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Ad10s e grazie di tutto, Diego Armando Maradona

Se ne va il più grande, il più pazzo, il più autolesionista, il più raccontato, il più amato, il più odiato, il più appassionato, il più puro, il più dolente, il più geniale campione che il calcio, lo sport abbia avuto. Se ne va perché si è fermata l’unica cosa che aveva più grande del piede sinistro: il cuore

Foto: Etsuo Hara/Getty Images

Il mondo da oggi si dividerà in due. Quelli che piangono Diego Armando Maradona e gli altri. Chi scrive è qui a provare a far capire agli altri l’inspiegabile. Nessuno può comprendere davvero come sta chi ha amato, senza riserve, il più grande di tutti. In tutto: nello sport, nell’amore, nell’odio – è riuscito a litigare con tutti e tutte, dai suoi presidenti, di club e della Repubblica, alle figlie –, nella follia, nei vizi, nelle passioni politiche e sociali.

Lo ha spiegato, forse, meglio di tutti, Paolo Sorrentino, che ha dedicato anche (e, mi permetto di interpretare il suo animo, soprattutto) a lui un Oscar, «perché ci ha insegnato la bellezza». Due giorni fa ricordavamo il terribile terremoto dell’Irpinia. Anche quello, se non c’eri, se non l’hai vissuto, se non lo hai almeno sentito raccontare da chi ami, non puoi capire cosa sia stato. Napoli, quando arrivò Diego Armando Maradona, era in ginocchio. Gli anni ’80, quelli della Milano da bere, al Sud erano una bevanda avvelenata. Napoli era una città morente, sepolta dalla spazzatura, dalla criminalità, dalla rabbia, dal terrorismo, attraversata dal colera e dalla povertà. E squassata appunto da un terremoto che sembrava essere stato il colpo di grazia. Anni bui, e in quel 1984 Napoli era in coma. Così l’Argentina. Il minorenne Diego inizia a splendere che c’è ancora la dittatura, quella che i ragazzi come lui li buttava legati giù da un aereo e li faceva ritrovare cadaveri, spiaggiati, in Uruguay. Maradona, in due posti dimenticati da Dio e dall’uomo, anzi peggio, maledetti, sia pur bellissimi e pieni di cultura, meraviglie e talenti e passioni, ma sepolti dall’orrore, ha portato la luce. Senza chiedere nulla in cambio.

Ha portato la gioia in uno sport che stava perdendo la sua innocenza – tra calcioscommesse e l’arrivo dei grandi capitali – e lui rimetteva al centro l’infantile entusiasmo di un gol, di un assist, di una vittoria impossibile dove mai si era trionfato. Eppure è stato il primo divo strapagato (5 miliardi dal Napoli, altrettanti dagli sponsor, tanto da dover aprire una società sua, la DIARMA). Ha dato agli ultimi la consapevolezza che, se trovavi un genio che sceglieva col cuore e non con il cervello e la calcolatrice, anche chi non poteva e doveva vincere ce l’avrebbe fatta. Ai napoletani e agli argentini – per capire quell’amore recuperate Maradonapoli di Alessio Maria Federici, che ha documentato non la sua vita, ma la fedeltà e la passione di una città per il suo dio con dolcezza e precisione – Diego ha detto che tutto era possibile e bisognava lottare per prenderselo. Ha detto che nonostante la corruzione, il dolore, lo sconforto si poteva sorridere e godere della bellezza. E soprattutto, prendersela. Anzi meglio, goderne tutti.

Come faccio a spiegarvi che noi che lo amiamo da sempre e per sempre, di Maradona ricorderemo i gol, sì, ma per ultimi. E invece ci torneranno in mente gli abbracci ai compagni piangenti, quelli che hanno sbagliato, le esultanze da campetto sotto casa, l’urlo dopo lo scudetto azzurro «qui ho vinto a casa mia, la coppa del Mondo l’ho vinta in Messico», l’incapacità di imbrogliare, di simulare, di tradire il suo gioco, se non nel modo più bambinesco possibile, con una mano che ora è celebrata con una statua nello stadio Azteca, a Città del Messico. Perché quel “furto” è ciò che di più innocente esista, la famosa Mano de D10S, è il calcio che è gioco e non baraccone, è gioia e non serbatoio di denaro. Maradona è Stribor Kusturica che nel film del padre Emir, Maradona by Kusturica, dice emozionato, a Belgrado, in aeroporto «Ho messo la camicia per la prima volta in vita mia, perché quando incontri Dio è giusto farlo», è Manu Chao che nello stesso film gli canta La vida tombola, come fosse una serenata timida e adorante. O è lui, Diego, che canta La mano de Dios di Rodrigo Bueno, il suo inno, con la moglie e le figlie, svelando in uno sguardo solo e disperato (come quello recuperato da Asif Kapadia nel suo documentario, a una festa, solo a un tavolo), ma al contempo felice e innamorato di tutto e tutti, tranne che probabilmente di se stesso, tutta la sua essenza, la sua purezza, la sua fragile forza.



Diego va raccontato in musica: aveva gli assoli, le armonie, i colpi di genio, la capacità di portarti in cielo in pochi secondi, la velocità e la perfezione di un Jimi Hendrix nel fare movimenti che altri nemmeno potevano immaginare. Ha sbagliato, e tanto. Ma solo contro se stesso. Agli altri ha dato solo stupore, fantastici momenti di sport, ai napoletani gioie indicibili. Ci ha insegnato cos’è il calcio, perché lui ne è l’essenza pulsante, ci ha mostrato che si può cadere e rialzarsi, anche quando sembra impossibile. Una sera ho riunito in una cena (le Cinecene, che faccio con la chef Kaba Corapi, nda) tutti i film a lui dedicati, ispirati, che lo raccontano. Erano quasi trenta. E quasi tutti non parlavano di lui – come fai, a raccontare un dio? –, ma di come il suo esempio, la sua passione, il sogno che ha incarnato per tutti, diventando un incubo per se stesso, possa rendere anche le vite di altri meravigliose. «Io sono la mia colpa e non posso rimediare». Lo dice Maradona a Kusturica, un attimo prima che partano le note di Manu Chao (che con i Mano Negra lo beatificò con Santa Maradona), come se lui si fosse sacrificato per darci gioie che nessuno ha saputo restituirgli.

Maradona era un duro – provate voi a resistere a tutto quello che ha preso, a tutto ciò che gli hanno fatto, a tutto ciò che ha affrontato senza abbassare la testa, e sopravvivere fino a 60 anni – ma soprattutto un puro. Lo descrisse in poche parole e meravigliosamente in tutto il suo candore il suo primo allenatore Don Francis Cornejo, con la frase geniale che il fuoriclasse fece sua «se Diego fosse a un matrimonio vestito di uno smoking bianco e arrivasse una palla sporca di fango, la stopperebbe di petto». Quella purezza che, ancora lui, Sorrentino, che gli dedica il film che ha appena finito di girare (la storia struggente di come el Diez gli ha salvato la vita), racconta in Youth – La giovinezza. Il campione argentino è in rehab con i protagonisti, in piscina, che parlano di mancini. Lui si avvicina e dice «Anche io sono mancino». Ammutolendo i due: mancino e Maradona sono semplicemente due sinonimi, tutti sanno chi è, cos’è, che ha fatto.

Ma lui no, sognava solo di essere una persona normale, anche se proprio al suo aedo, Gianni Minà, regalò la frase che divenne poi la firma sull’enciclopedica opera del giornalista sul campione: «Non sarò mai un uomo comune». No, mai. Neanche ora, che per te ci saranno tre giorni di lutto nazionale, forse perché sperano, anzi sanno, che dopo quei tre giorni d10s risorgerà. È stata la tua maledizione e la nostra benedizione. Lo racconta splendidamente Marco Risi nel finale del suo sfortunato film Maradona – La mano de Dios. Un Marco Leonardi monumentale, reso irriconoscibile dal trucco, enorme e informe, racconta il Dieci in uno dei suoi ricoveri. Piangendo e ridendo dice a Claudia Villafañe, la donna della sua vita: «Claudia, qui c’è chi dice che è Napoleone. E tutti gli credono. Un altro che dice che è il Papa. E che tutti gli credono. E io dico che sono Maradona. E non mi crede nessuno. Nessuno».

Non lo eri normale a Villa Fiorito, poverissimo e già fenomeno, non lo sei stato a Napoli, dove potevi uscire solo alle tre di notte senza essere sommerso dall’affetto dei tifosi – «e alle tre chi potevo incontrare?» –, non lo sei stato in questa vecchiaia troppo breve che ti ha visto infangato da chi è sempre stato troppo superficiale anche solo per capirti. Se ora vi riempite la bocca di tasse non pagate, della positività a USA ’94 che fu una trappola di Havelange e Blatter che ha sancito l’inizio del calcio moderno e l’assassinio di quello vero, se blaterate dei suoi eccessi, allora siete gli altri. Nulla di male, ma non sapete cosa vuol dire piangere come bambini un estraneo che vi ha reso più sensibili alla bellezza, che vi ha fatto credere che sì, migliorare il mondo era possibile, bastava crederci. E pazienza se lo hanno insultato, umiliato, a volte schiacciato, quando ci ha provato. Come quando con Éric Cantona, suo amico fraterno e sincero a cui promisi di non raccontare mai quanto Diego fosse speciale per lui, ha provato a fare il sindacato mondiale dei calciatori perché insieme avevano capito prima di altri come le mafie azzannassero generazioni di atleti del terzo mondo per farne carne da macello, come quando nessuno ha ricordato che a Napoli centinaia di milioni del suo stipendio andavano in beneficenza, per i bambini («Uno stadio solo di bambini, con due squadre solo di bambini, così vorrei giocare sempre») in particolare. Centinaia di milioni, ogni anno.

Maradona non è la Coppa del Mondo, non è i due scudetti a Napoli, la coppa U.E.F.A, non è la droga. Diego è il figlio che ha amato i genitori fino allo (e)stremo, è il padre appassionato e folle, è il calciatore generoso che impazzì e reagì violentemente sul campo solo quando lo stesso che stava per massacrargli la carriera con un nuovo fallo, Andoni Goikoetxea, ci riprovò, in Coppa del Re in Spagna. Dopo sei mesi di lavoro e dolore, otto ore di fisioterapia al giorno, sette giorni su sette e il 25% di invalidità alla caviglia sinistra. Diego è “hijos de puta” urlato a noi italiani che ci sporcammo fischiando l’inno di un Paese a Italia ’90, lui che difende l’Argentina che mai lo ha protetto. Diego è l’uomo che non ha mai fatto la scelta più conveniente, ma quella più giusta. Diego è l’uomo che disobbedisce a Ferlaino per una partita di beneficenza in un campo fangoso di periferia e riscatta la sua polizza assicurativa dalla Lloyd per poter giocare e raccogliere soldi una bambina malata portandosi dietro tutta la squadra. Diego è un gol in cui fa sparire e ricomparire la palla in una pozzanghera, più che la serpentina all’Inghilterra, è il gol a Tacconi in Napoli-Juve del campionato italiano, nel 1985, in cui un rigore diventa una punizione a due in area e lui dice a un compagno «Tranquillo, tanto segno lo stesso». E lo fa, anche se è impossibile ancora oggi, scientificamente, capire come quella traiettoria abbia potuto solo esistere. Diego sono i portieri – chiedete a Giovanni Galli – che prendono gol da lui e allargano le braccia, rassegnati ma anche ammirati.

Diego è più di un dio, è una filosofia di vita, è una visione, è un bug del sistema. E noi non abbiamo saputo proteggerlo da se stesso, anzi come tutti i mediocri lo abbiamo sepolto di (pre)giudizi. Un amico e un collega, Luca Svizzeretto, mi disse «se un giorno Maradona ti sparasse in pieno petto, le tue ultime parole sarebbero: non è stato lui». È vero e ho sempre pensato fosse un’idolatria inguaribile. Solo oggi capisco che è gratitudine: non sarei l’uomo che sono oggi, senza di lui. E non ho mai potuto ricambiare. Glielo dissi, un giorno, a Cannes (una storia troppo lunga da raccontare) e milioni di persone oggi hanno visto, come me, morire una parte di loro. Non morirà quel senso di colpa.

Diego, ora vai. Questo non era posto per te. Non credo all’aldilà. Ma, se mi sbaglio, io mi immagino una trinità assurda e sballata, di morti il 25 novembre. Tu, George Best e Fidel Castro. Finalmente liberi.

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