Perché ‘Il mio nome è clitoride’ è da vedere (in coppia) | Rolling Stone Italia
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Perché ‘Il mio nome è clitoride’ è da vedere (in coppia)

Ho scoperto il documentario belga tramite uno dei vari gruppi Facebook 'per sole donne' a cui sono iscritta, ma se l’avessi guardato da sola probabilmente non avrei capito perché è un progetto innovativo

Un'immagine tratta dalla locandina del doc 'Il mio nome è clitoride'


Ho visto Il mio nome è clitoride insieme al mio compagno, un uomo. Se l’avessi guardato da sola probabilmente non avrei capito perché è un progetto innovativo. E perché piacerà anche agli uomini.

Ho scoperto il documentario belga ideato e diretto da Lisa Billuart-Monet e Daphné Leblond tramite uno dei vari gruppi Facebook “per sole donne” a cui sono iscritta. Ne consigliavano la visione perché è un progetto «educativo» e «rasserenante» (aggettivo curioso, tenetelo d’occhio perché tornerà). Buone aspettative anche guardando il trailer e leggendo i primi commenti in rete: «istruttivo», «coinvolgente», «da fare vedere nelle scuole». Ok, ho pensato: se è così illuminante allora guardiamolo con un uomo.

Lisa Billuart-Monet e Daphné Leblond sono nate negli anni Novanta e se sentirete ancora parlare di loro è anche grazie al piccolo successo che il film (disponibile on demand su Wanted Zone, Iorestoinsala, MioCinema, Chili, Cg Home Entertainment) sta riscontrando. Bene: un esordio alla regia che lancia direttamente sul campo la parola clitoride potrebbe essere un’operazione furbissima ma non necessariamente istruttiva o coinvolgente (come è facile che venga spacciata). Già nel titolo, infatti, le due filmmaker chiamano all’appello il grande tabù nonché mistero erotico femminile (ancora, sì) con una mossa che certo non lascia indifferenti. Che fai, se leggi clitoride in homepage non ti curi di lui ma guardi e scrolli? Impossibile.

L’esca funziona, dunque, ma per fortuna c’è di più. Le due giovani autrici sembrano aver imboccato al primo colpo la strada giusta per ritentare un’educazione sessuale dignitosa per entrambi i sessi. Lisa e Daphné entrano, per così dire, dalla porta sul retro, mettendo per un momento da parte il dibattito attuale su consenso, cat calling e qualsiasi tipo di violenza o disparità di genere. Ci lanciano piuttosto una sfida: azzeriamo tutto e parliamo solo di piacere. Riusciamo a farlo serenamente?

L’ombelico del mondo
Serenamente, eccoci di nuovo qui, sorpresi dal bisogno di voler parlare di sessualità senza incazzarci, rassegnarci o metterci sulla difensiva (ho la presunzione di credere che io non sia l’unica a farlo). D’altronde di motivi per sentirci in trincea non ne abbiamo pochi, e il documentario non li trascura. Ma siamo lontanissimi da una provocazione dalle gambe corte o dall’arringa mediatica del “femmine contro maschi”. La clitoride è veramente il perno dell’inchiesta di Mon nom est clitoris – questo il titolo originale del film – e c’è un motivo preciso: la natura di quest’organo è esclusivamente quella di procurare piacere alla donna. Niente minzione, nessuna funzionalità riproduttiva (al contrario del pene). Praticamente potrebbe essere l’ombelico del mondo, se solo ci educassero ad utilizzarlo. Quindi qual è la novità, se di novità siamo sempre in cerca?

12 donne raccontano la sessualità femminile
Lisa Billuart-Monet e Daphné Leblond hanno scelto di esordire alla regia addentrandosi su un terreno fertilissimo per farsi notare, è vero, ma che rischiava anche di rimbombare di vuoto. Dopo secoli di non-detto, infatti, ora bisogna capire qual è il modo più efficace per comunicare tanto e tutto insieme. A mio avviso il primo passo è rendere l’esperienza femminile accessibile anche all’universo maschile.

Qui lo schema è semplice: 12 donne di età compresa tra i 20 e i 25 anni si raccontano di fronte ad una telecamera prendendo parte a un’inchiesta-dossier sulla sessualità femminile. Le autrici selezionano un campione abbastanza variegato per etnia, orientamento sessuale ed esperienze personali. Il concept è quello della chiacchierata tra amiche perlopiù coetanee: ogni ragazza è seduta o sdraiata sul letto della propria camera. Ma l’elemento interessante è che non si ha mai l’impressione di spiarle da dietro una tenda né di essere bacchettati. In altri termini, la persona con cui ho guardato il documentario, l’uomo, si è sentito chiamato in causa ma non il diretto colpevole.

L’isola che non c’è
Il motivo di questa comunicazione felice probabilmente è da intercettare nel piccolo esperimento che le registe chiedono di fare alle donne intervistate: ripescare i vecchi testi scolastici e cercare le illustrazioni dell’apparato sessuale femminile. Nella maggior parte dei libri la clitoride non esiste e la masturbazione è descritta come una pratica autoerotica riservata esclusivamente al corpo maschile (provare per credere). Ma come, non eravamo noi quelle con l’ombelico del mondo del piacere? Omissione, confusione, diseducazione et voilà: ora sei quasi convinto che non può esistere un’isola che non c’è.

«È sempre attraverso i ragazzi che impariamo a conoscere il nostro corpo» osservano le protagoniste ripensando ai tempi della scuola: è vero. Tuttavia viene da chiedersi che succederebbe se l’educazione sessuale spiegasse dal principio come attivare i superpoteri de le clitoris e non solo quelli del compagno utero? Per le donne di questa storia è la strada da percorrere, eppure nessuna di loro è interessata ad aprire lo scontro di genere. Lisa Billuart-Monet e Daphné Leblond riescono nell’impresa di definire una possibile guida all’educazione sessuale in modo ironico, schietto e ottimista, stimolando la curiosità (degli uomini) e le riflessioni (di tutti). Un solo dito puntato: contro le istituzioni. La piacevole sorpresa è che qui dentro non vige la regola del “purché se ne parli” ma quella del “purché se ne dialoghi”. E la vera, serena, provocazione è proprio questa.