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La guerra della Lega al porno online è inutile e non funzionerà

La Lega vorrebbe inserire un “parental control” per filtrare l’accesso a contenuti pornografici online. Ecco perché è inutile e cosa sarebbe meglio fare per migliorare il modo in cui guardiamo porno online

Se ne è parlato molto settimana scorsa: il senatore leghista Simone Pillon ha proposto di inserire un “parental control” per filtrare l’accesso a contenuti pornografici online; per sbloccarli, bisognerebbe chiedere esplicitamente al proprio provider di servizi internet di rimuoverlo. Ora, io vivo in una residenza universitaria, e dopo mesi la connessione è sufficientemente veloce da non impiegare una vita per caricare pagine e video, quindi posso finalmente farmi le seghe in pace; imponetemi un “parental control” e mi troverete sotto gli uffici dell’Università a protestare per riavere il porno.

La lotta al porno non è una novità, e da tempo trova d’accordo gruppi apparentemente agli antipodi rispetto a diverse posizioni, dai conservatori ultracattolici come Pillon, alle femministe radicali contro la pornografia e il sex work in generale, che nei circoli progressisti vengono definite SWERF, acronimo di Sex Workers Exclusionary Radical Feminists (femministe radicali sex worker-escludenti). I primi ritengono che il porno corrompa i bambini, che le donne nei video siano peccaminose e volgari; le seconde insistono sul fatto che il porno è misogino, oggettificante, denigratorio, che nessuna donna sceglierebbe mai volontariamente di far sex work, che il porno fa da catalizzatore per il traffico sessuale – come sostiene anche una petizione che ha raccolto oltre un milione di firme per far chiudere PornHub, qui definito “TraffickingHub”. Mi sembra evidente che sia un po’ come combattere i mulini a vento, ma lascia intendere la portata del fenomeno anti-porno. 

Mi ha sorpreso leggere che in realtà alcune femministe radicali non sono poi tanto d’accordo con la proposta della Lega: probabilmente sono in dissonanza dal momento che il suo portavoce è Pillon, che con le femministe non è mai andato troppo d’accordo. Ma in sostanza, pur differendo nelle motivazioni di base, in questo contesto la radice del loro “attivismo” è la stessa, e ambiscono al medesimo obiettivo: dal disgusto per sessualità non-conformi e non-normative, mascherato da preoccupazioni per donne o bambini – o addirittura per la “sanità pubblica” – alla censura delle stesse. 

Realisticamente la norma proposta da Pillon non entrerà in vigore – ci hanno già provato l’anno scorso senza successo nel Regno Unito con un sistema di verifica dell’età – se non altro perché è difficile capire quali contenuti bloccare, considerando ad esempio che il porno è consentito su Twitter, e rischierebbe di fare da gateway ad altri tipi di censura. Al più verrebbero nascosti siti popolari, come quelli del gruppo MindGeek (PornHub, RedTube, YouPorn), in favore di altri meno sicuri che potrebbero aggirare il filtro e contenere virus e malware, tenendo in considerazione anche eventuali problemi per la privacy.

Non penso che i minori non vadano tutelati, ma la verità è che in tanti abbiamo iniziato a guardare porno da ragazzini, e non è mai successo niente di tragico o pericoloso. Non siamo traumatizzati, col cervello alterato, “dipendenti” o stupratori. Il legame diretto con le aggressioni a sfondo sessuale è stato smentito più volte, e una parte del mondo accademico sta prendendo le distanze dalla letteratura anti-porno che ha dominato la conversazione nei decenni passati. 

Per quanto mi riguarda, la prima volta che ho visto un porno avevo 12 anni ed ero uno di quei preadolescenti stupidi che davanti al disclaimer che invitava ad accedere al sito solo se maggiorenni dichiarava di non esserlo, quindi li trovavo su forum strani che raccoglievano link di video che a detta degli autori meritavano attenzione. Ricordo che mi sentivo molto in colpa quando mi masturbavo: da un lato i miei genitori erano preoccupati che visitassi “siti pericolosi”, dall’altro era un comportamento che ci si aspettava dai maschi, tipo rito di passaggio, ma erano ancora molto diffusi miti sul fatto che rendesse ciechi. Ciò di cui il me delle medie avrebbe avuto bisogno è qualcuno che mi spiegasse che certi desideri o comportamenti non hanno niente di strano, pericoloso o scandaloso, invece mi sono dovuto affidare interamente a ricerche su Google – in questo senso, è una fortuna essere nati nell’era di Internet – ammesso che si impari ad evitare la disinformazione. 

Concordo sul fatto che le trame dei video possono essere sessiste o razziste, perché è la società ad esserlo e perché per molte case di produzione è più importante girare una scena con una storia trash e divertente che può potenzialmente diventare un meme virale, che porterebbe loro visibilità e soldi. Che si prenda atto di queste cose e si creino politiche pubbliche orientate all’educazione sessuale e all’affettività, che lavorino sul realismo percepito dei video, che insegnino a distinguere tra finzione e realtà, come tra l’altro accade per altre forme di intrattenimento, che spinga i genitori a parlarne come si deve con i figli – proprio come suggerisce una recente campagna neozelandese – e soprattutto che non si basi su idee conservatrici e repressive che vorrebbero imporci un certo modello di sessualità.

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