A Parigi, il primo giorno degli Europei

Come la capitale francese sta vivendo un evento importantissimo, con gli occhi di tutti puntati addosso
Anthony Martial è tra i più giovani convocati della Francia. Qui con la nuova divisa Nike Vapor della nazionale

Anthony Martial è tra i più giovani convocati della Francia. Qui con la nuova divisa Nike Vapor della nazionale


L’edizione 2016 degli Europei che si è aperta in Francia ieri sera è senza dubbio un’edizione un po’ diversa. Non si può far finta che l’alone del terrorismo che è planato su Parigi dopo Charlie Hebdo e gli attentati di novembre sia stato già lavato via del tutto. Non si può far finta che questi Europei non possano potenzialmente essere un obiettivo sensibile lungo 20 giorni e presente in nove città diverse (dieci, considerando Saint-Denis fuori Parigi).

Appena atterrato, mi capita tra le mani una copia del New York Times: il titolo di apertura è proprio sul momento di rischio che sta per attraversare la Francia. All’interno vengono riportati due passaggi, estrapolati da due discorsi diversi di Bernard Cazeneuve, ministro degli Interni francese. E no, non sono esattamente la prima cosa che uno vorrebbe leggere arrivato in città. Il primo dice “We must say the truth to the French people: 0 percent precautions means 100 percent risk, but 100 percent precautions does not mean 0 percent risk”, mentre il secondo, con una doppia negazione, “non garantiva” che non ci sarebbe stato un confronto con il terrorismo. Essere sinceri vuol dire anche causare delle preoccupazioni.

Preoccupazioni che sono aumentate, in qualche modo, dalla notizia dell’arresto di Gregoir Moutaux, che stava viaggiando tra Ucraina e Polonia con un carico d’armi. I servizi segreti di Kiev hanno subito messo in evidenza che il giovane francese volesse compiere un attentato agli Europei, mentre da Parigi hanno negato ogni legame con il terrorismo. Anche una notizia così, che sembra più un braccio di ferro di potere tra due Stati, può essere utile a capire il livello di allarme e di pressioni la Francia sta subendo in questo momento. In mezzo a tutto, ci si è messo anche uno sciopero pesantissimo con proteste continue e manifestazioni in tutta Parigi.

0 percent precautions means 100 percent risk, but 100 percent precautions does not mean 0 percent risk

Quella differenza messa in luce da Cazeneuve nel rapporto tra rischi e precauzioni mi ha fatto ritornare in mente un passaggio di quello che scriveva Massimo Coppola qui: cioè che l’Europa fosse diventata “un campo di battaglia a bassissima intensità con picchi improvvisi”. Non si può fare niente contro quella vibrazione di fondo. E a Parigi si avverte.

Arrivato alla partita, sono mimetizzato grazie a una maglia della Francia e arrivano gli “Allez les bleus” da tutte le parti. Lo Stade de France è a Saint-Denis, periferia francese, piena banlieu. La zona da cui arrivavano i terroristi di novembre, il luogo in cui ci sono stati i blitz più pesanti.

L’attacco, su più fronti, (proprio qui in zona, al Bataclan e in alcuni ristoranti) aveva scatenato una reazione diversa rispetto a Charlie Hebdo: se la prima volta il terrorismo aveva preso di mira un determinato nucleo di persone, a novembre invece aveva preso di mira tutte le persone. O meglio, quelle presenti in alcuni luoghi del tempo libero, tra cui uno stadio e un locale, entrambi pienissimi. La reazione, immediata, è stata quella di innalzare i livelli di sicurezza dovunque, in tutto il mondo: sono apparsi, per dirne una, metal detector anche nei club italiani.

Mi aspetterei una situazione simile e sono pronto a ore di coda, di controlli, di ispezioni. Ma capisco che la vicenda è tutta diversa. Qui non c’è paura, c’è la ferma convinzione di aver controllato tutto, aver spinto al minimo la percentuale di rischio di cui sopra. C’è la Francia che deve per forza aprirsi all’Europa, deve ospitare migliaia di tifosi e metterci la faccia. I controlli sono leggeri, la sensazione è che tutto sia già stato sistemato, messo in sicurezza, verificato. La polizia è schierata in assetto antisommossa, con piccole protezioni un po’ ovunque, e si muove come un esercito di piccoli robot. Ma non incrocio neanche uno di loro, sulla mia strada. Uno scan del biglietto, un paio di controlli alle borse, una rapida perquisizione e sono dentro allo stadio.

Lo show di apertura è emozionante, la partita anche, più per le quantità di occasioni sprecate che per le gioie del bel gioco. La Francia arranca, segna, poi si fa recuperare dalla Romania e tira fuori l’asso con il gol pazzesco di Bayet. Pogba, attesissimo, alla fine è un po’ sottotono. 2-1, la Francia inizia con il piede giusto un cammino che la vuole, per forza, tra le favorite.

Lasciando lo stadio c’è solo un attimo di agitazione, per l’uscita dei tifosi rumeni, comunque ospiti e comunque oggetto di “odio”, seppur sportivo, da parte dei francesi. Niente a che vedere con la situazione esplosiva di Marsiglia, dove due tifoserie caldissime, quella russa e quella inglese, si stanno scontrando da ore, in una città già abbastanza rude di suo.

Andando verso il parcheggio, finisco in mezzo a chi si sposta in metro: c’è una grande stazione della RER a pochi metri dallo stadio, si trova sotto un tunnel abbastanza largo e parecchio lungo. Qui sì, la polizia è disposta a guardare a vista tutto quello che succede. Ma tutto quello che succede è, in realtà, una piccola magia. Sotto quel tunnel, che per le sue dimensioni è una cassa di risonanza naturale, parte un coro. “Allons enfants de la Patrie, le jour de gloire est arrivé”. Avanti, figli della Patria. Il giorno di gloria è arrivato. E se in origine era un inno per festeggiare il risveglio dalla monarchia, qua in mezzo alla banlieu sembra un canto per festeggiare il risveglio da qualcos’altro.