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‘La mostruositrans’, il manifesto fantasy che racconta l’esperienza trans

Il libro di Filomena Sottile racconta il mondo e le vite delle persone transgender con allegorie mitologiche e citazioni pop. «Se la normalità è maschilista, patriarcale, sessista e binaria, allora rivendichiamo il nostro essere mostri»

L'autrice Filomena Sottile

Filomena “Filo” Sottile è nota come “La Punkastorie” e proprio dal suo spettacolo Mostre e Fiere ha tratto il pamphlet La mostruositrans, edito da Eris Edizioni. Il titolo rimanda a un mondo fantastico, popolato da “creature mostre”, che altro non sono che persone transgender e queer. «Rilascio questa intervista per militanza, con l’obiettivo di poter raggiungere delle persone che potrebbero avere bisogno di entrare in contatto col transfemminismo e ancora non ne sanno niente» esordisce.

Come mai La mostruositrans è scritto al plurale?
Le esperienze non appartengono tutte a me. Ce ne sono di mie amiche, di miei amici, di altre persone trans: per rispetto a loro è scritto alla prima persona plurale. È inoltre un appello a tutte le altre creature mostre, quindi mi sono immaginata una voce collettiva che parli e dica quelle cose. Ci sono tante differenze e le esperienze trans sono una diversa dall’altra, dopodiché da certi passaggi ci passiamo tutte e tutti. Voleva essere una voce che trascendesse la voce di Filomena Sottile ed essere qualcosa di più esteso e collettivo.

Perché hai scelto di raccontare il transgenderismo con allegorie di mostri e creature fantastiche?
Prima o poi ogni persona trans si sente dare del “mostro” e il tentativo del libro si inserisce nel solco di una tradizione autorevole: da una parte quella dei movimenti LGBTQI+ e dall’altra è una pratica abbastanza comune in movimenti come quello NO TAV di cui faccio parte. Nel momento in cui ci dicono mostri, mostre, noi lo rivendichiamo, perché non ci interessa essere delle persone “normali”, se la normalità è maschilista, patriarcale, sessista, binaria. Ho quindi recuperato questa tradizione anche se sono l’ultima arrivata, poi c’è stata l’attivista e accademica americana Susan Stryker che ha scritto il saggio “Ciò che dissi a Victor Frankenstein sopra il villaggio di Chamonix: un’interpretazione della rabbia transgender”, dove parla di esperienza trans utilizzando la figura letteraria della creatura artificiale senza nome creata dal Dottor Frankenstein. A partire da questa riesce a parlare politicamente dell’esperienza delle persone trans. Quello che ci capita, è che ci viene imputato di non essere veramente persone umane perché interveniamo sui nostri corpi tramite farmaci e chirurgia, come se non lo facessero anche le persone cis per altre ragioni, quindi ho cercato nelle mie letture – sono appassionata di letteratura fantastica e fantascientifica – dei mostri, figure mostruose, non umane che mi permettessero di parlare dell’esperienza trans. Una di queste è il cyborg, che non è umano ma riesce a passare come tale, anche se non gli spettano gli stessi diritti. Mi è capitato di prendere parola in dibattiti pubblici in quanto persona trans e mi è stato detto: “nel mio mondo ideale le persone come te non ci sono”. Il senso era “tu non sei completamente umana”.

Parliamo di misgendering: spesso non si tratta di maleducazione o ignoranza, ma di un gesto di prevaricazione, è corretto?
Nel libro ho usato il Golem per parlare del misgendering (quando ci si riferisce a una persona, ci si relaziona a essa o si usa un linguaggio per descriverla che non è in linea con il genere col quale si identifica, che può essere diverso da quello assegnato alla nascita e dedotto arbitrariamente, NdA): nel momento in cui non riconosci il genere nel quale mi sento a mio agio, mi spegni e mi stai trattando come una cosa e non come un essere umano. Chi lo pratica volontariamente, difende un privilegio: nel momento in cui alcune persone dicono “la lingua è così” è perché loro non si sentono escluse da questa lingua. Quello che fa il mio libro è lavorare sugli immaginari, perché finché negli immaginari collettivi non ci sono certe persone, corpi e pratiche, queste non esistono. Perché dire “tutti, tutte, tuttu, tutt” e operare sul linguaggio? Per metterci dentro anche queste persone, pratiche, corpi ed esistenze. Il linguaggio non è il 100% ma fa molto e, nel momento in cui utilizziamo il femminile e i neutri, stiamo andando nella direzione della sensibilizzazione: può darsi che sia brutto, che suoni male, che non ci piaccia, che non sia la migliore delle soluzioni e che alla migliore delle soluzioni probabilmente non ci arriveremo mai, ma non importa. La lingua è un organismo vivo, in continua mutazione, che registra quelli che sono i cambiamenti sociali. Ciò che si cerca di fare dal punto di vista femminista e transfemminista è appunto un cambiamento sociale e quindi cerchiamo di registrarlo anche nel linguaggio. Tra l’altro l’espressione “non si può sentire” è sorella di “non si può vedere” riferito a una persona che indossa dei capi reputati inadatti a lei, per esempio. Si tratta dello stesso tipo di logica e cornice patriarcale.

Secondo te quali potrebbero essere i passi per attuare dei cambiamenti concreti?
Si parla tanto della legge contro l’omo-lesbo-bi-transfobia, ma per me la vera legge su questi temi sarebbe cambiare i libri di testo pieni di stereotipi di genere, fare percorsi di transizione gratuiti e più semplici, non come se fossero percorsi a ostacoli dove devi dimostrare di essere un vero uomo trans o una vera donna trans, poter cambiare facilmente i nomi sui documenti, un accesso al lavoro universale, non discriminatorio, perché alla fine la Legge Zan non cambia quelli che sono i rapporti di forza che sono fra i generi e le classi, semplicemente censura i comportamenti. In teoria se uno stronzo per strada mi pesta a sangue perché sono una persona trans e io lo denuncio, dovrei ottenere giustizia ugualmente anche senza questa legge, no?! Quello di cui avrei bisogno è che, se vado a fare un colloquio di lavoro, posso scrivere che mi chiamo Filomena senza penare anni per ottenere un cambio sul documento anagrafico e che chi mi seleziona mi ascolti e valuti per le mie competenze e non mi scarti subito perché sono una persona trans. Ho bisogno di accedere a un percorso di transizione gratuitamente, ho bisogno di non dover performare per forza il mio genere: in alcuni centri preposti devi dire per esempio “Sono donna e mi piace il cazzo!” e ripeterlo fino a quando non li convinci, perché – se ti capita come nel mio caso – di essere una persona non binaria e ti piacciono persone che hanno cose diverse fra le gambe, ti metti nei casini. Conosco molte persone che sono state respinte perché, secondo chi valutava, non erano persone trans ma persone confuse. Devi andare a performare l’ideale di che cosa sia una donna e che cosa sia un uomo: io faccio questa cosa perché ne ho bisogno per sopravvivere in questa società etero-cis-patriarcale e non devo venire a recitare per te quello che tu pensi io debba essere.

Mi sembra che ci siano molte analogie tra il transgenderismo e il lavoro sessuale, a livello di percezione, di dogmi, di aspettative e pregiudizi, anche nel movimento femminista: cosa ne pensi?
Ti racconto un aneddoto: in Congo il WWF ha istituito una zona parco coi soldi pubblici della Comunità Europea (che ha sospeso il finanziamento a causa della violazione dei diritti umani, NdA), solo che in quell’area – da migliaia di anni – abitano popolazioni che i guardiaparco e il WWF stavano cacciando via e vessando, perché tali persone starebbero alterando “l’habitat naturale”. Il WWF pensa di sapere quale sia la “natura” di quella zona meglio di chi ci è nato e vive da generazioni. Lo stesso fanno le TERF e le SWERF: si sono fatte un’idea di cosa sia donna e di cosa sia uomo e, secondo loro, tutto quello che non ci deve stare è una roba da scartare: sono il WWF del femminismo! Potrebbe anche non fregarcene nulla di loro, ma spesso ricoprono ruoli chiave, di potere e decisionali, per cui i portafogli di servizi pubblici di cui avremmo bisogno noi persone trans sono in mano loro o sono consulenti di persone che hanno in mano questi portafogli.

Speranze e aspettative future?
Vivo in un mondo di merda come tutte le altre persone e accetto di volta in volta dei compromessi per sopravvivere. Il patriarcato è trasversale a tutti gli ambienti, almeno nella mia esperienza purtroppo, dopodiché ci sono delle realtà in cui ci sono una forte consapevolezza e un grande lavoro femminista e transfemminista che fanno sì che le condizioni di vita siano leggermente migliori, ma viviamo tutti e tutte in questo mondo e società e siamo in questo sistema di valori e rapporti di forza, dopodiché con quelle che sono le mie capacità, le risorse ed energie che di volta in volta ho, cerco di fare delle cose e creare situazioni diverse, che possono essere prendere parte al piccolo collettivo che si impegna in ambito femminista e transfemminista e organizza manifestazioni, oppure mi occupo di quello che capita sul mio territorio, come per esempio la mobilitazione contro la Torino-Lione (movimento NO TAV, NdA). Di certo da sola non posso fare la rivoluzione. È un lavoro costante, quotidiano, collettivo di intelligenze e corpi che si incontrano. Non penso che adesso lottiamo e a un certo punto ci sarà il paradiso perché abbiamo lottato. Come dico nel libro, il significato etimologico di “paradiso” è “giardino”. Nel momento stesso in cui facciamo qualcosa assieme e facciamo lavoro politico assieme, creiamo dei giardini nelle nostre lotte: per me questo è il senso della lotta stessa e dell’anarchia. Lottare quotidianamente per creare delle situazioni più vivibili, dei giardini – appunto. C’è ancora tantissimo lavoro politico da fare, anche negli ambienti dove si fa attivismo, bisogna alzarsi le maniche e ognuna e ognuno secondo le proprie capacità mettere al servizio i corpi, l’intelligenza, la presenza.

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