le cose.
Meglio dirle, così si migliora tutti insieme. Sennò sei uno finto, e una squadra finta non vince.

Hai conosciuto tanti giocatori “finti”, come dici tu?
Non lo so. Parlo per me: io sono uno che anche quando gioca la partitella con gli amici vuole vincere. E purtroppo, quando qualcosa non va, lo voglio far capire a tutti.

“Purtroppo”, dici? Sei uno che anche su Twitter non le manda a dire.
Twitter è importante per stare in contatto con i tifosi. È vero, alle provocazioni rispondo spesso. Io sono così. Devo essere rispettato, sia come giocatore che come persona.

Lo gestisci tu, il tuo account Twitter, o ti fai aiutare?
Faccio tutto io.

Beh, una volta ti insultavano da in cima alla curva…
Ti mandano a quel paese ovunque, e se lasci sempre perdere non va bene. Ogni tanto rispondo: fa capire il carattere della persona. Una squadra di calcio è come una famiglia: stai tutti i giorni insieme, vivi insieme… se insultano un mio compagno, io lo difendo. Io vado in guerra per i miei compagni, lo faccio per vincere la partita e lo faccio anche quando si perde.

I tatuaggi e la cresta sono il tuo costume di scena? Li avresti anche se non fossi diventato così famoso?
Non ti posso rispondere. Quando giocavo a Piacenza e non ero nessuno ho cominciato a farmi i tatuaggi sul braccio. Forse allora non pensavo di farne così tanti, ma quando cominci viene automatico.

La scorsa stagione hai indossato i lacci arcobaleno alle scarpe, per protesta contro l’omofobia.
Niente di strano. Mia sorella Riana (gemella, ndr) sta con una donna, io la vedo felice e accetto la sua felicità. Per me è importante che possa star bene e vivere come le pare.

Riana gioca a calcio, vive con te a Casal Palocco. Ci vai mai in centro a Roma?
Conosco tutti i locali. Chiaro che, girando a piedi, se qualcuno mi riconosce sono morto. Però mi piace fare shopping, allora mi incappuccio e faccio una passeggiata in centro.

So che quando giocavi nel Cagliari vivevi in un paesino.
Era un po’ come Casal Palocco: ci si conosceva tutti e al bar ci si salutava.

E si parlava di calcio.
No, no! Al bar io sto tranquillo.

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di settembre.
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